Don Diana, un martire della lotta anticamorra, non ancora santo

Dopo le manifestazioni del 25 anniversario della sua morte, che si sono tenute non solo nella sua terra ma in tutta Italia, anche alla luce di un  nuovo scritto di don R. Giuè sulla prestigiosa rivista Mosaico di Pace ho deciso di ritornare su don Diana. Come ha fatto di recente anche il sindaco di Casal di Principe R. Natale, è giunto il momento di riconoscere appieno il valore del martirio, anche con atti simbolici da parte dei massimi organi dello Stato e della stessa Chiesa. In questa direzione vanno anche gli appelli di personalità eminenti, com il VE Raffaele Nogaro.

Nello stesso tempo intendo ribadire alcune osservazioni critiche sul volume “Solo un prete”, Gnasso Edizioni, e su alcune dichiarazioni poco convincenti del Vescovo di Aversa. Anche se sono di cultura laica, continuo a considerare il martirio di don Peppe Diana come un simbolo fondamentale della lotta contro le mafie, per affermare la legalità democratica e la coesione sociale nelle nostre terre. Per questo motivo non mi hanno convinto le due frasi “provocatorie” inserite a pag. 16 da L. Intelligenza e d. G. Sagliano nel loro libro, che come Piazze del Sapere abbiamo presentato alla Feltrinelli. Le riporto in modo testuale: a) “Don Peppino non aveva mai svolto attività di anticamorra” – b) “Don Peppino non ha mai scritto Per amore del mio popolo non tacerò”.

Queste affermazioni ci sembrano riduttive rispetto al ruolo che don Diana ha svolto con la sua lotta e chiara testimonianza di fede ma anche molto universale, di vera e propria cittadinanza democratica, contro i poteri mafiosi. Per questo ribadisco la domanda che feci tempo fa a don Sagliano nella Feltrinelli: per quali motivi finora ancora non si è avviato in modo concreto il procedimento per la beatificazione di don Diana, come mai non si avvia questo percorso. Ciò appare stridente a confronto con la vicenda di un altro martire della mafia come don Puglisi, al quale nel 2013 è stato conferito il riconoscimento. Invece, nel caso di don Diana – a 25 anni dalla sua morte – ancora non sono state avviate le procedure concrete previste dal diritto canonico. Dopo l’accorato appello del VE Nogaro, la Diocesi di Aversa e le associazioni promotrici ancora non hanno formalizzato ed attivato l’iter pratico, che comporta atti e costi ben precisi.

A questa obiezione ci è stato rispsoto ci ha risposto che in Sicilia le associazioni antimafia hanno creato una apposita Fondazione per sostenere la pratica, che è soggetta a complicate procedure e richiede spese impegnative. Invece qui vi è stata una prima fase avviata 4 anni fa con dichiarazioni solenni del Vescovo di Aversa e con una richiesta avanzata dalle associazioni. Ma da allora ancora nono sono stati avviati gli atti concreti richiesti dalla procedura ecclesiastica. Anzi il vescovo Spinillo è arrivato a  dire in una intervista su Famiglia Cristiana che “i tempi nono sono maturi”. Ci viene da chiedere: se non ora, quando? Da qui sorge la domanda: come mai a tanti anni di distanza dal suo brutale assassinio un tale riconoscimento non viene sancito anche per don Diana? Personalmente (insieme con tanti altri come il VE R. Nogaro) considero difficile poter scindere la dimensione morale e spirituale, religiosa e cristiana di don Peppino da quella del cittadino democratico in prima fila sul fronte della legalità e della lotta contro la violenza camorristica.

A supporto di questa nostra tesi, riporto alcuni brani tratti dal nuovo saggio scritto sulla rivista “Mosaico di Pace” da don Rosario Giuè, autore di quello che considero il libro più importante dedicato a don Peppino “Il costo della memoria”, (Edizioni Paoline). ecco cosa sotiene: “Si muore perché si è soli, perché si è lasciati soli. E a don Peppe la sua “unicità” sovversiva, in memoria di Gesù, gliela hanno fatta pagare. Il potere mafioso, uccidendolo e provando a infangarlo dopo la morte. Le curie, con lodevoli eccezioni (per esempio, mons. Raffaele Nogaro), non avendo sempre il coraggio di sostenerlo fino in fondo. Gli uomini degli apparati non hanno mai amato le persone profetiche: per loro quelle sono soltanto vite “scandalose”. Il martirio di don Diana non è stato, perciò, vissuto come un dono, come un’irruzione della grazia di Dio nella nostra storia italiana. No, è stato vissuto come un fastidio, come un inconveniente. Uno scandalo nello scandalo. E ci si è trovati impreparati. Ecco, ne sono convinto, sostanzialmente a causa di tutto questo il processo canonico del riconoscimento del martirio “in odio alla fede” di don Diana non è stato avviato”.

E aggiunge: “Tutti in Italia conoscono padre Puglisi, pochi conoscono don Diana. È normale? È giusto? Cosa si dovrà attendere per valorizzare, con un gesto ufficiale, il martirio di questo giovane prete ucciso a soli 36 anni? “I tempi non sono maturi”, dice qualcuno (il Vescovo di Aversa, NdR). Ma come si decide se i tempi sono maturi? In base a quali criteri, a quali logiche, sotto la spinta di cosa? Dobbiamo forse attendere altri quarant’anni, come fu per mons. Oscar Romero?”

E così conclude: “Ma come sarebbe bello se papa Francesco, dopo essere stato a Palermo e a Barbiana, andasse al più presto a Casal di Principe a pregare sulla tomba di don Peppino. E magari a visitare la sua anziana e malata mamma Iolanda! Diceva il teologo salvadoregno e gesuita Jon Sobrino, che certo papa Bergoglio ha avuto modo di incontrare: “Voi martiri continuate ad essere vivi perché siete stati compassionevoli fino alla fine”. Compassionevoli anche verso la Chiesa che li dimentica. Fino a quando?”

Pasquale Iorio – Le Piazze del Sapere.                                 Caserta, 07 aprile 2019

 

 

 

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