Rosario Giuè, autore del più importante volume su don Peppe Diana (Il costo della memoria, Ed. Paoline).

Al Comitato don Diana
Al sindaco di Casal di Principe
e pc FTS Casertano
Cari/e,
facendo seguito a mie precedenti note, vi segnalo un saggio in allegato pubblicato da Rosario Giuè, autore del più importante volume su don Peppe Diana (Il costo della memoria, Ed. Paoline). Nell’ultima parte si fa riferimento a don Peppino, anche con un appello alla Chiesa ed al Papa per ricordarlo in modo degno.
Vi anticipo che come rete di associazioni del FTS Casertano a gennaio organizzeremo un evento su questo tema, che spero di poter preparare anche in collaborazione con voi.Inviteremo anche autorevoli esponenti del mondo cristiano.
Devo dirvi che l’intervento di don Rosario (insieme con quello precedente del VE R. Nogaro) rompe il silenzio su alcuni interrogativi da noi posti in modo pubblico.
In attesa di un cortese riscontro, cordiali saluti.
Pasquale Iorio
Il grido di papa Wojtyla e l’omelia di papa Francesco
Il “convertitevi” gridato ai mafiosi uscì estemporaneo dal cuore del Papa, dopo avere visto il dolore dei genitori di Livatino, il giudice ucciso dalla mafia agrigentina nel settembre 1990. Il discorso antimafia di Francesco si trova invece dentro l’omelia di una Messa celebrata in memoria della morte di Gesù e della morte di don Puglisi che ne aveva calcato le orme. Francesco dice in pratica che il Vangelo di liberazione va annunciato non come discorso di circostanza ma come fatto normale continuo quotidiano. Il pensiero corre al meno noto don Peppe Diana ucciso dalla camorra nel 1994. Andrà il Papa argentino a fargli visita?
La visita pastorale di Papa Francesco a Palermo va collocata all’interno di un pellegrinaggio che il Vescovo di Roma sta compiendo da qualche tempo in Italia alla ricerca della memoria di alcuni profeti nella vita della Chiesa italiana. Ma la visita a Palermo cosa ci lascia? Per esempio, ci lascia la normalità di un’omelia. L’omelia di Francesco al Foro Italico questo ci indica: l’esempio e il metodo di predicare il Vangelo in terra di mafia nella normalità di un’omelia. Il famoso grido di papa Wojtyla rivolto ai mafiosi: “Lo dico ai responsabili: Convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio”, avvenne al termine della celebrazione eucaristia nella Valle dei Templi di Agrigento. Ma fuori dalla messa, fuori dall’omelia.
Dopo l’omelia, fuori linea
Già il diacono aveva congedato l’assemblea con l’abituale “Andate in pace”. Quel grido, ad Agrigento “mi è uscito dal cuore!, confiderà anni dopo lo stesso Giovanni Paolo II nel suo discorso al terzo Convegno della Chiesa Italiana riunita alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, il 23 novembre 1995. Quel grido uscito “dal cuore”, divenuto un simbolo, non era in programma. Non risultava nei discorsi ufficiali preparati a Roma. Vero è che nell’omelia all’interno della celebrazione eucaristica di quella mattina il Papa aveva parlato di “una chiara riprovazione della cultura della mafia”, dicendo “che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile”. Ma all’interno dell’omelia quelle parole si perdevano: erano quasi qualcosa di marginale. Noi tutti e tutte non ricordiamo di quella mattina ad Agrigento ciò che disse nell’omelia, bensì ciò che disse dopo l’omelia. Ma da dove scaturì quel grido “dal cuore”? Quel giorno era accaduto qualcosa di inatteso e di sconvolgente. Papa Wojtyla aveva da poco incontrato gli anziani genitori del giovane giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Il vescovo Ignazio Zambito, avendo assistito all’incontro, ha raccontato in un pubblico dibattito (incontro al quale anche io ho preso parte a Piraino, paesino del messinese, nel 2009) che in una saletta il papà del giudice “ragazzino” Livatino ripeteva al Papa come una litania sempre le stesse parole. Diceva che gli avevano tolto di mezzo quella gioia del loro figlio, così giovane, appena quarantenne. Ripeteva che glielo avevano ammazzato. Quel colloquio aveva scosso Giovanni Paolo II. Proprio il contatto con la realtà, con la reale drammaticità del dolore delle vittime di mafia e la sopraffazione concreta e disumana, aveva avuto la forza di scuotere il cuore del Papa. Così quel dolore inconsolabile spinse, papa Wojtyla a pronunciare, al termine della messa, quel grido “dal cuore”.
Non era nel bagaglio vaticano
Ma il grido del Papa non era inserito nell’omelia probabilmente “preparata” dai suoi collaboratori. La famosa condanna dei mafiosi e l’invito alla conversione fu frutto del contatto con i volti della sofferenza, con la reale situazione. Vorrei sottolineare, dunque, proprio questo punto: quel grido non faceva parte della linea della predicazione ordinaria di quel pontificato. Quel grido non era previsto nel bagaglio dei discorsi preparati in Vaticano: un Vaticano allora molto attento a difendere i “valori non negoziabili”, le “radici cristiane” dell’Europa, la “verità” cattolica. Quel grido fu, dunque, un evento straordinario, che assunse un carattere certamente profetico. Per usare un linguaggio della politica, potremmo dire che fu un gesto posto in una situazione di “emergenza”, ma non era nel programma di governo. Quella denuncia così dura degli atti mafiosi da parte del papa polacco, che tanti si affrettarono ad applaudire, poteva e doveva rimanere lì, nella logica della straordinarietà o, appunto, dell’emergenza. Non doveva fare parte della carne della programmazione dell’Episcopato italiano ancora per anni. Il Vangelo predicato in terra di mafie non entrò nell’ordinarietà delle omelie di molti vescovi, parroci e presbiteri. Raramente nella formazione dei seminaristi. Il Vangelo in terra di mafia non sarebbe entrato nella formazione dei catechisti. Quel grido sarebbe rimasto qualcosa di cui stupirsi, ma non da ripetere. Papa Francesco a Palermo ribalta questa impostazione. E con i fatti ci dice: il vangelo di liberazione dalla mafia va predicato nell’ordinarietà. Il Vangelo va inserito nel territorio, non può essere un annuncio astratto, comodamente. Il Vangelo di liberazione e liberatore qui e ora va annunciato nella normalità di una omelia, di una catechesi. Non soltanto nella straordinarietà di un funerale! Ecco cosa ci lascia, fra le tante cose, papa Francesco nella sua visita a Palermo. Cosa ha detto Bergoglio nell’omelia di Palermo può leggersi nel testo integrale che viene qui pubblicato nelle pagine (??) di questo fascicolo.
Don Diana come don Puglisi
Voglio chiudere queste mie considerazioni ricordando di un altro martire italiano che attende di “essere visitato” da Papa Francesco: don Peppe Diana, il parroco ucciso dalla camorra a Casal di Principe (Caserta) il 19 marzo del 1994, appena sei mesi dopo don Puglisi. Don Pino è stato riconosciuto e ufficializzato come “beato” per la Chiesa universale. Ma che ne è della memoria di don Peppe Diana? Jorge Mario Bergoglio, il 21 marzo 2014 nella parrocchia di San Gregorio VII a Roma, già ha accettato, tramite don Ciotti, di indossare la stola sacerdotale che fu di don Peppino Diana. Un gesto altamente simbolico: un segno che va nella direzione di incominciare a pagare il “costo della memoria”, una memoria ancora appannata. Papa Francesco, così agendo ha indicato una direzione per la memoria di don Diana. Ma ora sarebbe bello se si facesse un balzo innanzi verso don Diana. Tutti conoscono padre Puglisi, pochi conoscono il martirio di don Diana. Come è possibile, si chiedono i suoi amici e le sue amiche? È normale? È giusto? Anche don Diana è stato ucciso “per amore del suo popolo”, per la fedeltà alla sua gente e al Vangelo, non per suoi interessi. Quanto si dovrà attendere perché dal “Vaticano” venga un segnale di valorizzazione di questo giovane prete ucciso a soli 36 anni, martire per la dignità del suo popolo, per l’amore al suo popolo, per la sua profezia davanti a una Chiesa immobile e silente del suo tempo? Dobbiamo forse attendere quasi quarant’anni, come per monsignor Oscar Romero perché le logiche clericali non volevano o non potevano riconoscere il martirio dell’arcivescovo di San Salvador? Con Papa Francesco il “dossier Romero” ha avuto un’accelerazione fino alla canonizzazione (avvenuta il 14 ottobre 2018). Quanto si deve attendere prima che siano spazzate via le calunnie, le paure, le indifferenze contro don Peppe Diana, dentro e fuori la Chiesa? Una visita di papa Francesco a Casal di Principe sarebbe una tappa preziosa nel suo pellegrinare sulla via del recupero della memoria dei nostri santi profeti, non sempre amati dalla stessa Chiesa perché fastidiosi alla loro tranquillità. Non si chiede, non chiedono i suoi amici e le sue amiche, di dichiaralo beato o santo. Tanto per noi che lo stimiamo è già beato ed egli vive con Gesù risorto alla “destra del Padre”, come già mons. Romero era santo per il suo popolo. Ma sarebbe bello se papa Francesco, andando a Casal di Principe, togliesse dall’oblio nella Chiesa italiana chi «ha buttato il sangue», a testimonianza per tutti e tutte. Ha detto il teologo salvadoregno e gesuita Jon Sobrino che certo papa Bergoglio conosce bene: “Voi martiri continuate a essere vivi perché siete stati compassionevoli fino alla fine”. Compassionevoli anche verso la Chiesa che li dimentica. Fino a quando?

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *