Buon Giovedì

Buona giornata con un fondale marino molto bello, ma…

danni immensi per gli ecosistemi

Fondali marini, la nuova frontiera della ricerca mineraria

Innalzamento dei consumi pro-capite nei paesi emergenti ed aumento della popolazione mondiale stanno avendo un effetto molto significativo sul rapporto domanda-offerta delle materie prime. Nei prossimi anni, infatti, la crescita delle economie emergenti o già affermate (come Cina e India) porterà ad un continuo aumento della domanda di materie come il nichel, il cobalto, il rame, il molibdeno e lo zirconio. Lo sviluppo sempre crescente di nuove tecnologie in ambito energetico e informatico e le limitazioni nell’approvvigionamento, dovute essenzialmente ai prezzi crescenti, alle capacità fisiche delle miniere e a ragioni politiche, stanno spingendo i principali attori del mercato a cercare nuovi giacimenti che possano garantire una duratura sicurezza economica. In questo senso l’interesse delle compagnie minerarie si sta spostando sui depositi situati nei fondali oceanici: una riserva immensa che potrebbe però essere sfruttata pagando un altissimo costo ambientale.

I noduli polimetallici: cosa sono?

“Il tesoro degli abissi” si chiama nodulo polimetallico o nodulo di manganese, rocce sferoidali di dimensioni centimetriche, che si trovano accumulate sul fondo degli oceani ad una profondità compresa tra i 3500 ed i 6500 metri. Contenenti parecchi metalli come manganese, ferro, nichel, cobalto, rame, titanio, molibdeno, i noduli si sono formati per accrezione dei metalli disciolti nell’acqua marina attorno ad un nucleo solido (per esempio un pezzo di conchiglia o un dente di squalo). Un processo che può avvenire sia per precipitazione diretta dall’acqua di mare che per diagenesi, ovvero per concrezione all’interno del sedimento del fondale marino entro cui permea l’acqua marina. I tempi di formazione sono estremamente lenti: si pensi che i noduli formati per precipitazione diretta crescono di circa 10 millimetri ogni milione di anni, mentre quelli diagenetici hanno una crescita stimata tra 10 e 100 millimetri ogni milione di anni. Ovviamente i tempi di formazione dipendono dalle condizioni ambientali al contorno; per esempio è necessario che la sedimentazione del materiale in sospensione si mantenga bassa, per evitare che i noduli vengano sepolti rapidamente, oppure che le correnti mantengano elevato l’apporto di ossigeno, per garantire la formazione degli ossidi metallici.

Dove si formano?

I noduli polimetallici possono formarsi in varie regioni oceaniche, ma sono state identificate almeno quattro principali zone di formazione distribuite tra Oceano Pacifico e Indiano. Una delle zone più famose è la Clarion-Clipperton Zone (CCZ), un’area di 9 milioni di kmq (circa le dimensioni dell’Europa) tra le Hawaii e le coste occidentali del Nord America, dove si stima che vi sia una densità di noduli pari a 15 kg per metro quadro. Nel complesso la CCZ ospiterebbe circa 21 miliardi di tonnellate di noduli di manganese. Il Bacino del Perù, invece, al largo delle coste dell’omonimo paese, in circa metà della superficie della CCZ conterebbe circa 10 kg di noduli per metro quadro. La terza zona del Pacifico più importante è il Bacino di Penrhyn, nei pressi delle Isole Cook: un’area di circa 750mila kmq con una densità di noduli polimetallici stimata in 25 kg per metro quadro. Nell’Oceano Indiano centrale, poi, l’unica grande area identificata conterrebbe circa 9 kg di noduli per metro quadro.

Permessi ed attività estrattiva

La corsa ai permessi di ricerca è già cominciata, per esempio nella CCZ l’International Seabed Authority ha comunicato che già diversi lotti sono stati assegnati ad almeno una ventina di Paesi. Da questo punto di vista, la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare afferma che se le risorse sono situate all’interno di una Zona Economia Esclusiva di un determinato Paese (entro 200 miglia nautiche), questo ha il diritto esclusivo di estrazione o di assegnare licenze a società di estrazione estere. È il caso delle isole Cook e d parte del Bacino di Penrhyn. Nel caso in cui le aree ricadano al di fuori delle ZEE, invece, le attività estrattive e i relativi permessi (anche per la sola esplorazione) sono regolati dalle Nazioni Unite e dall’International Seabed Authority. Ad oggi comunque, non esistono ancora tecnologie adeguate per l’estrazione dei noduli polimetallici su scala industriale. Alcuni paesi come Giappone e Corea del Sud hanno realizzato dei prototipi ed effettuato dei test di profondità, senza però aver ancora sviluppato una tecnologia a larga scala. Le numerose difficoltà sono dovute essenzialmente alla realizzazione di strumenti che possano sopportare le enormi pressioni dei fondali oceanici per lunghi periodi di tempo e senza la necessità di continue manutenzioni. Un ritardo tecnologico che sta risparmiando ancora l’habitat intatto degli abissi marini.

Un impatto ambientale devastante

Secondo molti studiosi, le attività di estrazione avrebbero effetti devastanti sull’habitat marino di fauna e flora a tutte le profondità. Il dragaggio del fondale avrebbe un effetto mortale diretto non solo sugli organismi che vivono in prossimità del sito di lavorazione, ma anche nei dintorni, per via del sollevamento di nuvole di sedimenti che si andrebbero a depositare tutt’intorno coprendo ed uccidendo per asfissia organismi sessili e immobili. Le attività estrattive inoltre creano rumori e vibrazioni che disturbano mammiferi marini come balene e delfini, disorientandoli o costringendoli a fuggire. Per non parlare delle attività di pulizia dei noduli a bordo delle navi di supporto: le acque di lavaggio, cariche di sedimenti, verrebbero rilasciate in mare, creando ulteriori nuvole di sedimenti che verrebbero trasportati anche a grandi distanze dalle correnti. Oggi la ricerca tecnologica si sta concentrando per mitigare gli effetti sull’ambiente dovuti all’attività estrattiva di profondità, tuttavia si tratta di sistemi molto costosi, che farebbero lievitare ulteriormente i costi (già altissimi) di estrazione e produzione delle materie prime. Inoltre, studi preliminari sul ciclo di vita delle attività off-shore, hanno mostrato come i consumi energetici associati siano estremamente superiori rispetto a quelli delle attività on-shore. Nell’era della sostenibilità, dell’economia circolare e dell’urban mining (estrazione di materie prime dai rifiuti), dobbiamo veramente ancora sfruttare l’ambiente naturale per sopravvivere? Forse è il caso di trovare soluzioni alternative, prima che sia troppo tardi.

Andrea Di Piazza Andrea Di Piazza

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