Don Diana, un martire della lotta anticamorra

Anche se sono di cultura laica, continuo a considerare il martirio di don Peppe Diana come un simbolo fondamentale della lotta contro le mafie, per affermare la legalità democratica e la coesione sociale nelle nostre terre. Per questo motivo non mi hanno convinto le due frasi “provocatorie” inserite a pag. 16 da L. Intelligenza e d. G. Sagliano nel loro libro dal titolo “Solo un prete”, Gnasso editore, che come Piazze del Sapere abbiamo presentato alla Feltrinelli insieme con Paolo Miggiano. Le riporto in modo testuale:

  1. “Don Peppino non aveva mai svolto attività di anticamorra” – b) “Don Peppino non ha mai scritto Per amore del mio popolo non tacerò”.

Dopo essermi consultato con alcuni amici da tempo impegnati su queste tematiche, ho deciso di rendere pubbliche alcune considerazioni critiche.

Dalla testimonianza a viva voce di don Sagliano – amico stretto e fraterno di don Peppino – sono emerse alcune osservazioni che gettano delle ombre sulle associazioni in prima fila nella lotta per la legalità nelle terre di Gomorra. In primo luogo egli sostiene nel libro che la figura di don Diana, con il suo martirio, è stata trasformata in modo strumentale in una sorta di logo, di marchio per le campagne di marketing di alcune realtà, molto spesso senza alcun riferimento al bene comune. Secondo lui Don Peppino è stato usato come una sorta di icona e vittima sacrificale della lotta anticamorra. Per questi motivi don Sagliano ha deciso di rompere il silenzio dopo tanti anni e rivelare le sue verità sulla figura dell’amico di gioventù don Diana. Su questo punto dissento con lui in quanto nessuno può disconoscere o sminuire il ruolo che svolgono alcune realtà (come Libera ed il Comitato don Diana) per il riscatto civile e culturale delle comunità, che un tempo sono state sotto il dominio della camorra dei casalesi.

In secondo luogo, don Giuseppe ha esplicitato i motivi per cui finora ancora non si è avviato in modo concreto il procedimento per la beatificazione di don Diana. Ha dato una risposta ad un quesito che da tempo ci stiamo ponendo: come mai non si avvia questo percorso. Ciò appare stridente a confronto con la vicenda di un altro martire della mafia come don Puglisi, al quale nel 2013 è stato conferito il riconoscimento. Invece, nel caso di don Diana – dopo 24 anni dalla sua morte – ancora non sono state avviate le procedure concrete previste dal diritto canonico. Dopo l’accorato appello del VE Nogaro, la Diocesi di Aversa e le associazioni promotrici ancora non hanno formalizzato ed attivato l’iter pratico, che comporta atti e costi ben precisi. Don Giuseppe ci ha risposto che in Sicilia le associazioni antimafia hanno creato una apposita Fondazione per sostenere la pratica, che è soggetta a complicate procedure e richiede spese impegnative. Invece qui vi è stata una prima fase avviata 4 anni fa con dichiarazioni solenni del Vescovo di Aversa e con una richiesta avanzata dalle associazioni. Ma da allora sembra che ancora nono sono stati fatti gli atti concreti richiesti dal diritto canonico, che ci auspichiamo vengano attivati quanto prima.

Ed per questo che ci chiediamo: come mai a tanti anni di distanza dal suo brutale assassinio un tale riconoscimento non viene sancito anche per don Diana? Dopo quella di don Sagliano spero che venga fuori qualche altra risposta o motivazione per non lasciare nel dubbio e nell’incertezza questa vicenda. Personalmente (insieme con tanti altri come il VE R. Nogaro) considero difficile poter scindere la dimensione morale e spirituale, religiosa e cristiana di don Peppino da quella del cittadino democratico in prima fila sul fronte della legalità e della lotta contro la violenza camorristica. E qui mi permetto di fare una annotazione: non basta che un parroco come don Peppino venga brutalmente ammazzato da camorristi nella sua chiesta per poter essere riconosciuto come martire e santo?

Libro. Giuseppe Sagliano, Luigi Intelligenza          “Solo un prete”, Gnasso Editore, 2018 Pasquale Iorio

Pasquale Iorio

Le Piazze del Sapere.                                                             Caserta, 21 maggio 2018

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Da una nota di d. Rosario Giuè, autore del “Costo della memoria”, dedicato a don Peppe Diana il prete ucciso dalla camorra”, pubblicato nel 2007:

“Per quanto riguarda la beatificazione: Ora i processi, con papa Francesco, sono meno costosi..

Nel mio libro, alla fine, spiego perché don Diana non lo beatificano, se vai a rileggere…non rientra in “certi” schemi…Don Diana fa paura a certi ambienti..

Cosa è accaduto a Palermo? Semplice. Il vescovo si è intestato il problema. Ha incaricato una persona di preparare una memoria, prima di fare i passaggi in  vaticano. Così si è passati dai titoli: servo di Dio a beato… dopo anni, circa 15. Ad Aversa nessuno ha voluto fare questo, fino ad ora.

Tuttavia tu con i tuoi amici e amiche potreste rilanciare la questione in un pubblico dibattito sia a Caserta che ad Aversa…provateci…”

A seguire brani del libro a pag 200-201

“Nel mio viaggio di ricerca, mentre mi accingevo a scrivere questo libro, mi è stato chiesto più volte: “Come mai la chiesa non ha dimenticato don Pino Puglisi, tanto da aprire un processo di beatificazione e non fa molto pubblicamente per don Peppe Diana?” Già come mai?

Don diana ha perduto la vita non per un proprio interesse, ma perché impegnato per il bene della comunità, per testimoniare il Vangelo nella sua terra, per i suoi giovani, come don Puglisi. Tanto è vero che la camorra ha visto in lui un simbolo. Egli è stato un martire del Vangelo della carità e della libertà.

Forse è stato imprudente, come dice qualcuno? Ha usato espressioni forti? Ma così è stato Gesù! Così hanno fatto i profeti. Così ha fatto don Puglisi!

Allora, come mai in tutta Italia si conosce don Puglisi e la chiesa italiana è ben contenta e orgogliosa di seguirne il processo di beatificazione e attende con ansia per vederne a breve la conclusione, mentre non fa molto per far conoscere don Diana? Forse perché la testimonianza, il martirio, il pensiero, il modo di interpretare in modo pratico l’essere prete, il suo spirito critico anche verso le istituzioni, l’idea ed il sogno di Chiesa di don Peppe diana oggi non serve? Non è funzionale, è scomodo? E’ questo?

….. I camorristi avranno pensato che in fondo un prete come don Peppe, poco religiosoe tanto umano, poco curiale, così semplicemente libero, nessuno lo avrebbe difeso più di tanto. E avranno pensato di potere avere più facilmente mano libera”. Tratto dal libro di d. Rosario Giuè

 

 

 

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