Cancello ed Arnone – Alla ricerca delle nostre origini

Cancello ed Arnone – Non è una novità che la temperatura in inverno si abbassa e noi cerchiamo ogni possibile fonte di calore . . .E che dire della difficoltà di asciugare il bucato, dato che continua a piovere a dirotto per giorni . ..
La moderna tecnologia ha risolto questi problemi, sicuramente in modo efficace e possibilmente sempre più rispettoso della nostra salute. Ma quello che si è perso è l’alone di magia, l’incanto, il fascino, la suggestione di certi irripetibili momenti . . .
La memoria torna indietro ad incontrare un “oggetto smarrito” : il Braciere Con Campana Asciugatrice. Dai ripostigli emergeva agli inizi di ottobre, quando la luce debole dell’inverno iniziava a sfumare il paesaggio che ingialliva per i toni autunnali. Liberato dalla polvere e dai ricami di qualche ragnatela, faceva già pregustare il tepore che avrebbe regalato durante le serate invernali, lì nel soggiorno dove veniva sistemato al posto d’onore tra il tavolo e le sedie.
Sistemata la base, una pedana circolare in legno, di solito di abete, a forma di ciambella, alta un palmo da terra, si infilava il braciere, nel foro centrale. Con gli anni il legno ingrigiva testimoniando tutt’intorno l’impronta delle scarpe, per il bordo consumato più della parte centrale.
Sulla pedana, a protezione del braciere, si appoggiava l’asciugapanni a forma di cupola in legno o in giunco, talvolta in ferro, come una gabbia cilindrica con una faccia inferiore aperta che copriva il braciere, mentre da quella superiore s’irradiavano a stella i listelli di ferro che scendevano lungo i lati e, incrociando quelli orizzontali concentrici, formavano una griglia a maglie larghe.

Quel tipo di asciugapanni aveva una doppia funzione : al mattino poteva essere ricoperto da mutandine, fazzoletti, calzini ed altri panni appena lavati, messi lì ad asciugare. Nel pomeriggio, tolti i panni, si stendeva sopra una bella coperta di lana che cadeva giù fino a sfiorare la pedana : quando la famiglia era riunita, si stava seduti intorno al braciere, con i piedi appoggiati sulla pedana e la coperta poggiata sulle gambe, per non disperdere il dolce tepore.
Il compito di ravvivare la brace con la paletta di ferro era un compito delicato : si alzava un lembo della coperta, si chinava la testa di lato e si interveniva con delicatezza, accostando a poco a poco la carbonella esterna, ancora spenta, a quella centrale. Se si mescolava confusamente, la carbonella nuova e la cenere soffocavano la brace e bisognava riattizzarla con il ventaglio, di cartone o di penne di gallina, con un movimento ondulatorio del polso lento e continuo per evitare di sollevare cenere e scintille.
Le ore passavano così in quegli anni, quando non c’erano i termosifoni né la Tv. Si rammendava, si leggeva, si parlava, si facevano solitari con le carte o lunghi pisolini favoriti dal tepore. La famiglia riunita accanto al braciere chiacchierava allegramente, oppure i figli borbottavano tra loro, si facevano spuntini e fra tutti regnava l’amore e la comprensione, il sorriso dolcissimo della mamma e gli occhi attenti del papà.
Ricordi di un passato lontano, fatto di tepore, odore di carbone, di castagne o patate cotte sotto la cenere, di geloni (ahi!), di persone che riunite davanti ad un braciere, affermavano fortemente il “caloroso” senso della famiglia.

A cura di Matilde Maisto

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *