“Il Gattopardo” straordinario affresco cinematografico di Luchino Visconti

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Il Gattopardo, lo straordinario affresco cinematografico di Luchino Visconti arriva per la prima volta in Alta Definizione su SKY CINEMA HITS HD. Il film, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1963 e restaurato nel 1991 dalla Cineteca Nazionale di Roma, è tornato sul piccolo schermo dopo 13 anni di assenza (fu trasmesso per l’ultima volta in tv nell’ottobre 1996). Un capolavoro intramontabile restaurato e ora visibile in esclusiva versione in HD che permette al pubblico di apprezzare al meglio una pellicola straordinaria con un cast stellare, uno dei fiori all’occhiello della programmazione di SKY Cinema.

Grazie all’Alta Definizione è sembrato di entrare al centro della scena del celebre valzer di Burt Lancaster e Claudia Cardinale e viverla in maniera ancor più emozionante e coinvolgente grazie al realismo delle immagini, a una profondità e una luminosità mai sperimentate prima e al formato panoramico e sonoro in dolby surround.

 

 

Il Gattopardo è un romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958.
L’autore trasse ispirazione da vicende della sua antica famiglia e in particolare dalla vita del suo bisnonno, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, vissuto negli anni cruciali del Risorgimento e noto anche per le sue ricerche astronomiche e per l’osservatorio astronomico da lui realizzato. Per il tema trattato è spesso considerato un romanzo storico, benché non ne soddisfi tutti i canoni.
Scritto tra la fine del 1954 e il 1957, fu presentato all’inizio agli editori Einaudi e Mondadori, che ne rifiutarono la pubblicazione (il testo fu letto da Elio Vittorini che successivamente sembra si fosse rammaricato dell’errore), avvenuta poi dopo la morte dell’autore da Feltrinelli con la prefazione di Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il manoscritto da Elena Croce. Nel 1959 ricevette il Premio Strega, nel 1963 Luchino Visconti lo tradusse in un film omonimo.
Nel 1967 venne anche tratta un’opera musicale di Angelo Musco, con libretto di Luigi Squarzina.
Il nome del romanzo ha l’origine nello stemma di famiglia dei Tomasi ed è così commentato nel romanzo stesso: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.»
Trama
Il libro inizia con questa frase: “Nunc et in hora mortis nostrae. Amen”.
Come detto il Gattopardo si ispira alla vita dell’antenato dello stesso autore, che nel romanzo prende il nome di Don Fabrizio Corbera, Principe di Casa Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e nel feudo agrigentino di Donnafugata, che altro non è che il paese di Palma di Montechiaro).
Don Fabrizio è padre di sette figli ed è esponente di un casato che per secoli “non aveva mai saputo fare neppure l’addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti”. Il principe possedeva forti inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all’astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. Ma un’altra passione erano anche le donne: di fatti la moglie, Maria Stella, era solita subire crisi isteriche quando sapeva del marito e delle amanti che frequentava. I pensieri di Don Fabrizio oscilleranno sempre tra eros e thanatos, amore e morte, pensieri sensuali e pensieri fortemente negativi e disillusi. All’inizio del primo capitolo si parla di un cadavere rinvenuto nel giardino di Casa Salina “il cadavere di un giovane soldato del quinto battaglione cacciatori, che ferito nella zuffa di san Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghie confitte nella terra, coperto di formiconi; e di sotto le bandoliere gl’intestini violacei avevano formato pozzanghera.”
Nel maggio 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che ormai è prossima la fine della sua supremazia: infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, la nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio. Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Calogero Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, si innamora di Angelica, figlia di don Calogero, “bocca di fragole e anfora colma di monete” che infine sposerà, abbagliato sicuramente dalla sua bellezza, ma attratto anche dal suo patrimonio.
È Tancredi, nel comunicare al Principe la decisione di unirsi alle truppe piemontesi, che dice la famosa frase: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!” A questo punto Don Fabrizio comprende che non bisogna opporsi al cambiamento imminente.
Un episodio molto importante riguarda il plebiscito a Donnafugata, nel quale si domanda al popolo di votare in favore o meno all’annessione della Sicilia al Regno Italico. Molti cittadini chiedono a Don Fabrizio un parere, egli risponde di essere favorevole e perciò suggerisce di votare “si”. Questa indicazione, coerente con le convinzioni maturatesi in Don Fabrizio sull’opportunità di non opporsi al nuovo regime, viene però interpretata da alcuni come un gesto machiavellico: sarebbe sciocco da parte del principe votare in favore, perderebbe il potere. Altri invece, delusi dal pensiero di Don Fabrizio, non vogliono passare sotto un altro regime, preferendo, secondo l’antico proverbio, “un male già noto a un bene non sperimentato”. Tuttavia ogni tentativo di opporsi è vano: i voti negativi vengono annullati da Don Calogero Sedara.
Un altro episodio significativo è l’arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d’Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano. E cercando di raccontare al suo ospite la capacità di adattamento che i siciliani, sottoposti nel corso della storia all’amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto giocoforza sviluppare. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: “…E dopo sarà diverso, ma peggiore.”
La vita del principe da allora prosegue in modo monotono e sconsolato, fino alla sua morte che lo coglie in un’anonima stanza di albergo nel 1883, mentre tornava da Napoli, viaggio intrapreso per sottoporsi a visite mediche. Nella sua casa rimarranno le tre figlie nubili, inacidite da una vita chiusa e solitaria.
Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì in una modesta camera d’albergo, lontano da casa, in un viaggio intrapreso per cure mediche.
Il significato dell’opera
L’autore compie all’interno dell’opera un processo narrativo che è sia storico che attuale. Parlando di eventi passati, Tomasi di Lampedusa parla di eventi del tempo presente, ossia di uno spirito siciliano citato più volte come gattopardesco. Nel dialogo con Chevalley, il principe di Salina spiega ampiamente il suo spirito della sicilianità; egli lo spiega con un misto di cinica realtà e rassegnazione. Spiega che i cambiamenti avvenuti nell’isola più volte nel corso della storia, hanno adattato il popolo siciliano ad altri “invasori”, senza tuttavia modificare dentro l’essenza e il carattere dei siciliani stessi. Così il presunto miglioramento apportato dal nuovo Regno d’Italia, appare al principe di Salina come un ennesimo mutamento senza contenuti, poiché ciò che non muta è l’orgoglio del siciliano stesso. Egli infatti vuole esprimere l’incoerente adattamento al nuovo, ma nel contempo l’incapacità vera di modificare sé stessi, e quindi l’orgoglio innato dei siciliani. In questa
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