Agenda teatrale dal 2 all’8 febbraio 2015 in Campania, programmata dal Teatro Pubblico Campano

Teatro Gloria di Pomigliano D’Arco
Info 0818843409
Lunedì 2 febbraio ore 20.45
Compagnia Gli Ipocriti
in collaborazione con
Fondazione Teatro della Pergola di Firenze
presenta

Amerika
di Franz Kafka
traduzione e adattamento di Fausto Malcovati

con
Giovanni Anzaldo, Ugo Maria Morosi, Carla Ferraro

e con
Giovanni Serratore, Fulvio Barigelli, Matteo Mauriello

musiche ispirate alla cultura yiddish della vecchia Europa e al jazz nero di Scott Joplin adattate da Alessandro Panatteri

eseguite dal vivo da
Alessandro Panatteri, piano – Andy Bartolucci, batteria – Simone Salza, clarinetto

scene Emanuele Luzzati riprese da Francesco Bottai
costumi Lorenzo Cutuli, movimenti coreografici Carla Ferraro

regia Maurizio Scaparro
regista assistente Ferdinando Ceriani

organizzazione generale Melina Balsamo

durata della rappresentazione 80’ circa, senza intervallo
«Quando il sedicenne Karl Rossmann, mandato in America dai suoi poveri genitori perché una cameriera l’aveva sedotto e aveva avuto un figlio da lui, entrò con la nave a velocità ridotta nel porto di New York, vide la Statua della Libertà, che già stava contemplando da tempo, come immersa in una luce d’un tratto più intensa. Il braccio con la spada sembrava essersi appena alzato, e attorno alla sua figura spiravano liberi i venti»
Così ha inizio l’incompiuto romanzo Amerika di Franz Kafka scritto giusto cento anni fa, tra il 1911 e il 1914, e pubblicato postumo nel 1927.

Karl Rossmann, giovane ebreo europeo, viene inviato in America come un pacco postale per sfuggire ad uno scandalo che lo vede coinvolto con una domestica; deve raggiungere lo zio Jacob, un autentico “zio d’America” affinché gli trovi un lavoro e una sistemazione. Lo spettacolo, diretto da Maurizio Scaparro (che già nel 2000 aveva avuto una prima fortunata edizione), racconta, attraverso vari quadri, la storia di un ragazzo boemo che va in America, incontra un fuochista tedesco, fa un pezzo di strada con un disoccupato irlandese e uno francese, ha come compagno di lavoro un ragazzo italiano.
Nell’adattamento di Fausto Malcovati e con la complicità della musica jazz di Scott Joplin, Scaparro ripercorre così la storia e le tribolazioni dell’emigrante Rossmann, del suo viaggio nel Nuovo Mondo, della sua vita errante in cerca di un benessere che sembra sempre a portata di mano ma che rimane inafferrabile (il sogno americano?).
L’America, nella visione fantastica ma sorprendentemente profetica di Kafka, non necessariamente deve avere a che fare con l’America reale, tuttavia ne rivela già i suoi mali, le sue contraddizioni, ma anche la sua dirompente vitalità.
Lo spettacolo viene proposto in questa stagione ed è stato presentato con grande successo al Napoli Teatro Festival Italia anche in occasione del semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea, per richiamare l’attenzione su argomenti sempre più attuali quali l’emarginazione, la diversità e la condizione dell’emigrante in un mondo dove i flussi migratori sono sempre più massicci e spesso drammatici, dove l’intolleranza affiora, sempre più dura, accanto all’accettazione.
Note di regia di Maurizio Scaparro:
Kafka, Scaparro e l’Europa delle diversità a cura di Fausto Malcovati

Bisognerà pur scrivere, un giorno o l’altro, la storia delle riduzione teatrali a cui Maurizio Scaparro ha messo mano: tutte singolari, riuscite, attualissime. È certo il caso di Amerika, a cui ho cominciato a lavorare con Maurizio nella prima edizione e che rinasce oggi alla vigilia della Presidenza Italiana dell’Unione Europea, mentre per anni America ed Europa si sono trovate a riflettere, anche inutilmente, sulle proprie origini, sulla propria storia, sui propri malesseri. Mentre lavoravo con Maurizio mi venivano in mente almeno altri due titoli di suoi spettacoli, che qui vanno comunque ricordati: Don Chisciotte e Memorie di Adriano.
Don Chisciotte aveva come sottotitolo Frammenti di un discorso teatrale, (che mi serve per proseguire il mio discorso). Si, anche Amerika avrebbe potuto avere lo stesso sottotitolo: anche perché il romanzo stesso di Kafka non è compiuto, è una serie di capitoli, di frammenti. E questo credo sia stato uno dei motivi che ha attirato Maurizio.
È curioso osservare come l’occhio e l’orecchio di Maurizio lavorano di fronte a un testo: curioso soprattutto per uno come me, che della lettura ha fatto un mestiere, e che ritiene (almeno fino all’incontro con Maurizio) di averlo svolto con soddisfazione. Maurizio mi ha insegnato molte cose che mi hanno inizialmente del tutto spiazzato.
Il primo livello, quello iniziale, di base, mi è abbastanza familiare: si tratta di decidere quello che si vuole far dire oggi a un dato testo. E questo Maurizio lo ha chiarissimo fin dai primi passi. È lapidario nel mettere a fuoco le linee su cui vuole orientare lo spettacolo. Qui, nella nostra Amerika, ce n’erano tre, nate, credo, contemporaneamente nel vulcanico cervello di Maurizio.
Anzitutto Amerika è un testo visionario: Kafka, come si sa, non è mai stato in America, dunque tutto quello che dell’America vede, racconta, descrive è tutto frutto della sua fantasia, a cominciare dalla spada che la Statua della Libertà brandisce nella prima pagina del romanzo e che, come si sa, non esiste. Prima linea: l’America come un grande sogno kafkiano, come l’allegoria di un mondo che non necessariamente deve avere a che fare con l’America reale.
Seconda linea, legata in modo indissolubile alla prima a quella visionaria: l’emarginazione, la diversità, la condizione dell’emigrante. Maurizio me l’ha subito posta di fronte come chiave dello spettacolo all’inizio del nostro lavoro.
E ancora di più oggi, in un’Europa dove i flussi migratori sono sempre più massicci e spesso drammatici, dove l’intolleranza affiora sempre più dura accanto all’accettazione, ecco uno spettacolo dove un ragazzo boemo va in America, incontra un fuochista tedesco, fa un pezzo di strada con un disoccupato irlandese e uno francese, ha come compagno di lavoro un ragazzo italiano.
Maurizio teneva molto a questa linea, voleva addirittura che ogni personaggio dicesse qualcosa nella sua lingua (anzitutto, il tedesco di Karl, ma anche il francese, l’inglese e l’italiano); voleva che questa sua America fosse una sorta di Torre di Babele, che è poi la direzione verso cui si è mosso.
La terza linea, la più sorprendente, quella in cui mi trovavo meno a mio agio, è quella musicale: qui Maurizio ha sfoderato tutto il suo istinto teatrale, il suo infallibile fiuto da uomo del palcoscenico. Nella sua prassi registica, credo, c’è un’incessante koinè di linguaggi (spaziale e scenografico, gestuale e vocale, musicale), ciascuno dei quali non può fare a meno dell’altro, ciascuno dei quali condiziona e stimola l’altro.
Mentre leggeva le pagine di Amerika, nel suo cervello pullulavano le associazioni musicali, gli si disegnavano continue proposte per una possibile colonna musicale. Di fronte alla mia stupefatta reticenza professorale, con una sicurezza un po’ divertita e perfino un po’ spudorata, mi diceva: qui penso a un pezzo di rag – time, qui ci vuole assolutamente una vecchia canzone boema, qui bisogna trovare una nenia ebraica, qui invece una marcia militare.
In un primo momento ho pensato: ma questa è pura follia, come si può unire il cupo discorso kafkiano, tutto centrato sulla sopraffazione e sulla frustrazione, con il rag – time?
Invece, nonostante le mie iniziali perplessità (i salti nel buio, nella vita come nel lavoro, mi hanno fatto sempre una gran paura), mi son reso conto che Maurizio aveva ragione, che l’elemento musicale doveva esserci, che questa terza linea doveva mescolarsi alle altre due, la visionaria e la sociale: diventava anzi un elemento indispensabile al collegamento, alla mediazione.
Vorrei aggiungere un’altra nota al metodo di lavoro di Maurizio: la suggestione che su di lui esercita la parola. Come già nelle precedenti esperienze di riduzioni teatrali di testi narrativi, Maurizio vuole nei confronti dell’originale massimo rigore e rispetto.
Non si riscrive Kafka, non si inventano battute diverse da quelle esistenti: dove c’è materiale dialogico dell’autore, lo si deve conservare e utilizzare al massimo.
E tuttavia per la parola dell’autore Maurizio ha una sensibilità tutta speciale: ci sono frasi, battute che afferra, lascia risuonare dentro e su cui poi costruisce una proposta di lettura del tutto originale. Mi è capitato molte volte, nel corso del lavoro insieme, di sentirmi dire: guarda che Karl a tale pagina dice questo, tienine conto, oppure non dimenticare che la cuoca a pagina tale guarda una fotografia, è importante.
Così Maurizio mi ha condotto per mano, nel suo modo apparentemente distratto, casuale, in realtà assolutamente rigoroso e coerente, attraverso suggestioni che mescolano il testo kafkiano con la sua sensibilità e responsabilità registica, verso scelte precise, verso lo spettacolo che si costruiva sul palcoscenico del Piccolo Eliseo e che ora nel 2014 (a cento anni esatti dalla nascita di questo testo incompiuto) riparte da Napoli per l’Italia e l’Europa.
Parlavo prima di koinè di linguaggi: prima ancora che io mettessi mano ai primi abbozzi di copione, già Maurizio sapeva come voleva che cominciasse lo spettacolo e mi descriveva lo stupore di Karl di fronte alla Statua della Libertà, mi faceva sentire gli odori e gli umori del porto di New York, mi guidava all’interno della nave piena di emigranti in cui si perde Karl, vedeva sbucare da una porta scura il rozzo fuochista dall’accento tedesco.
E mi raccomandava il “tema” della fotografia, che è poi quello del ricordo, del passato boemo ed ebraico del protagonista, il “tema” del teatro, presente in Brunelda e in Oklahoma, il “tema” della scrivania americana, allusione, con le sue misteriose manovelle, i suoi infiniti scomparti, a tutti gli attuali marchingegni della nuova tecnologia che avanza, altrettanto misteriosi (per me, almeno), e infine il “tema” del lungo viaggio verso Oklahoma, attraverso la grande America.
Come un veggente, che coglie con la sola imposizione delle mani il senso di un libro, così Maurizio ha visto, senza il bisogno di studi filologici, chiose, note e ricerche, quello che voleva far uscire dal testo. Da Amerika è uscito un discorso in cui Maurizio crede, e di cui abbiamo bisogno: un discorso contro tutte le discriminazioni, contro tutti i razzismi, contro tutte le violenze e gli ottusi autoritarismi.

Teatro Verdi di Salerno
Info 089662141
Da venerdì 6 a domenica 8 febbraio
feriali ore 21,00 – festivi ore 18,30

Momix, Planeta Momix, Duetto 2000
presentano

M O M I X

ALCHEMY
by Moses

Ad ispirare l’immaginazione del mago della danza è questa volta l’eterna ricerca dell’oro segreto che vive nel profondo della nostra essenza, rivelato solo dagli uomini capaci di scrutare il mondo con occhi creativi.
L’inesauribile Moses Pendleton la intitola “ALCHEMY”, che tratta dell’arte dell’alchimia, e dell’alchimia dell’arte. È uno spettacolo multimediale realizzato dai suoi superbi ballerini, un lavoro pieno di fantasia, di ironia, di bellezza, di mistero.
Nelle parole di W.B.Yeats trova spunto la più recente impresa del coreografo statunitense, fedele allo spirito di innovazione che da sempre accompagna la sua celebre compagnia, per accostare la costante ricerca della danza a quella degli “…innumerevoli alchimisti divini, che lavorassero continuamente a trasformare il piombo in oro, la stanchezza in estasi, i corpi in anime, la tenebra in Dio; e di fronte alla loro opera perfetta avvertii il peso della mia condizione di mortale, e invocai a gran voce, come tanti altri sognatori e letterati di questa nostra età hanno invocato, la nascita di quella raffinata bellezza spirituale che sola potrebbe sollevare e rapire anime gravate di tanti sogni.”
Miscelando le sostanze base nei loro alambicchi e nelle loro fornaci, gli antichi alchimisti cercavano l’elisir di lunga vita o la formula dell’oro. Proprio così Pendleton, che in Bothanica ci trasportava in un meraviglioso viaggio attraverso le stagioni dell’anno, in “ALCHEMY” ci svela i segreti dei quattro elementi primordiali – terra, aria, fuoco, acqua – per creare uno spettacolo che sprigiona arcane suggestioni e ci attira in una dimensione surreale.
È l’incantesimo MOMIX, al culmine della magia, con Moses Pendleton «Mago dei Maghi». Gli alchimisti non lavoravano da soli; evocavano gli spiriti, perchè li aiutassero nei loro riti segreti. Allo stesso modo si dispiega il processo creativo di “ALCHEMY”, con gli «apprendisti – stregoni» MOMIX ad assistere e supportare Pendleton nel percorso.
Riusciranno a trovare la formula dell’elisir? Creeranno l’oro?
Certamente, per chi crede nell’arte dell’illusione e nell’illusione dell’arte.
Una cosa è certa: dopo “ALCHEMY” nessuno sarà uguale a prima!
…questa è la promessa alchemica di Moses Pendleton …
Teatro Di Costanzo-Mattiello di Pompei
info 0818577725 – 3337361628
da venerdì 6 a domenica 8 febbraio
(feriali ore 20.30 – festivi ore 18.30)

L’Associazione culturale La Pirandelliana
in coproduzione con
Diana OR.I.S.
presenta

Gianfelice Imparato, Giovanni Esposito
Valerio Santoro, Antonia Truppo
in

Uomo e Galantuomo
di Eduardo De Filippo

con
Alessandra Borgia, Lia Zinno, Gennaro Di Biase,
Roberta Misticone, Giancarlo Cosentino, Fabrizio La Marca
scene Aldo Buti, costumi Valentina Fucci
Luci Adriano Pisi, Musiche Riccardo Eberspacher

regia Alessandro D’Alatri

Note di regia

“Io scrivo per tutti, ricchi, poveri, operai, professionisti… tutti, tutti! Belli, brutti, cattivi, buoni, egoisti. Quando il sipario si apre sul primo atto d’una mia commedia, ogni spettatore deve potervi trovare una cosa che gli interessa”.
Eduardo De Filippo si descriveva così parlando del suo lavoro. La lessi ancora ragazzo e mi rimase impressa nel cuore. Ma l’ho sentita ancor più forte quando è nata l’opportunità di poter allestire Uomo e galantuomo. Tutto è nato durante le pause di lavoro di “Tante belle cose” quando in cerca di uno spazio fumatori mi ritrovavo clandestino assieme a Gianfelice Imparato. L’affetto, la stima, il divertimento che mi procurava la sua “napoletaneità” stavano gettando le basi per farmi abbracciare da vicino Eduardo. Valerio Santoro, giovane e meritevole produttore, intuì e agì.
Il mio legame con Eduardo si perde nell’infanzia: ancora bambino, di famiglia umile, ricordo che un giorno alla settimana, quando la televisione italiana era tutta un’altra cosa, veniva programmato il teatro.
Tra le mie opere preferite c’erano quelle di Eduardo e per questo avevo il permesso di andare a letto più tardi del solito. Le ricordo in bianco e nero e, a differenza del teatro dal vero, con i primi piani degli attori. Tra tutti, per espressività e capacità interpretativa, mi colpiva l’intensità di Eduardo. Riusciva a divertirmi facendomi credere ai drammi che stava interpretando. Una vera magia.
E’ con questo rispetto che mi sono avvicinato alla regia di Uomo e galantuomo. Un testo giovanile (1922) classificato spesso come farsa. Una definizione che ho sempre sentito stretta. Infatti, seppure caratterizzata da una ricca serie di battute ed episodi irresistibilmente comici, nella commedia emergono una gran quantità di contraddizioni tra l’apparire e l’essere della borghesia contro il dramma proletario di chi ogni giorno affronta la sopravvivenza. Falso perbenismo contro tragedia. Onore da salvare contro fame. E in tutto questo dov’è l’uomo e dove il galantuomo?
Ecco perché considero Uomo e galantuomo una commedia di altissimo livello, forse la più divertente, ma che sicuramente segnò per Eduardo il passaggio dalla farsa al teatro di prosa. E guarda caso al centro della commedia c’è proprio il teatro: una scalcagnata compagnia, nominatasi “L’eclettica” (proprio perché non pone limiti alle proprie attitudini artistiche), porta in scena in una località turistica balneare “Malanova” di Libero Bovio. Attraverso il classico meccanismo della commedia degli equivoci, si scatena così il teatro nel teatro, la follia tra farsa e dramma evocando sapori pirandelliani. Ma si respirano anche profumi di Goldoni, di Skakespeare, e forse anche un po’ di quel teatro dell’assurdo che va da Osborne a Beckett a Jonesco.
L’assenza di talento e l’improvvisazione della compagnia fanno infatti da contrappasso ai drammi borghesi interpretati invece con talento e una vena di follia. Sullo stesso palcoscenico della vita saranno più attori i benestanti, i cui sforzi mirano ad interpretare ruoli d’apparenza che i veri commedianti protesi, senza alcuna esigenza interpretativa, soltanto a sopravvivere al quotidiano.
C’è tutto questo nel mio progetto di regia.
C’è il rispetto per l’imponenza di una figura che considero un protagonista del teatro del novecento che invoca di essere affrontato con il giusto rigore che merita. Lo spazio scenico viene riempito dalle anime di quegli esseri umani mentre l’allestimento è cornice che le libera dal realismo per ricondurre la drammaturgia al centro della rappresentazione. E’ ovvio che si ride molto, ma con quel rigore di cui Eduardo si è fatto ambasciatore della sua arte nella storia.
Un’ultima cosa. Napoli e la sua lingua. Non starò qui ad elencare tutte le profonde radici che mi legano a quella città. Ma Napoli è un luogo che o lo contieni o è difficile da raccontare. Aspettavo da tempo questo appuntamento artistico con lei, con la sua lingua, con la sua ironia, a volte apparentemente eccessiva, ma così densa di umanità e poesia da renderla ogni volta “teatro”.

Alessandro D’Alatri

Teatro La Provvidenza di Vallo Della Lucania
info 0974717089
Venerdì 6 febbraio ore 21.00

Teatro Umberto di Nola
info 0818231622
Sabato 7 febbraio ore 21.00

ENFI Produzione
presenta

Carlo Buccirosso
in

Una famiglia quasi perfetta!
scritto e diretto da Carlo Buccirosso

con
Rosalia Porcaro
Gino Monteleone, Davide Marotta, Tilde De Spirito
Peppe Miale, Fiorella Zullo, Giordano Bassetti
In una piacevole e tranquilla villetta residenziale, una pacifica famigliola, lui affermato psicologo, lei insoddisfatta casalinga, sembrano vivere in apparente armonia assieme al loro figlioletto, adottato sin dall’età di sei anni, e che ora appare come il loro principale punto di riferimento, fin quando un giorno, un inaspettato evento arriverà a turbare la pace della loro esistenza: il padre naturale dell’amato e coccolato pargolo, che piomba nel tepore delle mura della casa a recriminare la paternità di suo figlio!
Sembra una normale vicenda legata alle difficoltà che l’adozione di un figlio a volte può arrecare, ma il disordine legislativo, la mancanza di una quotidiana tutela del cittadino, unite alla presunzione di convenienza che ormai regna nel nostro “bel paese”, e cioè che tutti siamo colpevoli di tutto, salvo prova contraria, porteranno gli eventi sul precipizio di una normale tragedia quotidiana, cui la nostra spietata battaglia esistenziale ci ha ormai tristemente abituati…

Carlo Buccirosso

Teatro Delle Rose, Piano Di Sorrento
info 0818786165
Venerdì 6 febbraio ore 21.00

Nuovaluna Produzioni
presenta

America
Il musical
di Guido Cataldo e Simone Sibillano

con
Simone Sibillano,
Valeria Monetti,
Chiara Materassi

e con (in ordine alfabetico)
Giorgia Arena,
Angelo Barone,
Jacopo Bruno
Nico Colucci,
Annalisa D’Ambrosio,
Paola Fareri
Antonella Giuliani,
Arianna Logreco,
Mario Moretti
Luigi Nardiello,
Stefania Paternò,
Paky Vicenti,
Claudio Zanelli

musiche Guido Cataldo

regia Simone Sibillano

direzione musicale Guido Cataldo
Lo Spettacolo narra dell’emigrazione italiana agli inizi del ‘900.
La trama dell’opera è ispirata al viaggio che il musicista Bartolomeo Cataldo, nonno di Guido, nel 1912 realmente intraprese alla volta di un’America tanto lontana quanto ideale, in cerca di lavoro e di futuro.

Insieme a Bartolomeo, un gruppo di futuri emigranti del Sud Italia prende la drammatica decisione di partire.
Nell’epico viaggio che essi affrontano con coraggio, sono idealmente accompagnati da Madre Cabrini, figura eccezionale che, per la sua opera di assistenza ai nostri connazionali, nel 1946 verrà poi proclamata Santa e protettrice degli emigranti.
Le storie dei diversi personaggi, ciascuno con un proprio passato e un personale bisogno di futuro, si intrecciano come la trama di un unico tessuto, infatti, spinto dalle proprie ragioni, ciascuno di essi, stregato dal dolce canto ammaliatore della sirena America, arriva al porto di Napoli, insieme alla propria valigia carica di sogni e di speranze.
Approdati ad Ellis Island, piccola isola della baia di New York, filtro per l’America, sono ad attenderli estenuanti interrogatori e minuziose visite mediche ma, una volta sbarcati in terra americana, il sogno lascia spazio ad una realtà dura e complessa, distante dall’illusione di un ritrovato paradiso: lo smistamento all’arrivo, l’impiego forzato come bassa manovalanza, gli alienanti ritmi della grande città stringono i protagonisti nella morsa schiacciante di una impossibilità senza via di scampo.
Eppure con determinazione, cooperazione, talento e speranza mai sopita, riusciranno a conquistare quella vita così ardentemente sognata al di là del mare, sebbene non a tutti l’America riserverà un lieto fine.
America tocca i temi scottanti dell’emigrazione, della violenza sulle donne, dell’ omosessualità, della disoccupazione giovanile, dell’adozione e della discriminazione sociale, temi che, a distanza di un secolo, ancora oggi risultano di un’attualità sorprendente.

Teatro Carlo Gesualdo di Avellino
info 0825771620
Sabato 7, ore 21.00, e domenica 8 febbraio, ore 18.30

BEA
presenta

Antonio Albanese
in

Personaggi
testi di Antonio Albanese, Michele Serra, Piero Guerrera

regia di Giampiero Solari

Lo spettacolo Personaggi nel corso del tempo si arricchisce delle nuove maschere create da Antonio Albanese, divenendo la summa dei suoi spettacoli teatrali. Che cosa hanno in comune i mille volti con i quali Antonio Albanese racconta il presente? L’umanità. La realtà diventa teatro attraverso Epifanio, L’Ottimista, il Sommelier, Cetto La Qualunque, Alex Drastico e Perego, maschere e insieme prototipi della nostra società, visi conosciuti che si ritrovano nel vicino di casa, nell’amico del cuore, in noi stessi.
Lo spettacolo Personaggi riunisce alcuni tra i volti creati da Antonio Albanese: dall’immigrato che non riesce a inserirsi al Nord, all’imprenditore che lavora 16 ore al giorno, dal sommelier serafico nel decantare il vino, al candidato politico poco onesto, dal visionario Ottimista “abitante di un mondo perfetto” al tenero Epifanio e i suoi sogni internazionali.
Personaggi appunto che in questi anni abbiamo imparato a conoscere e ad amare, dove la nevrosi, l’alienazione, il soliloquio nei rapporti umani e lo scardinamento affettivo della famiglia, l’ottimismo insensato e il vuoto ideologico contribuiscono a tessere la trama scritta da Michele Serra e Antonio Albanese.
In scena uomini del Sud e del Nord, uomini alti e bassi, grassi e magri, ricchi e poveri, ottimisti e qualunquisti. Maschere irriverenti e grottesche specchio di una realtà guardata con occhio attento a carpirne i difetti, le abitudini e i tic.
Una galleria di anti-eroi che svelano un mondo fatto di ossessioni, paure, deliri di onnipotenza e scorciatoie, ma dove alla fine anche la poesia trova posto.
Un recital che racconta, con corrosiva comicità e ritmo serrato, un mondo popolato da personaggi tipici del nostro tempo, dal pensiero contemporaneo interpretato con dirompente fisicità.

“Vorrei che dopo un mio spettacolo tutti si sentissero un po’ meno soli, un po’ più allegri, un po’ più forti, vorrei abbracciarli tutti. La risata è un abbraccio, un bisogno che ci sarà sempre.”

Antonio Albanese

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