Coronavirus, Conte firma il decreto: ecco chi potrà lavorare e chi no

«Più di così, c’è solo il coprifuoco». La battuta amara che girava tra ministri e sottosegretari durante la lunga attesa del decreto rivela quanto il governo, a cominciare dal presidente del Consiglio, abbia sofferto la necessità di questa ulteriore stretta, maturata tra tensioni, minacce di scioperi e polemiche crescenti.

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Per non farsi scavalcare dalle Regioni, Giuseppe Conte sospende fino al 3 aprile sull’intero territorio nazionale «tutte le attività produttive industriali e commerciali» che non sono utili a fronteggiare l’emergenza. Ma il decreto scatena le critiche delle opposizioni e riaccende lo scontro con la Regione Lombardia. ( Ecco qui il testo completo del decreto con la lista delle attività che potranno restare aperte, qui invece l’elenco delle aziende che devono chiudere) .

Dal governo si rimprovera ufficiosamente ad Attilio Fontana di non aver avuto il coraggio di sfidare Assolombarda chiudendo le fabbriche. E dai vertici della Regione si fa notare come le restrizioni imposte da Milano siano più rigide di quelle del governo. L’assessore Davide Caparini risponde con durezza al ministro ministro Boccia: «Dice che avremmo dovuto aspettare? Qui si muore. In Lombardia gli alberghi saranno chiusi, gli ordini professionali fermati, l’assembramento sarà punito con 5.000 euro». Nel decreto di Conte e Speranza, invece, avvocati, contabili, architetti, ingegneri, giornalisti potranno continuare a lavorare.

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Alle undici di sera, per spazzar via «lo stato di incertezza» generato dal decreto, Fontana si rivolge ai lombardi: «Vale la mia ordinanza». Palazzo Chigi e il ministro Boccia confermano, ma spronano il presidente della Lombardia ad assumersi le sue responsabilità. In questo clima di forte tensione, prima Franceschini e poi Zingaretti si fanno sentire per fermare il tentativo del centrodestra di delegittimare il premier. «Se le opposizioni soffiano sul fuoco per far perdere ai cittadini la fiducia nel governo rischiamo di precipitare nella tensione sociale — spiega un ministro — In questa fase delicatissima la credibilità del premier è fondamentale». Le industrie del tessile, dell’abbigliamento e del tabacco, le fabbriche di automobili o quelle di computer entro il 25 marzo dovranno fermare le macchine. Stop ai cantieri edili, mentre restano aperti gli uffici legali e contabili, le attività finanziarie e assicurative. Nessuna restrizione per call center, uffici postali, edicole, ingrosso di carta e agenzie di distribuzione di giornali, le riviste e i libri. Gli impianti a ciclo produttivo continuano, ma se non erogano servizi pubblici essenziali il prefetto può imporre lo stop. Fermi gli impianti sportivi, i musei, i cinema, le lotterie e le scommesse. Aperti invece gli alberghi.

Dall’annuncio di Conte in diretta Facebook, sabato alle 23.20, sono passate oltre venti ore prima della firma del testo, durante le quali è montato lo smarrimento di intere categorie. Finché a sera Palazzo Chigi ha provato ad allentare la tensione, spiegando come sabato sera lo schema del decreto fosse già pronto. Ma poi sono arrivate moltissime richieste da aziende che si ritengono «strategiche ai fini dell’economia nazionale» e il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, ha passato una notte e un giorno a vagliare tutte le richieste. Alle 19.40 finalmente il Dpcm è arrivato, con una lista di 80 eccezioni frutto di un braccio di ferro tesissimo con le categorie produttive.

Altrettanto complessa è stata la gestazione della direttiva con cui i ministri della Salute e dell’Interno, Speranza e Lamorgese, hanno stoppato gli spostamenti da una parte all’altra del Paese. Provvedimento estremo chiesto dai presidenti delle Regioni del Sud, terrorizzati all’idea che la chiusura di fabbriche e uffici provochi una nuova ondata di partenze dalle zone più colpite dall’epidemia: «È fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi con mezzi di trasporto pubblici o privati in comune diverso da quello in cui si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute». E se il decreto 8 marzo consentiva «il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza», ora tutti fermi.

Vincenzo De Luca ha chiamato Conte, chiedendo «misure drastiche per bloccare il prevedibile flusso» verso la Campania. Analoga invocazione, con toni più ultimativi, ha fatto la presidente della Calabria Jole Santelli, che ora ringrazia «per aver compreso la gravità delle nostre preoccupazioni». Ma Conte, raccontano, sarebbe rimasto male per il «comportamento molto sleale» di quei «governatori» che anticipano le mosse di Palazzo Chigi con le loro ordinanze restrittive. Come Santelli e, ancor prima, Attilio Fontana.

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