A Martina Franca c’è sempre qualcuno che mi parla di Marino Ceci

A Martina Franca c’è sempre qualcuno che mi parla di Marino Ceci, e si stupisce che io abbia tardato a conoscerlo. Allievi e docenti concordano nel definirlo un ottimo educatore, un artista di rispetto, un uomo affabile. Quando poi finalmente l’ho incontrato, ho saputo che è di Taranto, dove abita, in via Regina Elena, dopo aver vissuto per diversi anni in via Nettuno, nello stabile attaccato a quello in cui abitavo io. Un pomeriggio di luglio, con il sole che picchiava, la mia vicina di trullo ricevette la visita di un suo amico, che viveva nella città dei due mari, e volle presentarmelo. Era un pittore già insegnante d’italiano. “Marino? E chi non lo conosce? Dopo aver educato diverse generazioni di giovani, è andato in pensione. Lo vedo in qualche video su facebook mentre suona il pianoforte in casa sua”. Mi feci dare il numero di Marino e lo chiamai, dandogli appuntamento alla stazione ferroviaria della terra dei trulli e del Festival della Valle d’Itria, che si svolge proprio in questi giorni. Arrivò puntuale, in macchina, e mi seguì fino al quinto chilometro di via Mottola, dove si spande la mia campagna, disseminata di ulivi, fichi, melograni, castagni…

   Conversammo piacevolmente per un paio d’ore. Per la verità io preferivo ascoltarlo, perché tra una notizia e l’altra sulla sua attività passata e presente lasciava trapelare la Taranto di oggi. “Io ho 5 anni meno di te: e quando ne avevamo io 5 e tu 10 non mi vedevi neanche. Eri troppo impegnato a giocare alla ‘livoria’ sul marciapiedi di fronte a casa, così largo e lungo da poter essere usato quasi come un campetto. Basso, testa pelata, sereno, sui settanta, un sorriso alla maniera dello scenografo Chelli nel ritratto del verista ottocentesco Gaetano Forte, Marino mi piacque subito. Dissi: “Io lasciai Taranto e le sue delizie per Milano, dove c’erano più possibilità per il mestiere di giornalista; tu rimanesti, in seguito ti trasferisti nella più centrale via Regina Elena. Io ho fatto la mia strada nel capoluogo lombardo; tu la tua, fra Taranto, Martina Franca e altri centri, insegnando filosofia (laurea conseguita a Bari) e diventando dirigente scolastico, abile nel mettere in cantiere tutte le iniziative necessarie alla formazione, alla crescita degli allievi, compreso un teatro, convinto che il palcoscenico aiuti, con le sue quinte e i suoi fondali, a raggiungere l’obiettivo”. Come vedi, sono informato. Hanno provveduto Teresa Gentile e il maestro Oronzo Carbotti. E hai fatto centro se ancora oggi gli ex alunni e gli ex insegnanti ti manifestano stima e gratitudine”.  

   Tra l’altro, avevo letto su Marino un articolo di Teresa, docente e corrispondente da Martina del “Corriere del Giorno”, voce spentasi da qualche anno dopo varie vicissitudini. E quando è venuto a trovarmi di lui dunque sapevo già molte cose: che componeva bellissime canzoni, suonava la chitarra e il pianoforte, cantava e aveva fatto parte di “band” prestigiose. Ama anche il dialetto. E per questo incastravo nel discorso termini cari ad Alfredo Lucifero Petrosillo (scrisse il poema “U travàgghie d’u màre”) e agli altri nostri poeti, da Diego Marturano ad Alfredo Nunziato Majorano a Diego Fedele…, come “’mbàste”, “zòche”, “’ngègne”, “chiudde”, sul quale rivolse la sua attenzione Piero Mandrillo, un intellettuale imbottito di tante materie che insegnò italiano anche in Nuova Zelanda.

    Per affermare il suo amore per la città del ponte girevole e dei tramonti infuocati e delle “lambàre”, a cui il Mar Piccolo (“peccerìdde per don Alfredo) canta la ninna-nanna “’mbàcce ‘a Duàne”, Marino ricambiò regalandomi un’immagine di lavoratori dal volto incartapecorito in barca davanti al giardino delle cozze e un delizioso brano di Saverio Nasole sul loro mestiere, “No zàppe a terre e no ssì sciardinìere,/ vè a mmàre e no ssì piscatòre/ è ‘n ‘ogne curiùsse ‘stu mistiere…”.

   L’appuntamento alla stazione di Martina fece piacere a Marino, perché gli avevano detto che io amo i treni: ogni anno almeno cinque o sei volte vado apposta sotto la pensilina non soltanto per vedere i convogli arrivare e partire per Taranto o Lecce o Bari, treni modernissimi, di color rosso acceso (i crispianesi chiamano “Freccia rossa” quello per Taranto che si ferma nel loro scalo dopo essere passato tra a i vigneti verdeggianti. Io indugio anche davanti ai vagoni di una volta parcheggiati ai margini, vicino a una vecchia costruzione, che resiste da quando avevo 11 anni (ne ho 86) e andavo a Martina seduto in una vettura dei tempi di guerra. Lo raccontai a Marino e lui mi ascoltò con interesse, anche se lo sapeva benissimo, come sapeva che durante il conflitto, che lasciò tracce disastrose anche nella nostra città, la locomotiva a vapore si fermava a Nasisi, dato che la stazione di Taranto era a rischio bombardamenti.

    Li rivedo ancora, i palazzi sventrati: uno in via Anfiteatro. E nei trulli sul Chiancaro dello zio prete, la notte ci svegliava il tuono delle bombe, correvamo fuori e dal piazzale vedevano l’orizzonte fiammeggiare sinistramente: era Taranto che subiva il martirio. Passarono gli anni e quando venivo da Milano, a Bari sceglievo il treno della Sud-Est, che faceva sosta a tutte le stazioni: Rutigliano, Conversano, Castellana, Putignano, Noci, Alberobello, Locorotondo…. D’invero riuscivo a trovare posto perché qualche ragazzo diretto a scuola me lo cedeva. E io, stando vicino al finestrino, osservavo con gioia quel paesaggio che neve, pioggia o sole mutavano facendolo rimanere meraviglioso: ii tesoro a cui avevo rinunciato per fare carriera nel capoluogo lombardo.

  Ecco, Marino – gli dissi – chi è rimasto non può immaginare la pena del transfuga. Io non apprezzo quei pugliesi che appena arrivano al Nord imparano il dialetto della terra che li ospita per mascherarsi, come riferisce anche Giuseppe Giacovazzo nel libro: “Puglia il tuo cuore”. Io sono nato tra le cozze ed è lì il mio pensiero. Il mio dialetto non l’ho dimenticato, anzi. Quando un mio collega di Taranto redattore al “Giorno” mi disse “Se no’nge me salùte te dòche ‘nu furbòne”, provai sorpresa e soddisfazione: “Furbòne”, quella parola non la sentivo da anni. Un altro collega camuno, presente, chiese spiegazione. “Guarda, incrocia le mani, soffia tra i pollici e gli indici e colpisci la nuca dell’altro”. Rise, pensando che fossimo matti. Dopo qualche mese il bresciano, ottimo nel cercare le notizie e nello scriverle, pretese che io dicessi nel suo dialetto, aggiungendo: “Se n’ama scè’ sciàmene; se non ama scè’ no’nge ne sciàme scènne”, recitò. Ma io in  dialetto parlavo soltanto il mio. Marino ascoltava. E avevo l’impressione di averlo sempre frequentato. E ricordavo via Nettuno, che adesso ha un’alta faccia: le case basse sono state rase al suolo e sostituite con edifici alti anche cinque piani; il marciapiede sul quale giocavamo alla livoria è stato ridimensionato; la sede di un movimento politico disposta per il gioco del bigliardino non c’è più, gli stabili dove abitavamo Marino e io sono sempre lì, ma sempre più degradati; il tabaccaio ha cambiato sede; non c’è più neppure Michele, che aggiustava le macchine per cucire Singer, e neppure Nicola, che ridava voce ai televisori capricciosi, ma hanno aperto una carrozzeria. E i marciapiedi sono bordati da cilindrate.

   Marino di tanto in tanto dirottava lo sguardo verso il vigneto ingravidato piantato oltre il muro a secco del tratturo. Anche Martina è cambiata, anche se è rimasta intatta la sua bellezza, quella impressa nelle tele di quel grande pittore che è stato Filippo Alto, che ha portato le sue opere in giro per il mondo. Marino conosceva Filippo? So che Filippo conosceva lui, ma Marino non colse la domanda, perché nel tratturo squillò la voce di uno che veniva fin qui a vendere le sue verdure. Comunque, sollecitato da me, fece una sintesi di tutte le cose che aveva fatto e mi parlò di alcune persone con le quali avevo avuto contatti durante i miei anni tarantini. E di quelle di cui ho solo sentito dire. Mi parlò delle sue “band”, per esempio. E lo faceva senza enfasi, senza vantarsi. Mi parlò del maestro Nasta; di Raffaele Palmisano, fisarmonicista di grandi qualità e persona simpaticissima, da cui a vent’anni presi tre o quattro lezioni gratuite per imparare lo strumento, ma dovetti sottrarlo alla fatica avendo capito che era meglio rinunciare. La ricordavo, tutta quella generazione: il critico d’arte Franco Sossi (pubblicava tra l’altro una rivista, “Il Rostro”) consacrato da Palma Bucarelli, direttrice della Galleria d’arte moderna di Roma; Ciccio Boniello, docente di storia dell’arte al liceo scientifico, preside il martinese Fullone, e pittore di talento (riprodusse un Caravaggio così bene che se non lo avere detto lui che era una copia, nessuno ci avrebbe creduto; Mario Ligonzo, poi venuto a Milano, al “Corriere della Sera”; Nicola Carrino, che tra l’altro ha esposto alla Biennale di Venezia e ha rifatto la fontana dell’omonima piazza nel borgo antico… Invitai Marino a continuare e confidò che avrebbe voluto scrivere una colonna sonora di un film. Ci sarebbe riuscito, se avesse voltato le spalle a Taranto. Ma uno come lui il nido non lo lascia: è legato alle radici come l’edera alla parete. Così questo suo sogno è rimasto tale. Non sempre i sogni emergono dal cassetto, anche se si è veri artisti come Marino Ceci. Adesso lui si esibisce anche su facebook: lo vedo seduto al pianoforte nella sua bella casa, con le mani agili che scorrono sulla tastiera e le melodie che escono dalla sua voce. Da quel giorno sono trascorsi sei anni e io scrivo ancora di Marino per ritrovare un pezzo di quel tempo.

                                                                                                   Franco Presicci

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