Briciole di cultura: Il Decameron di Giovanni Boccaccio

Decameron

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J. W. Waterhouse, “A Tale From Decameron”, 1916

Il Decameron di Giovanni Boccaccio è una raccolta di cento novelle raccontate da dieci giovani novellatori (tre ragazzi e sette ragazze) nell’arco di dieci giornate, che danno il titolo all’opera. Le novelle sono inserite in una cornice narrativa che prende spunto dall’epidemia di peste scoppiata a Firenze nel 1348, per sfuggire alla quale i dieci giovani decidono di soggiornare per due settimane in due residenze nel contado, dove trascorrono il tempo tra balli, canti e il racconto delle novelle. Ogni giornata ha un re o una regina eletta a turno tra i novellatori, che decide il tema delle novelle che dovranno essere raccontate, mentre alla fine viene intonata una ballata e si sceglie il re della giornata seguente. I temi comprendono l’elogio della fortuna e dell’intraprendenza mercantile, gli amori infelici e gioiosi, le beffe, gli esempi di magnificenza e cortesia, mentre alcune giornate (I e IX) sono a tema libero e uno dei novellatori, Dioneo, non si attiene mai al tema proposto. Il libro, scritto da Boccaccio negli anni 1349-51, è una grande celebrazione dei valori laici e terreni della vita quali venivano delineandosi nella prima metà del Trecento, con scarso interesse per le tematiche religiose verso le quali, anzi, c’è più di un tono dissacrante; Boccaccio si dimostra autore assai più moderno di Dante e vicino alla mentalità pre-umanista di Petrarca, nonostante i dubbi religiosi degli ultimi anni. Le novelle esaltano il mondo mercantile e comunale, ma anche la vita cortese e aristocratica dei nobili, il gusto della beffa e l’arte della parola tipicamente toscana, e molte di esse colpiscono in modo impietoso la corruzione ecclesiastica, mettendo anche in discussione alcuni elementi della morale cristiana (specie il celibato ecclesiastico, sottolineando polemicamente l’ipocrisia dei religiosi a riguardo). Tra i modelli del Decameron vi è certamente la tradizione in prosa della letteratura franco-provenzale, mentre la struttura a cornice del libro rimanda forse al Libro dei sette savi la cui redazione in toscano del XIII sec. è di derivazione francese e si rifà, pare, a un testo di origine orientale.


Un breve video di presentazione
dei temi e delle novelle
del “Decameron”
sul canale YouTube “Video Letteratura

Titolo, struttura, composizione


ImmagineMs. del Decameron (XV sec.)

Boccaccio si dedicò alla stesura dell’opera negli anni 1349-1351, subito dopo l’epidemia di peste che sconvolse Firenze e che dà inizio alla narrazione nella cornice, costituendo in un certo senso la giustificazione delle novelle; il titolo dell’opera significa letteralmente “dieci giornate” e si rifà secondo un’etimologia greca all’Hexameron, testo di Sant’Ambrogio sui sei giorni della Creazione. Il libro si riallaccia alla tradizione della prosa narrativa del Duecento e ha un precedente immediato nel Novellino, scritto anch’esso in volgare fiorentino, anche se il Decameron inserisce le novelle in un racconto di “cornice” (i dieci giovani che lasciano Firenze in seguito alla peste e raccontano a turno le novelle) che sembra ispirarsi alla novellistica orientale, certamente al Libro dei sette savi e forse alle Mille e una notte, che potevano essere note all’autore attraverso volgarizzamenti. Boccaccio immagina che nella Firenze sconvolta dall’epidemia di peste sette giovani nobildonne, di età compresa tra 18 e 28 anni, si incontrino una mattina nella chiesa di S. Maria Novella e decidano di lasciare la città per rifugiarsi nella residenza di campagna di una di loro, non tanto per sfuggire al contagio quanto per ricostruire i rapporti sociali che la morìa ha disgregato; si uniscono a loro altri tre giovani e la mattina seguente (mercoledì) i dieci ragazzi raggiungono il contado, dove stabiliscono di passare il tempo con occupazioni piacevoli e, soprattutto, di narrare a turno ogni giorno dieci novelle per dieci giornate, fino a un totale di cento novelle. Ogni giorno viene eletto uno dei giovani come re o regina, allo scopo di stabilire le attività da svolgere e fissare il tema delle novelle del giorno seguente, cui tutti si dovranno attenere; l’unico tra loro cui viene permesso di non attenersi al tema prescelto e di narrare sempre per ultimo è Dioneo, il più spregiudicato e ironico dei giovani che narrerà quasi sempre racconti di carattere erotico e licenzioso (è il cosiddetto “privilegio di Dioneo”). La prima giornata è a tema libero, per l’impossibilità di stabilire l’argomento delle novelle, e così pure la nona. I dieci novellatori si succedono nelle varie giornate in un ordine sempre diverso e senza seguire uno schema preciso, anche se come detto Dioneo narra sempre per ultimo (tranne nella prima giornata) e il re/regina narra sempre per penultimo. Ecco uno schema riassuntivo delle giornate, con l’indicazione delle novelle più significative per ciascuna di esse:


Giornata

1ª Giornata

2ª Giornata

3ª Giornata

4ª Giornata

5ª Giornata

6ª Giornata

7ª Giornata

8ª Giornata

9ª Giornata

10ª Giornata

Re / regina

Pampinea

Filomena

Neifile

Filostrato

Fiammetta

Elissa

Dioneo

Lauretta

Emilia

Panfilo

Tema

Libero

Il potere della fortuna

Il potere dell’ingegno

Amori infelici

Amori felici

Motti di spirito e risposte argute

Beffe delle mogli ai mariti

Beffe di qualunque tipo

Libero

Esempi di liberalità

I dieci giovani si trattengono fuori città per due settimane in tutto, da mercoledì a martedì, e si dedicano al racconto delle novelle tutti i giorni tranne il venerdì (consacrato alla morte di Cristo) e il sabato (dedicato alla pulizia e all’igiene personale), dunque le giornate complessive in cui si narrano le novelle sono dieci. Nella terza Giornata (domenica) i dieci si spostano in un’altra residenza rustica di uno di loro, mentre le novelle della settima Giornata (giovedì) vengono narrate nella Valle delle Donne. Il libro si apre con un Proemio in cui Boccaccio dedica l’opera alle donne, quindi ogni Giornata è preceduta da un’Introduzione e chiusa da una Conclusione, nella quale i giovani cantano una ballata e decidono il re/regina del giorno seguente; l’Introduzione alla prima Giornata contiene il racconto della peste e l’incontro dei dieci giovani in chiesa, quella alla quarta contiene invece l’autodifesa dell’autore e la cosiddetta “Novella delle papere” (si veda oltre). Il libro è chiuso da una Conclusione dell’autore, in cui c’è una nuova autodifesa per i temi scabrosi toccati e un’accusa all’ipocrisia dei religiosi. Alla fine dell’opera i dieci novellatori tornano a Firenze e non ci viene detto quale sarà poi il loro destino.

I dieci novellatori


ImmagineF.X. Winterhalter, “Decameron” (1837)

Boccaccio affida la narrazione delle novelle a dieci personaggi di fantasia, sette ragazze e tre ragazzi fiorentini appartenenti a nobili famiglie i cui nomi veri non vengono rivelati e che vengono perciò chiamati con nomi fittizi, alcuni dei quali “parlanti” e allusivi delle loro caratteristiche umane e psicologiche (in base a pseudo-etimologie greche), oppure che si rifanno a personaggi classici e letterari. Le sette ragazze, di età compresa fra 18 e 28 anni, vengono chiamate Pampinea, Filomena, Neìfile, Fiammetta, Elissa, Lauretta ed Emilia e fra loro Pampinea è detta essere la più grande e saggia, inoltre è colei che propone alle altre di lasciare Firenze e di spostarsi in campagna per sfuggire l’orribile spettacolo della peste; fra le altre, Neìfile è la più giovane e il suo nome vorrebbe dire “nuova d’amore” (inesperta di cose amorose), ed è lei a proporre sia di sospendere il racconto delle novelle il venerdì e il sabato, sia di trasferirsi nella nuova residenza la domenica successiva. Fiammetta ricorda nel nome la donna amata da Boccaccio, che ricorre in molte altre opere giovanili (specie nella Elegia), mentre Elissa ha il nome fenicio di Didone e dunque rappresenta l’innamorata infelice; Emilia ha lo stesso nome della protagonista del Teseida. I tre giovani si chiamano invece Filostrato, Dioneo e Panfilo, di cui ci viene detto che sono innamorati di tre delle sette ragazze della brigata, senza tuttavia precisare chi siano: il primo rappresenta l’amante infelice e infatti il suo nome vorrebbe dire “vinto da amore” (la stessa falsa etimologia greca del poemetto omonimo), mentre Dioneo è il “buffone della compagnia” sempre pronto alla battuta mordace e spregiudicata (il nome allude a Dione, la mitica madre di Venere), e infatti ottiene da Filomena il privilegio di narrare sempre per ultimo e senza attenersi al tema stabilito, inoltre le sue novelle saranno quasi sempre a sfondo erotico e con un’intonazione comica. Panfilo è invece il personaggio nobile e di alti sentimenti, tutto ripieno di amore (secondo l’etimologia del nome, che si rifà al protagonista maschile dell’Elegia di Madonna Fiammetta e vuol essere l’alter ego dell’autore stesso) e infatti proporrà come tema dell’ultima giornata gli esempi di liberalità e munificenza, con novelle che avranno come protagonisti personaggi nobili e altolocati.
I dieci novellatori formano una sorta di “allegra brigata” sull’esempio di quelle che specialmente a Firenze e in Toscana caratterizzavano l’ideale di vita cortese, infatti la loro fuga dalla città appestata non ha tanto come scopo quello di evitare il contagio (che infuria altrettanto violento nelle campagne), ma piuttosto quello di ricostituire quel tessuto sociale che la peste ha spazzato via attraverso un periodo di serena convivenza basato su leggi e regole stabilite di comune accordo, dunque con una risposta terrena e laica allo spettacolo penoso e terribile della peste (sul punto si veda oltre). La loro voce narrante racconta le novelle, anche se è evidente che ad essa si sovrappone spesso quella dell’autore e che, al di là dell’artificio letterario, questi personaggi non hanno autonomia narrativa e tranne alcuni di loro non possiedono una spiccata personalità, costituendo cioè solo il pretesto per il racconto delle novelle stesse.

La descrizione della peste


ImmagineLa peste del 1348 (min. XV sec.)

L’Introduzione alla prima Giornata si apre con la descrizione dell’epidemia di peste che nel 1348 spopolò Firenze, definita dall’autore “orrido cominciamento” e che fornirà poi la giustificazione delle novelle con l’incontro dei dieci giovani nella chiesa di S. Maria Novella, mentre in città infuria il contagio: l’atteggiamento di Boccaccio di fronte all’epidemia è di sbigottimento attonito ed egli è incerto se attribuire la tragedia a una “operazione de’ corpi superiori” (a un influsso astrale, secondo le credenze del Medioevo) o alla “giusta ira di Dio” come punizione per i peccati degli uomini, rivelando già in questo un pensiero “laico” che si differenzia dalla visione degli scrittori dell’età precedente.  Ciò che soprattutto colpisce Boccaccio non è solo il numero spaventoso di vittime della morìa, quanto il fatto che la peste ha sconvolto il normale assetto sociale e civile della città, facendola piombare nell’anarchia e nel disordine (poiché “era a ciascuno licito quanto a grado gli era d’adoperare”), mentre il timore del contagio induce persino i padri e le madri a “schifare” i loro figli ammalati e la necessità di cure obbliga le donne a farsi assistere da uomini estranei, in spregio delle più elementari norme del decoro e della pudicizia. Di fronte a questo triste spettacolo e al disgregarsi di una comunità sociale governata da regole e ordine, la risposta dei dieci giovani che si allontanano dalla città è appunto di tipo “laico” e non religioso, poiché i ragazzi intendono non già sfuggire l’epidemia (l’autore anzi ricorda che nel contado la peste infuria come in città e i “lavoratori miseri e poveri… quasi come bestie morieno”), ma piuttosto ricreare con la loro brigata una piccola società in miniatura retta da regole basate sul decoro, opponendosi in questo modo all’abbrutimento cui devono assistere quotidianamente a Firenze e dimenticando, anche se solo per pochi giorni, la tragedia che ha causato loro anche molti lutti familiari. Da questo punto di vista l’elemento religioso non è affatto negato o vilipeso, come è parso ad alcuni commentatori, ma semplicemente relegato in una dimensione ultraterrena che è “altra” rispetto a quella terrena e mondana del libro, che descrive e celebra i vari aspetti della vita materiale dell’uomo (il mondo dei mercanti, la fortuna come casualità, l’eros…) non negando il giudizio divino o la punizione che potrà toccare ai fedeli nell’Aldilà, ma semplicemente rimandando tutto ciò al momento della morte e invitando i lettori a godere del momento presente, con una prospettiva già decisamente pre-umanistica. In questo senso vanno considerati i riferimenti strutturali alla Commedia dantesca, dal momento che la peste si può paragonare alla “selva oscura” in cui Dante si smarrisce all’inizio del poema (che è formato inoltre da cento canti quante sono le novelle del Decameron), salvo che il poeta del Duecento intraprendeva un percorso di purificazione morale dal significato religioso, mentre la risposta fornita da Boccaccio alla tragedia incomprensibile della peste è appunto di tipo laico, basata sui valori sociali della nobiltà e della cortesia. Alcuni studiosi hanno inoltre evidenziato il carattere “carnevalesco” della brigata di giovani con la loro fuga da Firenze, poiché essi operano una sorta di “rovesciamento” della realtà dedicandosi ad attività piacevoli nel mezzo della calamità, mentre l’elezione dei re e delle regine rimanda proprio ai riti del carnevale in cui per pochi giorni ci si può scordare delle avversità della vita, salvo poi tornare alla consueta realtà sociale di tutti i giorni (e infatti anche i dieci novellatori, al termine delle due settimane, tornano nella città appestata e non sappiamo quale sarà in seguito il loro destino).

Ingegno e fortuna: il mondo dei mercanti


ImmagineLa novella di Landolfo (ms. XV sec.)

La modernità del Decameron emerge in molti temi toccati nelle novelle, a cominciare dalla rivalutazione della figura del mercante che nella letteratura del Duecento era spesso mal giudicato e accusato di arricchirsi secondo un diffuso pregiudizio religioso (tale condanna è presente anche in Dante, che in Inf., XVI attribuisce alla “gente nuova” e ai “sùbiti guadagni” la decadenza morale di Firenze), mentre per Boccaccio egli è il vero protagonista della società rinnovata del Trecento, colui che sfrutta doti quali l’industria e l’ingegno per procacciarsi il proprio guadagno, anche in modo illecito. È significativo che la qualità più importante attribuita al mercante sia proprio quella dell’astuzia, la capacità di approfittare delle situazioni favorevoli e anche all’occorrenza di prevalere su concorrenti meno abili, che sarebbe inconcepibile nella prospettiva religiosa di Dante, e fra le attività della “mercatura” viene fatta rientrare a sorpresa anche la pirateria, poiché spesso nelle novelle i protagonisti sono corsari nei cui riguardi non è pronunciata alcuna reale condanna (anzi, il protagonista della novella II, 4, Landolfo Rufolo, è proprio un mercante che si risolleva da un rovescio economico facendo il pirata, trovandosi alla fine del racconto ricco e felice). È evidente che questa nuova visione del mondo mercantile sia dovuta in gran parte alle origini borghesi di Boccaccio figlio di un mercante che faceva il banchiere d’affari, ma è segno anche della prospettiva nuova e moderna che divide l’autore del Decameron dagli scrittori precedenti, incapaci spesso di valutare i cambiamenti socio-economici in atto nel mondo trecentesco ed attaccati a un assetto ormai superato, come è certamente il caso di Dante nella Commedia e in altre opere. Legata a questo è anche la concezione della fortuna, che per Boccaccio non è più un’intelligenza angelica o l’espressione della volontà divina, come detto da Dante in Inf., VII, ma semplicemente il caso fortuito che può favorire o svantaggiare le persone nell’esercizio delle loro attività, per cui l’abilità del mercante o di altri personaggi consiste anche nell’approfittare delle situazioni favorevoli che casualmente si presentano loro, senza che dietro vi sia un disegno provvidenziale o alcunché che rimandi alla superiore volontà di Dio. Non a caso la seconda Giornata è proprio dedicata a storie di personaggi che, dopo iniziali rovesci, sono stati assistiti dalla fortuna e hanno raggiunto un lieto fine (come Andreuccio da Perugia, che è un mercante come altri protagonisti di queste novelle; ► VAI AL TESTO), mentre la terza narra vicende di uomini che, sfruttando il loro ingegno e la loro astuzia, hanno saputo procacciarsi il loro profitto, tra cui vi sono mercanti ma anche figure che col mondo mercantile non hanno nulla a che fare (come Masetto da Lamporecchio, il cui guadagno è di tipo sessuale; ► TESTO: Masetto da Lamporecchio). Tale visione della fortuna si rifà a quella del mondo classico e anticipa quella che sarà esposta dagli autori dell’Umanesimo e del Rinascimento, specie da Niccolò Machiavelli che al potere capriccioso della fortuna dedicherà ampi capitoli del Principe, mostrando come la sua visione non sia poi così dissimile da quella del grande narratore trecentesco.

La nuova morale dell’eros


ImmagineLa novella di Ghismunda (ms. XV sec.)

Nuova e scandalosa è anche la morale espressa da Boccaccio in ambito amoroso e soprattutto relativamente all’eros, che in quanto tale non solo non è affatto condannato o giudicato negativamente, ma anzi è riaffermato come qualcosa di assolutamente naturale e i cui istinti sono insopprimibili, per cui una gran parte delle novelle del libro hanno per protagonisti personaggi che danno libero sfogo ai propri desideri sessuali senza remore di tipo religioso o morale, spesso in contrasto con i codici sociali in uso nel Medioevo che, in questo contesto, vengono superati e dichiarati del tutto irrilevanti. Tale aspetto è chiarito nell’autodifesa dell’autore contenuta nell’Introduzione alla quarta Giornata, dove Boccaccio contesta le accuse di licenziosità che alcune novelle avevano mosso nei suoi confronti e argomenta le sue ragioni narrando la cosiddetta “Novella delle papere“, che rappresenta la centounesima della raccolta e, pur non essendo conclusa, spiega chiaramente come l’istinto amoroso sia connaturato all’essere umano e sfugga a norme repressive di carattere sia sociale sia religioso (► TESTO: La novella delle papere). Il tema è poi affrontato particolarmente nelle novelle della quarta e quinta Giornata dedicate rispettivamente agli amori infelici e felici, e soprattutto in quella che apre la quarta Giornata in cui Ghismunda, donna nobile rimasta vedova da un primo matrimonio, diventa l’amante di un valletto per soddisfare i propri desideri erotici e, scoperta dal padre, rivendica con orgoglio di fronte a lui il proprio diritto a una vita sessualmente appagata, anche al di là delle differenze sociali ed economiche che la separano dall’uomo cui si è legata sentimentalmente (► TESTO: Tancredi e Ghismunda). Se in questo caso l’adulterio non viene minimamente condannato e ha per protagonista una donna nobile e colta, presentata come un’eroina tragica, in altri casi le protagoniste di beffe erotiche ai danni degli ingenui mariti sono donne del popolo come Peronella (VII, 2), che rivendicano spesso il diritto ad essere soddisfatte là dove i coniugi non sembrano in grado di farlo (► TESTO: Peronella), rifacendosi quindi a una tradizione che risale alla poesia comica del Duecento dove la beffa erotica era oggetto di scherno e derisione (come in Rustico di Filippo e in Dante, mentre in Boccaccio la nuova visione dell’eros investe la stessa società nobile e diviene parte di una nuova prospettiva di vita).
L’autore sottolinea inoltre che l’esigenza di soddisfare le proprie esigenze sessuali vale ovviamente anche per i religiosi e critica duramente la regola del celibato ecclesiastico, affermando a più riprese che è ipocrita pensare che uomini e donne di Chiesa possano reprimere i propri istinti sessuali, per cui un buon numero di novelle del libro hanno per protagonisti ecclesiastici che intrecciano relazioni clandestine tra di loro e con laici, spesso raggiungendo i loro scopi attraverso inganni più o meno elaborati (come Masetto di Lamporecchio, che in III, 1 si finge muto e si introduce come lavorante in un monastero femminile, diventando in breve l’amante di tutte le monache inclusa la badessa; ► TESTO: Masetto da Lamporecchio). Molti di questi racconti hanno un risvolto decisamente comico, come quello della Badessa e le brache (IX, 2) in cui la superiora di un convento femminile, chiamata a giudicare una novizia sorpresa col suo amante laico, si presenta con in testa le mutande del prete con cui era a letto (► VAI AL TESTO), mentre in altre novelle l’inganno compiuto da un ecclesiastico viene condannato dall’autore, come nel caso di Frate Alberto (IV, 2) che si fa beffe di una sciocca nobildonna veneziana fingendosi l’arcangelo Gabriele per sedurla, ma poi viene scoperto e punito. Ovviamente questo discorso è parte della critica alla Chiesa che attraversa buona parte del Decameron, per cui si veda oltre.

La polemica contro la Chiesa


ImmagineLa novella di Ciappelletto (ms. XV sec.)

La critica alla Chiesa e alla sua corruzione è largamente presente nel Decameron, tuttavia il tema è affrontato in modo nuovo da Boccaccio rispetto alla tradizione della letteratura Due-Trecentesca e riguarda aspetti finora mai toccati dagli scrittori, a cominciare dalla polemica contro il celibato ecclesiastico e l’ipocrisia dei religiosi in campo sessuale (sul punto si veda sopra). Altro risvolto polemico è la critica al commercio delle reliquie e allo sfruttamento economico del culto dei santi, aspetto delicato che Boccaccio tocca in molti racconti a cominciare da quello proemiale di Ser Ciappelletto, un uomo dalla vita dissoluta morto però in odore di santità in seguito a una falsa confessione e venerato dal popolo che non conosce la sua vera vita, fatto accettato e alimentato dai frati del convento in cui è sepolto per il “ritorno economico” sotto forma di offerte ed elemosine (► TESTO: Ser Ciappelletto). In questo caso la critica non è rivolta all’ingenuità o all’ignoranza del popolo, ma piuttosto alla dabbenaggine del frate confessore che ha assolto Ciappelletto in punto di morte credendo alle sue menzogne, mentre viene detto che Dio esaudisce le preghiere dei fedeli guardando alla purezza della loro fede, anche quando lo invocano per mezzo di santi e intermediari indegni (la novella è paradossale, ma solo apparentemente irreligiosa e blasfema). Altra novella significativa a riguardo è quella di Frate Cipolla (VI, 10), un antoniano che gira di paese in paese esibendo delle false e assurde reliquie in cambio di offerte dai fedeli e che viene presentato come un simpatico ciarlatano con la benevolenza dell’autore (► TESTO: Frate Cipolla), mentre è evidente che ad essere criticata è la Chiesa che approfitta della credulità dei fedeli per arricchirsi facendo leva sulla superstizione e sul bisogno di “sacro” ancora molto diffuso nella società del Trecento.
Se in altre novelle la critica riguarda un tema classico come la corruzione e la simonia degli ecclesiastici, come in quella di Abraam Giudeo (I, 2) in cui un ebreo decide di convertirsi al Cristianesimo dopo aver visto la corruzione che regna nella Curia papale di Roma, in altre sembra prevalere quasi una sorta di “relativismo” religioso che pone i vari culti sullo stesso piano, come nella novella di Melchisedech (I, 3) in cui il protagonista risponde alla questione postagli dal Saladino circa la più vera delle tre religioni monoteiste (ebraica, cristiana, islamica) raccontando un saggio apologo e dimostrando che tutte e tre sono di pari dignità, purché sia puro il cuore di chi crede nei loro comandamenti. Il mondo islamico in realtà è spesso presentato da Boccaccio in una luce positiva e senza quella condanna presente in Dante o negli autori del XV-XVI sec., per cui ad es. il Saladino (X, 9) viene presentato come un magnifico e cortese signore intento a fare un viaggio sotto mentite spoglie in Italia, per vedere i preparativi della Crociata bandita contro di lui, mentre nella novella di Gerbino (IV, 4) il re di Tunisi stringe un patto cavalleresco con Guglielmo II di Sicilia quasi che i due fossero sovrani entrambi cristiani, e altrettanto magnanimo è anche il sultano d’Egitto che aiuta Zinevra nella novella di Bernabò e Ambrogiuolo (II, 9), punendo l’uomo che l’aveva diffamata e permettendole di tornare col marito in Occidente con una ricca donazione di gioielli e denaro. Il mondo islamico e orientale fa da sfondo a molte novelle del libro ed è quasi contrapposto a quello cristiano dominato da corruzione e ipocrisia, mentre non va scordato che di derivazione orientale sono gli argomenti di molti racconti del Decameron e che lo stesso schema della “cornice” sembra rifarsi a quello della novellistica araba, per cui non deve stupire che la polemica anti-ecclesiastica si intrecci alla presentazione positiva, se non proprio alla celebrazione, di quell’Islam che nei poemi epici del Rinascimento sarebbe poi diventato la minaccia da contrastare con la “guerra santa”, concetto del tutto assente nelle novelle di Boccaccio.

La figura femminile


ImmagineLa novella di Peronella (ms. XV sec.)

Anche la donna, al pari della figura del mercante, viene rivalutata e presentata in una luce nuova nelle novelle del Decameron, anche se l’autore qui non mostra quel carattere “rivoluzionario” che usa in altri temi e si tiene nel solco della precedente tradizione letteraria: Boccaccio è pur sempre autore del Trecento e la sua visione del mondo femminile non va molto al di là degli stereotipi della donna-angelo e di quella demone della letteratura medievale, il che non gli impedisce tuttavia di tratteggiare dei personaggi di alto livello come Ghismunda (IV, 1) che è presentata quale “eroina tragica” dotata di dignità e fierezza, nonché di rivendicare alle donne nuovi diritti in campo amoroso, in accordo con la nuova morale erotica che considera l’amore sensuale come qualcosa da non condannare (► TESTO: Tancredi e Ghismunda). In generale la donna è comunque ancora presentata come sottomessa alla volontà dell’uomo e come soggetto scarsamente autonomo sul piano sociale, aspetto che viene chiarito fin dall’inizio con le parole di Filomena che ricorda alle compagne (nell’Introduzione alla prima Giornata) che le donne non sanno agire bene “senza la provedenza d’alcuno uomo” e definisce se stessa e le altre come “mobili, ritrose, sospettose, pusillanime e paurose”, motivo per cui l’allontanamento da Firenze non potrà avvenire senza la presenza di accompagnatori maschili. L’aspetto della sottomissione all’uomo emerge chiaramente nella novella di Ghismunda ma anche in quella finale di Griselda, che sopporta con amore e pazienza tutte le angherie del marito Gualtieri salvo poi essere ricompensata per la sua fedeltà, suscitando le critiche del narratore Dioneo (non a caso, sia lei sia Ghismunda sono soggette all’arbitrio di due membri dell’aristocrazia feudale, in cui la prepotenza sessuale era considerata una prerogativa nobiliare; ► TESTO: Griselda). Maggiormente autonome e spregiudicate sono soprattutto le donne del popolo, sia quando beffano i mariti intrecciando relazioni adulterine (è il caso di Peronella, che in VII, 2 tradisce lo sciocco marito addirittura sotto il suo naso; ► VAI AL TESTO), sia soprattutto quando sono delle vere e proprie truffatrici che usano le arti della seduzione per procacciarsi un guadagno materiale, come nella novella di Andreuccio da Perugia (II, 5) in cui il mercante è beffato dalla prostituta Fiordaliso che si finge sua sorella per derubarlo (► VAI AL TESTO), oppure in quella di Salabaetto (VIII, 10) in cui Jancofiore fa la stessa cosa ai danni del protagonista, salvo essere in questo caso truffata a sua volta. In generale si può dire che Boccaccio condivida ancora molti pregiudizi anti-femminili propri della cultura medievale e che la visione delle donne offerta nel libro sia solo in parte positiva e serena, mentre più comprensibile e in linea con i tempi appare la svolta in senso misogino dell’ultima parte della sua vita, che si manifesterà soprattutto nella satira del Corbaccio (in cui le donne sono oggetto di critica e non più il pubblico cui si rivolge come nella dedica del Decameron); bisognerà attendere il Rinascimento perché vi sia un’effettiva celebrazione dell’universo femminile in chiave nuova e moderna, specie nell’Orlando furioso in cui vedremo donne di tutti gli strati sociali e con personalità sfaccettate, soprattutto con un’autonomia sociale quale non si era mai vista prima in letteratura (né dopo, almeno fino agli scrittori del tardo Settecento).

L’arte della parola


ImmagineLa novella di Chichibìo (ms. XV sec.)

La celebrazione dell’astuzia e dell’ingegno dei personaggi delle novelle è spesso legata alla capacità dialettica con cui essi riescono a ottenere i loro scopi, conformemente all’importanza che la cultura toscana (e fiorentina in particolare) attribuiva all’arte della parola, all’abilità di convincere l’uditorio a fini politici: si può dire che quasi tutti i personaggi del Decameron agiscano per mezzo della parola e ciò è collegato anche al mondo mercantile, in cui il linguaggio è uno degli strumenti con cui chi commercia riesce a fare affari e ad arricchirsi, talvolta a spese del prossimo (sulla rivalutazione della figura del mercante, si veda sopra). Questo aspetto emerge soprattutto nella sesta Giornata, dedicata ai motti arguti e alle battute di spirito che hanno permesso ai protagonisti di cavarsi d’impiccio o di reagire a una provocazione imprevista, tutte novelle molto brevi tra cui le più significative sono quelle di Chichibìo (un cuoco veneziano che dona a una donna una coscia della gru del padrone e si salva grazie a un’ingegnosa trovata), di Guido Cavalcanti (che schernisce con un’arguzia i giovani che lo stanno importunando, ► VAI AL TESTO) e di Frate Cipolla, quest’ultima più lunga e col protagonista impegnato in un complesso discorso ingannevole; ► VAI AL TESTO). Talvolta i personaggi costruiscono lunghi ed elaborati discorsi al fine di ingannare l’interlocutore e ottenere così dei vantaggi, come fa la prostituta siciliana Fiordaliso che raggira Andreuccio da Perugia (II, 5) per derubarlo facendogli credere di essere sua sorella (► VAI AL TESTO), o come Ser Ciappelletto che nella novella di apertura (I, 1) si prende gioco del frate confessore in punto di morte e gli fa credere di aver commesso peccati veniali, ottenendo alla fine un’assoluzione che pareva impensabile e che salverà gli usurai che lo ospitano da gravi conseguenze (► VAI AL TESTO); in altri casi viene costruita una suasoria per convincere chi ascolta a concedere un importante favore, come nel caso di Monna Giovanna (V, 9) che vuole persuadere Federigo degli Alberighi a donarle il falcone per salvare la vita di suo figlio e perciò si produce in un piccolo capolavoro di retorica, facendo dimenticare all’uomo le sue ripulse al precedente corteggiamento (► TESTO: Federigo degli Alberighi). Un altro esempio di elevata costruzione retorica è il discorso con cui Ghismunda (IV, 1) giustifica al padre la propria relazione adultera con Guiscardo, rivendicando con orgoglio il proprio diritto di donna a soddisfare i suoi desideri amorosi e affermando che la vera nobiltà è quella di cuore e non di sangue, dunque dichiarando l’uguaglianza sociale nei rapporti amorosi (► TESTO: Tancredi e Ghismunda), mentre su un piano più modesto vi è l’autodifesa di Madonna Filippa nella novella della sesta Giornata in cui deve discolparsi dall’accusa di adulterio, quando afferma che il marito non è in grado di soddisfare i suoi appetiti carnali e perciò le è inevitabile avere degli amanti, riuscendo non solo a farsi assolvere ma addirittura a far modificare le leggi della sua città. Su un registro decisamente comico e ironico si pone infine l’abilità con cui Isabetta (IX, 2), la giovane novizia sorpresa dalle consorelle con il suo amante nella propria cella del convento, si accorge che la badessa ha in testa la mutande del prete con cui essa stessa era a letto, per cui glielo fa intendere con una velata allusione che le procura non solo il perdono per il suo peccato, ma anche una maggiore indulgenza da parte della superiora che, d’ora in avanti, sarà tollerante riguardo alle relazioni sessuali delle monache (sulla polemica di Boccaccio contro l’ipocrisia del celibato ecclesiastico, si veda sopra).

Il gusto della beffa


ImmagineLa novella di Calandrino e l’elitropia (ms. XV sec.)

Il mondo del Decameron è dominato da personaggi astuti e ingegnosi che, spesso grazie all’arte della parola, ottengono gli scopi che si prefiggono anche a danno altrui, e talvolta questa attitudine si manifesta nel gusto di architettare delle beffe in modo assolutamente gratuito, senza cioè altri scopi che non siano il divertimento a scapito di chi è talmente ingenuo da cascare nella trappola (e sotto questo aspetto la simpatia dell’autore va tutta agli autori degli imbrogli, di cui si esalta la furbizia e l’ingegnosità, mentre i beffati vengono derisi per la loro stupidità e sono perciò condannati). Protagonista di un “ciclo” di novelle in cui riveste proprio il ruolo dell’eterno beffato è il pittore Calandrino, personaggio fiorentino realmente esistito che è oggetto di feroci scherzi da parte degli amici Bruno e Buffalmacco, che in tal modo spesso lo puniscono non solo per la sua dabbenaggine ma anche per il suo egoismo e la grettezza: in una novella dell’ottava Giornata, dedicata alle beffe di qualunque tipo, Calandrino si convince dell’esistenza di una pietra magica (l’elitropia) che renderebbe invisibili, quindi propone ai due amici di cercarla per rubare il denaro ai cambiavalute e arricchirsi, venendo poi scornato dagli altri che hanno intuito la sua ingenuità (► TESTO: Calandrino e l’elitropia); in altre novelle Bruno e Buffalmacco rubano a Calandrino un maiale (VIII, 6) che lui non voleva dividere con loro, facendo poi ricadere la colpa su di lui, oppure gli fanno credere di essere “incinto” (IX, 3) e che una bella fanciulla lo ami (IX, 5), suscitando la gelosia della moglie Tessa che lo punisce duramente per il tentato tradimento. Calandrino rappresenta quindi lo stereotipo dello sciocco che viene giustamente raggirato in quanto ingenuo e dotato di pessime qualità, per cui lo scherzo subìto è la adeguata punizione per i suoi difetti e specialmente per la sua avarizia, aspetto che si ricollega al tema della liberalità che caratterizza tanto il mondo borghese cui il personaggio appartiene, sia quello nobiliare altrove celebrato dall’autore (sul punto si veda oltre). Se nell’ottava Giornata le beffe hanno spesso questo carattere gratuito, nella settima (dedicata alle beffe delle mogli ai mariti, tema proposto dal re Dioneo) gli inganni hanno invece lo scopo di ottenere un vantaggio quasi sempre di tipo sessuale, come nel caso di Peronella (VII, 2) che tradisce il marito sotto il suo naso facendogli credere che il suo amante voglia acquistare una giara (► TESTO: Peronella), o come la donna (VII, 5) che per punire il marito di un’immotivata gelosia si procura davvero un amante e alla fine glielo rivela motteggiando la sua stupidità; storie simili sono narrate anche in altre Giornate e non di rado hanno per protagonisti uomini (e donne) di Chiesa che architettano elaborati inganni per iniziare delle relazioni sessuali, talvolta a discapito delle rispettive amanti e suscitando la condanna dell’autore, in altri casi con la complicità e la compiacenza delle donne che si dicono insoddisfatte dei legittimi mariti (sul tema del sesso tra gli ecclesiastici si veda sopra). Rientrano nelle beffe anche le frodi ordite al fine di derubare dei malcapitati mercanti, come nella novella di Andreuccio da Perugia (II, 5) in cui il giovane, appena arrivato a Napoli, si fa turlupinare da una prostituta siciliana che si finge sua sorella e lo alleggerisce di tutti i soldi (► VAI AL TESTO), o come in quella di Salabaetto (VIII, 10) in cui il mercante fiorentino viene a sua volta truffato da una donna di Palermo e derubato, salvo poi renderle pan per focaccia architettando un inganno altrettanto astuto.


Il mondo dei nobili, tra celebrazione e aspetti critici


ImmagineUn falcone da caccia (ms. “De arte venandi”)

La dimensione sociale borghese e mercantile ha ovviamente largo spazio nelle novelle del libro, ma molte storie hanno per protagonisti uomini e donne nobili che appartengono all’ambiente sociale dell’aristocrazia, dunque a un mondo che Boccaccio conosceva bene per aver frequentato in gioventù la corte angioina di Napoli e per il quale nutrì sempre una grande ammirazione, tanto da alimentare la leggenda di una sua nascita a Parigi da una nobildonna amante del padre. Il mondo aristocratico è oggetto non solo di celebrazione da parte di Boccaccio ma spesso anche di critica, aspetto quest’ultimo che emerge soprattutto in relazione ai privilegi della vecchia aristocrazia feudale che faticava a integrarsi nella società mercantile del Trecento e che viene perciò giudicata in modo negativo, come nella novella di Federigo degli Alberighi (V, 9) che sperpera tutto il suo patrimonio nel tentativo vano di corteggiare Monna Giovanna, salvo poi riuscire a sposarla e diventare “miglior massaio” dei suoi averi (l’uomo compie comunque un gesto cavalleresco sacrificando il proprio falcone per onorare la nobildonna, fatto celebrato dall’autore; ► TESTO: Federigo degli Alberighi). Altrove la critica è rivolta ai gesti di prepotenza che i nobili compiono verso i propri sudditi, come il marchese di Saluzzo Gualtieri che sottopone la moglie Griselda (una povera popolana scelta in modo provocatorio come moglie) a una serie incredibile di vessazioni, per poi svelarle il suo amore e riconciliarsi con lei (la novella, ultima della raccolta, è di difficile interpretazione ma sembra stigmatizzare la crudeltà del marchese che quale feudatario compie un sopruso sessuale ai danni della moglie; ► TESTO: Griselda). Boccaccio sembra voler proporre una sorta di conciliazione tra le caratteristiche positive del ceto mercantile in ascesa, cui lui stesso appartiene, e quello nobiliare che vuol mantenere le sue prerogative, suggerendo che i nobili debbano “integrarsi” nella borghesia rinunciando a una parte dei loro privilegi, pur senza rinnegare quello stile di vita sfarzoso ed elegante che, in quanto tale, esercita un notevole fascino sullo scrittore. Tale celebrazione della liberalità e della cortesia del mondo aristocratico emerge in molte novelle e soprattutto in quelle della decima Giornata, in cui il re Panfilo (personaggio raffinato che vuol essere un alter ego dell’autore) propone come tema esempi di liberalità e munificenza e in cui le novelle, a parte l’eccezione costituita dall’ultima di Dioneo, hanno per protagonisti personaggi di rango elevato che si producono in disinteressati gesti di generosità, tra cui spiccano sovrani cristiani come Carlo I d’Angiò, Pietro III d’Aragona e soprattutto il sultano d’Egitto Saladino, presentato come un magnifico signore che si reca in Occidente sotto mentite spoglie per informarsi della Crociata organizzata contro di lui e poi, tornato in Egitto, onora un prigioniero cristiano che lo aveva accolto in casa dimostrando una eccezionale munificenza (la novella si collega anche alla presentazione dell’Islam in una chiave positiva sullo sfondo di un Oriente favoloso e leggendario, non di rado in contrapposizione alla corruzione e al malaffare diffuso nella Curia papale e in generale nel mondo cristiano). Non va scordato, infine, che nobili sono anche i dieci novellatori protagonisti del racconto che fa da “cornice” e che essi costituiscono una di quelle brigate assai diffuse nella Toscana dei secc. XIII-XIV, dedicandosi nel corso delle due settimane trascorse fuori città ad attività assolutamente onorevoli e confacenti al loro rango aristocratico, tra cui appunto la narrazione delle novelle, balli, canti e altri passatempi “cortesi” che li qualificano come personaggi elevati e verso i quali l’autore esprime tutta la sua ammirazione e la sua simpatia.

La geografia variegata delle novelle


ImmagineLa novella di Bernabò e Ambrogiuolo (ms. XV sec.)

Boccaccio sceglie come ambientazione delle vicende del libro i luoghi più disparati del mondo allora conosciuto, sia per un’esigenza di variatio dato l’alto numero di novelle narrate ed evitare così un carattere ripetitivo, sia per la necessità di collocare le storie nei giusti contesti sociali e storici, data la presenza di personaggi di tutte le estrazioni sociali e dediti alle più diverse attività. Una gran parte delle novelle si svolge ovviamente in Italia, specie in Toscana (a Firenze sono ambientate le storie di Calandrino, Federigo degli Alberighi, Chichibìo, Guido Cavalcanti) mentre Frate Cipolla svolge il suo improvvisato discorso a Certaldo, forse la città natale dell’autore; Venezia è l’ambientazione della novella di Frate Alberto (IV, 2), vicenda che si svolge durante il periodo del carnevale e che tende a presentare la città in una luce non del tutto positiva, data la forte rivalità commerciale con Firenze (i Veneziani compaiono comunque in alcune novelle come navigatori e mercanti attivi nel Mediterraneo). A Napoli si svolgono varie novelle tra cui spicca quella di Andreuccio da Perugia (II, 5), che presenta la città come una sorta di metropoli affollata e dai vicoli pieni di gente malfamata, in evidente contrasto con l’immagine elegante e raffinata della corte angioina che Boccaccio conosceva in gioventù, mentre una presentazione simile è offerta anche di Palermo nella novella di Salabaetto (VIII, 10), con la differenza che la città siciliana serba una forte impronta della dominazione araba e varie scene hanno luogo in un bagno pubblico che ricorda molto un hammam, sede tra l’altro delle arti di seduzione della truffatrice Jancofiore (e anche Fiordaliso, la prostituta che beffava Andreuccio, era Palermitana). In Europa varie città e regioni fanno da sfondo a diverse novelle, tra cui la Borgogna (dove si svolge la vicenda finale di Ser Ciappelletto), Parigi, la Provenza dei grandi feudatari (ad es. la novella del cuore mangiato, IV, 9) e la rocca di Monaco, covo del corsaro Paganino nella novella di cui è protagonista (II, 10). Le rotte dei corsari sono del resto lo scenario di molte novelle della raccolta e la pirateria viene presentata in una luce positiva come risvolto dell’attività mercantile (Landolfo Rufolo in II, 4 si arricchisce grazie ad essa dopo un rovescio economico), mentre coloro che la praticano vengono spesso descritti quali personaggi cortesi e liberali che si oppongono alla grettezza di individui avari e meschini, come appunto Paganino che ottiene l’amore della bella Bartolomea trascurata dal marito Ricciardo. Bisogna ricordare infine che anche l’Oriente fa da sfondo a varie novelle come ambientazione esotica e talvolta leggendaria, specie le città del Nordafrica come Tunisi e soprattutto Alessandria centro dell’Egitto governato dal Saladino, che compare come personaggio in alcuni racconti ed è presentato come un magnifico signore liberale e cortese (ciò rientra nella visione spesso positiva del mondo islamico da parte dello scrittore, per si veda sopra). Le città arabe del Nordafrica erano porti commerciali che avevano spesso rapporti coi mercanti di Occidente e come tali erano conosciute indirettamente da Boccaccio, che infatti offre di esse una descrizione non troppo realistica e rispondente al gusto per la novità del pubblico borghese cui si rivolge, sulla scorta anche del successo di libri come il Milione di Marco Polo che parlava della lontana e favolosa Cina (► PERCORSO: La prosa del XIII-XIV sec.). Dell’Oriente si ha anche una descrizione decisamente fasulla e a uso di un uditorio popolare nella novella di Frate Cipolla (VI, 10), il cui scopo è essenzialmente millantare un’esperienza di viaggi che il religioso non ha mai compiuto e far credere di essere stato in posti dai nomi esotici e leggendari, per ingannare meglio i fedeli (► TESTO: Frate Cipolla).

Lingua e stile nel Decameron


ImmagineMin. del “Decameron” (XV sec.)

Boccaccio scrive l’opera nel suo volgare e il fiorentino è la base della lingua di tutte le novelle del libro, anche se alla varietà di personaggi, strati sociali e ambientazioni corrisponde spesso una notevole variatio linguistica e stilistica e ciò ha indotto alcuni studiosi ad accostare il Decameron alla Commedia dantesca per cui si parla di “pluristilismo”, mentre ad es. le scelte di Petrarca nel Canzoniere sono di segno diametralmente opposto (e infatti per il grande poeta si parla piuttosto di “monostilismo”, nel segno di una uniformità anche della lingua utilizzata nelle liriche). Per quanto riguarda lo stile, va detto anzitutto che Boccaccio in quanto prosatore non aveva grandi modelli cui rifarsi nella tradizione duecentesca, se si eccettuano il Novellino e il Libro dei sette savi in cui comunque gli ignoti autori muovevano i primi passi in maniera ancora incerta, per cui è ovvio che lo scrittore del Trecento guardi piuttosto alla prosa latina di cui riprende il cursus e la complessità sintattica, producendo una costruzione retorica di stile elevato specialmente nell’Introduzione alla prima Giornata col racconto della peste e nelle novelle di ambientazione cortese e di argomento tragico, come ad es. quella di Tancredi e Ghismunda (IV, 1) o in generale in quelle della decima Giornata. Altrove lo stile è decisamente più comico-realistico e ciò è soprattutto evidente nelle novelle di ambientazione popolare o in quelle il cui argomento induce il lettore al sorriso, specie nella settima e nell’ottava Giornata dedicate alle beffe (tra cui i racconti che vedono protagonista Calandrino) e anche in alcune della sesta, quasi tutte molto brevi e concentrate nella battuta salace che salva i personaggi da situazioni spiacevoli, spesso un gioco di parole o un motteggio (di stile comico anche quella di Frate Cipolla, la più lunga e complessa di questa Giornata). Riguardo la lingua, se il fiorentino è il volgare usato in prevalenza da Boccaccio non mancano caratterizzazioni idiomatiche di alcuni personaggi di diversa provenienza geografica, specie di quelli veneziani che vengono spesso messi in cattiva luce dall’autore per ragioni di rivalità commerciale tra la Serenissima e Firenze: il cuoco veneziano Chichibìo (VI, 4) è presentato come un ladro e un bugiardo, inoltre pronuncia alcune battute in veneziano (“Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi”) che sottolineano proprio la sua scarsa affidabilità, in quanto egli darà alla sua amata la coscia della gru del suo padrone; allo stesso modo Boccaccio descrive come sciocca e vanesia la nobildonna veneziana Lisetta protagonista della novella di Frate Alberto (IV, 2), attribuendo anche a lei espressioni dialettali (“mo vedì vu?”, “avete capito adesso”?) che la qualificano come ingenua e anche alquanto pettegola (il racconto si svolge proprio a Venezia). Altrove l’autore usa parole non di patina dialettale, ma collegate a un certo ambiente sociale e termini “gergali” per caratterizzare il ceto di appartenenza dei protagonisti, come nella novella del cuore mangiato (IV, 9) che si svolge tra i feudatari della Provenza e in cui adopera termini del linguaggio cortese come “prod’uomo molto nell’arme”, “fellone e pieno di mal talento”, “pennoncello di lancia”, “disleale e malvagio cavaliere”, mentre al contrario nella novella di Belcolore (VIII, 2) definisce il prete col nome popolare di “sere”, dice “zazzeato” (voce gergale) al posto di “girovagato” e “sergozzone” per indicare un grosso pugno, tutti termini che non stonano in un racconto ambientato tra i poveri contadini di Varlungo vicino Firenze. Il risultato è una lingua varia e composita, che ben si adatta all’universo variegato e stratificato dei personaggi che compaiono nell’opera ma che, inevitabilmente, non piacque troppo ai “puristi” del Cinquecento che individuarono, sì, Boccaccio come modello della prosa, tuttavia presero ad esempio le parti del Decameron stilisticamente più elevate, soprattutto quelle della “cornice” che vedono come protagonisti i dieci novellatori e i proemi delle varie novelle, più conformi al gusto “uniforme” dei dotti del Rinascimento tra cui Bembo.

Il “boccaccesco” e i problemi con la censura


ImmagineRitratto di Leonardo Salviati (XVII sec.)

Il Decameron ebbe largo e immediato successo specialmente tra il pubblico mercantile e borghese, al quale in fondo si rivolgeva e i cui valori rispecchiava in molte delle sue novelle, e non c’è dubbio che la diffusione del libro sia stata aiutata almeno in parte dal carattere licenzioso ed erotico di molti racconti, per cui si cominciò ad usare l’aggettivo “boccaccesco” proprio a indicare questo aspetto dell’opera (che forse non doveva essere quello rilevante nelle intenzioni dell’autore). Ciò spiega anche perché l’opera sia stata presa a modello dagli scrittori del Rinascimento non solo per ragioni linguistiche, ma anche dal punto di vista tematico per i molti riferimenti alle beffe erotiche o alla celebrazione dell’amore sensuale, aspetto che è presente in Machiavelli (specie nella commedia Mandragola, ambientata a Firenze e avente come oggetto proprio un inganno amoroso ai danni di un ingenuo dottore in legge) e nell’Orlando furioso di Ariosto, in cui più di un episodio si rifà in modo quasi dichiarato alle vicende del Decameron (per approfondire, ► AUTORE: Giovanni Boccaccio – Fama e fortuna critica). I problemi iniziarono nel clima più cupo e moralista della Controriforma, quando nel tardo Cinquecento il carattere esplicito dei racconti del libro non era più accettabile e l’Inquisizione romana fu indotta a compiere una vera opera di censura delle novelle, anzitutto ponendo già nel 1559 l’opera nell’Indice dei libri proibiti e successivamente (1564) consentendone la circolazione, ma a patto di eliminare o correggere le parti condannabili sul piano religioso. Nel 1576 venne operata una prima “rassettatura” (riscrittura con tagli) del libro ad opera di una commissione guidata da Vincenzio Borghini, poi nel 1582 vide la luce una nuova edizione riveduta e corretta a cura di Leonardo Salviati, il letterato fiorentino fondatore dell’Accademia della Crusca che non si limitò a eliminare le parti scabrose del testo, ma ne modificò il messaggio stravolgendo soprattutto i finali delle novelle che sembravano più contrari alla morale cristiana (l’edizione ebbe comunque un largo consenso e fu più volte ristampata alla fine del XVI sec.). Salviati era interessato soprattutto alla parte linguistica del libro e infatti la sua riscrittura si basava sull’assunzione di Boccaccio come modello della prosa secondo la proposta di Pietro Bembo, per cui la sua “versione” fu apprezzata dai puristi in quanto esempio di lingua letteraria da imitare; non stupisce invece che essa sia stata in seguito stroncata dai letterati del Settecento che si ribellavano all’idea di prendere il Decameron quale esempio di prosa, e tra questi il più negativo fu Ugo Foscolo che in un Discorso storico sul testo del “Decameron” (premesso all’edizione londinese dell’opera nel 1825) non solo rifiutò il modello linguistico di Boccaccio, ma criticò duramente la “rassettatura” operata da Salviati e quella di qualche anno dopo di Luigi Grotto, affermando che essi “si provarono a far da critici da teologi e da moralisti” e dicendosi incerto circa dei due “chi facesse peggio” stravolgendo il testo originale dell’opera, il tutto in nome di un purismo linguistico che l’autore dei Sepolcri, sostenitore di una lingua che fosse espressione di un popolo e dei ceti sociali intermedi, non poteva accettare. Con l’età moderna non fu più naturalmente imposta alcuna censura ecclesiastica alle edizioni del libro, anche se è innegabile che il suo carattere scabroso ne rende tuttora delicata la lettura e ciò spiega perché le antologie scolastiche escludano a priori certe novelle dal carattere troppo licenzioso, prudenza che ha pesato anche nelle versioni cinematografiche che ne sono state realizzate (sul punto di veda oltre).

Versioni cinematografiche del Decameron


ImmagineP.P. Pasolini in una scena del film “Decameron” (1971)

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, fin dagli albori quando videro la luce alcune pellicole mute tra cui nel 1912 il Decamerone di Gennaro Righelli, che conteneva in realtà solo tre episodi tratti dal libro, mentre nel periodo fascista venne prodotto il film Boccaccio (1940) diretto da Marcello Albani, che in realtà voleva essere una rilettura della vita dello scrittore con qualche aggancio alle più famose novelle del libro. L’interesse del cinema per l’opera rinacque negli anni Sessanta/Settanta, quando vennero prodotte tante pellicole vagamente ispirate al Decameron e di contenuto perlopiù scollacciato e volgare, tanto che qualche critico coniò il termine “decamerotico” per indicare il genere, mentre degno di nota è il film Boccaccio ’70 (diretto a più mani da Vittorio de Sica, Mario Monicelli, Federico Fellini e Luchino Visconti) che concettualmente si ispira alle novelle del libro, anche se in realtà esplora la “rivoluzione sessuale” in atto alla fine degli anni Sessanta del Novecento e il cambiamento in atto nella società italiana, ancora preda di atteggiamenti puritani e oscurantisti.
Tra le versioni cinematografiche dell’opera merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare. Pasolini nel film rappresenta dieci delle cento novelle del libro (tra cui quelle di Andreuccio da Perugia, di Peronella, di Masetto da Lamporecchio…) inserendole in due particolari “cornici” narrative, costituite dalla novella di Ciappelletto (che si snoda a episodi nella prima parte del film) e da quella di Giotto, in realtà totalmente rielaborata e che si svolge nella seconda parte (il protagonista è un pittore allievo di Giotto ed è interpretato dallo stesso cineasta). La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino (► CINEMA: Decameron).
Tra le pellicole più recenti ispirate al capolavoro di Boccaccio si può ricordare il film statunitense Decameron Pie (2007), del regista David Leland, girato in Italia e che racconta una vicenda amorosa ambientata nel XIV sec., in cui tuttavia il rapporto col libro è del tutto labile e dovuto ai nomi di alcuni dei protagonisti (Pampinea, Filomena, Elissa…) che nulla hanno a che vedere con le novelle originali (il film si può considerare un ulteriore esempio del genere “decamerotico”).

 

Fonte: Decameron – Letteratura italiana

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