ENRICO DE NICOLA, IL PRESIDENTE GALANTUOMO

Enrico De Nicola

 Il presidente galantuomo, un raro esempio di politico integerrimo, colto ed equilibrato, capace di mediare nei  momenti difficili della vita italiana. –

Di Umberto Vitiello –

da “Gente del Vesuvio

Molti di loro li ritrovai alcuni anni dopo vicino al cancello della villa De Nicola, quando il Presidente era in fin di vita e al pomeriggio con i miei fratelli ed alcuni amici andavo a leggere il bollettino medico che vi veniva affisso.  Erano gli ultimi giorni di settembre del 1959.    – Questa mattina è venuto l’Arcivescovo di Napoli – ci disse un pomeriggio Armando Cuciniello, il guardiano e giardiniere. – L’avvocato Martinelli l’ha accompagnato al capezzale del Presidente e ha detto: Accanto a te, zio, c’è il Cardinale Ascalesi. Il Presidente ha aperto gli occhi, ha sorriso e, dopo aver salutato l’arcivescovo che gli stringeva entrambe le mani, ha rimproverato suo nipote dicendogli ch’era lui accanto al cardinale. Sul letto di morte Enrico De Nicola non trascurava di impartire una breve lezione di buone maniere della Napoli colta a suo nipote che lui, scapolo impenitente, trattava da anni come un figlio.

Enrico De Nicola morì nella sua villa di Torre del Greco il 1° ottobre 1959. Con lui se ne andò un grande notabile dell’Italia liberale: insigne avvocato, politico rispettosissimo delle istituzioni, propugnatore convinto degli ideali democratici, grande statista, perfetto gentiluomo e, come lo definì Nicola Adelfi, “un uomo che trasportò fino oltre la metà del Ventesimo Secolo tutte le buone cose dell’Ottocento”.

Era nato a Napoli il 9 novembre del 1877 e aveva poco meno di 82 anni quando morì. Figlio di Angelo, commerciante emigrato in Argentina per difficoltà economiche, Enrico De Nicola rimase a Napoli con la mamma, Concetta Capranica e, laureatosi in giurisprudenza a 19 anni, cominciò a fare pratica nello studio dello zio Achille. Un anno prima, nel 1895, aveva cominciato il suo impegno nel settore giornalistico come redattore della rubrica quotidiana di vita giudiziaria del “Don Marzio”.

Nella professione forense divenne presto uno dei maggiori avvocati penalisti italiani e si stabilì nella sua villa a Torre del Greco, da dove ogni mattina si recava a Napoli prendendo il treno della Circumvesuviana delle 7 e 10 e rientrando a tarda sera. Politicamente liberale giolittiano, fu eletto nel consiglio comunale di Napoli nel 1907 e deputato nel 1909, fu riconfermato nelle successive elezioni del 1913, 1919, 1921 e 1924.  Il 6 ottobre 1959, cinque giorni dopo la sua morte, Cesare Merzagora presidente del Senato tenne alla sua Assemblea il discorso di commemorazione:  “Ancora giovanissimo, fu deputato (…) e, a 36 anni, ebbe le prime brevi responsabilità di Governo come Sottosegretario alle Colonie nel Gabinetto Giolitti e, successivamente nel 1919, come Sottosegretario al Tesoro nel Gabinetto Orlando. Quattro volte fu sollecitato ad assumere l’incarico di Preside del  Consiglio,  ma ogni volta lasciò cadere l’invito.

Presidente della Camera dei deputati dal 1920 al 1923, nel turbinoso periodo in cui maturarono gli eventi che dovevano condurre al dissolvimento delle istituzioni democratiche, quando la libertà del Parlamento fu soppressa, Egli si ritirò in silenzio. Eletto ancora una volta deputato nel 1924, per la XXVII legislatura, rifiutò il mandato; nominato senatore del Regno il 2 marzo 1929, non prese mai parte ai lavori dell’Assemblea. Tornò sulla scena politica, come protagonista di primissimo piano soltanto nel 1943, e si deve infatti al suo acume giuridico la soluzione della Luogotenenza che valse a risolvere la delicata crisi costituzionale apertasi dopo l’8 settembre. Capo provvisorio dello Stato all’indomani del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, nei drammatici giorni della ricostruzione materiale e morale del Paese e della riedificazione dello Stato democratico fu consigliere prudente ed assiduo del Governo, maestro e sprone dell’Assemblea Costituente, vivente modello di operosità e di probità per tutti i cittadini, travagliati da una crisi senza pre-cedenti.

Enrico De Nicola seppe dare allora, agli italiani e all’estero, la massima fiducia nelle possibilità di ricostruzione del Paese e nel consolidamento del nuovo ordinamento democratico e repubblicano.  La sua presenza discreta e, appunto per questo, autorevole e operante,rappresentò in quell’ora grave, densa di problemi e di difficoltà, il punto fermo intorno al quale si svolse l’attività di tutti gli organi dello Stato. Egli creò uno stile ed una prassi e fu sempre al di sopra di ogni lotta politica e di ogni interesse economico. Nella sua austera ma così umana figura, permeata di bontà e di dirittura morale, gli italiani ritrovarono il volto della giovane Repubblica ed impararono ad amarla. Confermato all’altissimo ufficio il 26 giugno 1947, assunse, il 1° gennaio 1948, in virtù della prima disposizione transitoria della Carta Costituzionale, le attribuzioni ed il titolo di Presidente della Repubblica.

Presidente del Senato della Repubblica dal 1951 al 1952, negli anni in cui il nuovo Istituto parlamentare andava compiendo i suoi primi passi, l’inestimabile contributo recato da Enrico De Nicola alla vita e allo sviluppo dell’assemblea senatoriale è scritto in lettere d’oro nelle pagine della recente storia del Parlamento italiano. Le sue dimissioni dall’alta carica, nel giugno 1952, se colpirono dolorosamente l’Assemblea, non la privarono peraltro del contributo della sua autorevole collaborazione. Presidente della Corte costituzionale dal 1956 al 1957: anche in quell’occasione, il contributo dato da Enrico De Nicola alla riedificazione dello Stato democratico è stato inestimabile. La Corte costituzionale fu da Lui diretta con assidua cura e grande decisione nei primi passi della sua faticosa organizzazione, ed ebbe un’impronta ed un avvio che ne assicurarono il successo ed il generale rispetto.  Dopo le sue dimissioni, fu riassunto nelle funzioni di senatore e tornò a far parte attiva della nostra Assemblea, riprendendo la sua naturale funzione di consigliere e di guida in materia costituzionale e regolamentare, mentre continuava a rivolgere il suo principale interesse agli studi ed ai dibattiti relativi alla riforma del Senato, alla quale egli, come Presidente della Commissione Speciale, teneva in modo particolare. Maestro di diritto e, prima ancora, di stile e di costume, Enrico De Nicola ha prodigato, fino all’ultimo giorno della vita, le sue eccezionali doti di mente e di cuore al servizio della Patria e degli ideali della democrazia (…)”.

Enrico De Nicola è ancora l’unico in Italia ad avere ricoperto ben quattro delle cinque maggiori cariche dello Stato: Presidente della Camera, Presidente della Repubblica, Presidente del Senato e Presidente della Corte Costituzionale.

Avrebbe potuto ricoprire anche la quinta carica, quella di Presidente del Consiglio dei Ministri, cui rinunziò ben quattro volte.

Molto si è scritto e parlato delle sue non poche dimissioni, mai dovute a una sua strana abitudine comportamentale, come taluni hanno voluto far credere, ma sempre e soltanto a ragioni squisitamente politiche ed ideali. Come le dimissioni nel 1924 da Presidente della Camera dei Deputati non appena Mussolini, aboliti i partiti, l’aveva trasformata in Camera dei Fasci e delle Corporazioni, o le dimissioni da Presidente della Corte Costituzionale del 26 marzo 1957, dopo aver constatato più e più volte che il governo italiano si opponeva drasticamente all’opera di democratizzazione e di pulizia delle norme fasciste del nostro ordinamento giuridico.

Dall’agosto del 1953 Presidente del Consiglio dei Ministri non era più Alcide de Gasperi e i suoi successori avevano assunto un atteggiamento molto meno rigido nei confronti dei neofascisti, che avevano fondato una loro organizzazione, il Movimento Sociale Italiano, si erano infiltrati in altri partiti, soprattutto nella Democrazia Cristiana, ed erano purtroppo presenti in tutti i rami della burocrazia statale, civile e militare, gestendone addirittura alcune direzioni generali, grazie all’amnistia del 22 giugno 1946 voluta dal Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano dal 1927 alla sua morte, avvenuta a Yalta in Russia nel 1964 ( ).

È ben noto il rifiuto di De Gasperi a un’alleanza coi neofascisti alle elezioni amministrative di Roma del 1952  richiestagli dalla Santa Sede, che temeva un’affermazione dei comunisti e dei suoi alleati nella Città Eterna  “Se mi verrà imposto, dovrò chinare la testa,ma rinunzierò alla vita politica” – affermò De Gasperi con decisione” ( )

 Enrico De Nicola, come Alcide De Gasperi, era ben consapevole che la democrazia, per potersi implementare e definirsi poi davvero tale, deve essere gestita con leggi che ne rispettino e rafforzino i principi e da  uomini che di questi principi siano convinti assertori oltre che strenui difensori.

Chiedere l’alleanza o la semplice collaborazione di chi è appena uscito dalla dittatura e ne sogna il ritorno, è pura follia – non esitò a dire De Nicola a suo nipote,che gli chiedeva cosa ne pensasse dell’atteggiamento di De Gasperi di fronte alla richiesta della Santa Sede –  e il comportamento di Alcide De Gasperi è doppiamente encomiabile, se non si sottace  ch’egli è il Presidente del Consiglio dei Ministri di uno Stato laico, ma anche un cattolico praticante.  Le dimissioni di Enrico De Nicola da Presidente della Corte Costituzionale del 26 marzo del 1957 non furono una sorpresa per i dirigenti politici di allora, che ben sapevano le difficoltà che le interferenze di molti di loro e dei direttori generali riammessi nell’amministrazione statale nonostante il loro passato fascista creavano per impedirgli di far funzionare correttamente, come era nei suoi fermi intenti, il compito demandato alla Corte da lui diretta di dichiarare anticostituzionali le leggi del passato regime ancora in vigore.     In più occasioni e nelle sedi deputate egli aveva esternato con estrema chiarezza e con precise  argomentazioni giuridiche il timore di non riuscire a far sì che la Costituzione da pochi anni promulgata e da lui firmata in qualità di Capo dello Stato non restasse troppo a lungo inoperosa in molte delle sue parti, col gravissimo pericolo di impedire all’Italia di divenire uno Stato davvero civile e democratico. Come non rare volte capita a Paesi usciti da una dittatura che, con le proprie verità assolute propagandate dai media e impartite nelle scuole di ogni ordine e grado, ha cambiato la mentalità della stragrande maggioranza dei cittadini trattati come sudditi, fino a renderli incapaci di comprendere ed apprezzare i diritti civili finalmente riconquistati.  “Si stava meglio quando si stava peggio”  e “la dittatura ha fatto anche cose buone” sono le frasi che i nostalgici del vecchio regime fanno circolare per impedire alla democrazia di rinascere e crescere nel nostro Paese secondo le linee e nel rispetto dei principi di una delle migliori Costituzioni del mondo occidentale. La famosa frase di Alcide De Gasperi “Un politico pensa alla propria elezione o rielezione; uno statista alla prossima generazione” aiuta a capire perché solo a pochissimi in Italia, tra cui spicca la figura di Enrico De Nicola, si può correttamente attribuire il titolo di statista. Ed è la sua riconosciuta statura di grande statista la causa per cui divenne inviso a quei politici che pensavano alla propria elezione e ai propri interessi, piuttosto che alla prossima generazione e al bene del Paese.

La sua sobrietà e le altre sue doti, come il rigore professionale e l’onestà, mentre infervoravano i cuori di coloro che attendevano da anni il ritorno dell’Italia a una vita democratica che le consentisse di rientrare a pieno titolo tra le Nazioni libere, rendeva sempre più insofferenti quelli che intendevano conservare privilegi acquisiti durante il passato regime e i politici che, privi di alti ideali, non avevano nessuna aspirazione a diventare dei veri statisti, anche se facevano di tutto per apparire tali.          Quando si prospettò la sua nomina a Capo dello Stato, la villa fu meta di autorità e amici, alcuni dei quali, come il filosofo Benedetto Croce e il noto penalista e uomo politico di Portici Giovanni Porzio, che lo stimavano per la cultura, la profonda conoscenza del diritto, l’onestà, l’umiltà e l’austerità dei costumi, riuscirono infine a convincere Enrico De Nicola ad accettare quell’incarico per il bene del Paese. A Roma si recò col nipote, l’avvocato Martinelli, a bordo della propria auto privata e portando con sé un vecchio cappotto rivoltato e come bagaglio una sola piccola vecchia valigia di cuoio. Rifiutò lo stipendio di 12 milioni di lire previsto dalle disposizioni di legge per il Capo dello Stato, pagò quasi sempre tutto coi propri risparmi e, considerando la carica provvisoria e ritenendo inopportuno stabilirsi al Quirinale, chiese ed ottenne di stabilirsi nel Palazzo Giustiniani, detto la Tomba, perché raramente riscaldato dal sole. E nel Palazzo Giustiniani volle restare anche quando fu nominato Presidente della Repubblica e non più Capo dello Stato provvisorio.

Alla villa di Torre del Greco tornava spessissimo e, dopo essersi liberato da tutte le cariche più impegnative, vi restava per periodi sempre più lunghi. Una giornata di freddo e pioggia del settembre 1959 accompagnò fino al cancello l’onorevole Tambroni, che era stato in visita da lui, e si ammalò gravemente di broncopolmonite. Morì il 1° ottobre. Ai suoi funerali c’erano tutte le autorità dello Stato, molti politici di vecchia e nuova generazione, una gran folla di persone comuni e tantissimi giovani. Molte città italiane hanno intitolato ad Enrico De Nicola strade, piazze e istituzioni. In nessuna vi è stata eretta una sua statua. Un busto che lo ritrae è nel Castel Capuano, antico Tribunale di Napoli; un altro è stato posto nel 2010 in presenza di Messina, lo scultore, e di Jelardi, biografo del Presidente, nell’atrio dell’Istituto Tecnico “Enrico De Nicola” di Sesto San Giovanni.

Umberto Vitiello

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