Contagio, camorra e coesione sociale

Contagio, camorra e coesione sociale

Nel suo editoriale su Infinitmondi.eu su Mondragone Gianfranco Nappi parla di una contraddizione esplosiva e di una ipocrisia insostenibile. Una contraddizione, fino ad ora miracolosamente celata, che permane tra bisogno di sicurezza, personale e collettiva, indotta dalla pandemia; esigenza di controllo sanitario e difficile emersione di tutte le zone di lavoro nero e grigio affidate agli ‘invisibili’: senza questa emersione, il rischio di accentuati sfruttamenti e di focolai epidemici, fino a vere e proprie lotte tra poveri, esattamente come accaduto a Mondragone, è molto reale.

Giustamente sottolinea che parte del lavoro dell’agricoltura intensiva è svolto in nero con l’utilizzo/sfruttamento di manodopera immigrata, spesso con l’uso di caporali. Queste aree di lavoro sono le più colpite dalla pandemia: si sono ritrovate nei mesi di blocco senza protezione, senza tutele, senza reddito, chiuse nelle loro baraccopoli o nelle loro case fatiscenti in palazzi abbandonati, in un mare di degrado urbano. Giustamente egli sottolinea che bisognerebbe cominciare dalla testa e non dalla coda: cambiare gli scellerati Decreti Salvini; reintrodurre il permesso umanitario; rilanciare la figura degli SPRAR, ovvero degli interventi che territorio per territorio vedono protagoniste le comunità locali in progetti di inclusione; giungere ad una vera emersione di tanto lavoro nero e sfruttato attraverso la regolarizzazione di una fascia ampia di migranti. Solo la regolarizzazione può consentire di far vivere veri contratti di lavoro, diritti riconosciuti, reddito e possibilità di integrazione nella rete di controlli socio-sanitari. Nello stesso tempo è la regolarizzazione che combatte l’azione di caporali e camorristi sempre pronti e presenti.

Nel calderone ribollente di Terra di Lavoro e del Litorale Domitio c’è anche tutto questo. Viene da chiedersi se  una volta tanto il problema possiamo prenderlo dalla testa e non dalla coda. E c’è da chiedersi se la Regione Campania, oltre all’invocazione permanente dell’Esercito, non ha una azione positiva da mettere in campo. Ma ancora di più viene da chiedersi se il mondo delle imprese agricole non ha niente da dire. Siamo in presenza di una ipocrisia miserrima: come se questi ‘invisibili’, bulgari o magrebini che siano, lavorassero in aziende proprie e non invece per aziende italiane (note, conosciute e facilmente identificabili ), ed anche per la grande distribuzione presente in Italia. Costoro non hanno niente da dire in materia, fino a quando pensano di ricavare profitti da un sistema basato su sfruttamento e illegalità? Questa è oggi una grande priorità anche per un grande sindacato che voglia riunificare la rappresentanza di un intero mondo del lavoro frantumato. Per affermare nuovi diritti e regole per la tutela del lavoro e della dignità delle persone.

Ma questa vicenda fa emergere un altro problema sociale su cui finora si è poco discusso: quello del peso e del ruolo delle varie mafie locali e globali che pesano su interi settori dell’economia territoriale: da quella del settore agroalimentare a quella del turismo, da quella dell’azzardo al traffico di droga fino alla prostituzione e alla tratta. Ed è su questa tragica e violenta realtà su cui bisogna focalizzare l’attenzione: in primo luogo da parte dei sindaci ed istituzioni locali fino agli organi di governo (Prefettura e Ministero degli Interni). La comunità dei bulgari a Mondragone e dintorni opera nel mercato nero del caporalato e della manodopera agricola con la copertura e protezione dei clan locali della camorra, che storicamente sono tra i più feroci e sanguinari (come bene hanno documentato autori con R. Saviano, S. Nazzaro, S. Minieri, R. Sardo e V. Ammaliato).

A due passi sul litorale di Castel Volturno nella zona a confine di Pescopagano e Bagnara imperversa la cosiddetta “mafia nera” dei nigeriani, con le loro connection house gestite dalle maman per allevare bambini alla prostituzione, traffici di droga (e peggio ancora di minorenni). Qui stanno le radici vere e drammatiche del contagio, del rischio di scontro e rottura sociale tra indigeni e immigrati. Per far fronte a questo scenario va bene rafforzare le misure di controllo e di sicurezza (anche con l’esercito per poter affrontare situazioni che fanno paura ai cittadini), ma non basta. Occorre un piano di intervento ben più complessivo da parte del governo nazionale e campano, in collaborazione con le istituzioni locali, con il mondo del terzo settore e del volontariato cattolico.

Pasquale Iorio, le Piazze del Sapere                                               Caserta, 29 giugno 2020

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *