In diretta tv (mediaset-rete4) la celebrazione della s. messa officiata dal M.R. Don Augusto Rotoli presso la colleggiata S. Stefano in Galluccio

È difficile esporre, descrivere con parole il vortice di emozioni, i vibranti e profondi pensieri che ci investono, ci invadono quando lo sguardo si posa sopra un gioiello di famiglia e/o su di un qualsiasi altro oggetto, molto meno prezioso, cui per tradizione ci sentiamo legati. Oggetti cari, custodi discreti e silenziosi di incredibili segreti, rimasti tali: mai rivelati, mai tramandati, mai ricevuti. Incredibile la nostra gioia nel venire a conoscenza di un episodio spicciolo, di una frase sola, di una parola significativa. Sono parte di noi perché apparteniamo a chi ce li ha trasmessi. Meriterebbero ricerche serie e studi accurati per poter, a nostra volta, dare un senso compiuto e curare la trasmissione a chi viene dopo di noi. Preferiamo lasciarci sedurre dalla fantasia e viaggiare immaginando quegli oggetti legati a storie, leggende, intrighi di un passato che non è passato perché ci attira e ci coinvolge. Si, perché quel passato è parte di noi che ne facciamo parte. Parimenti, ogni comunità è parte integrante e vitale dei ‘gioielli’ che ‘trova’, nei quali si identifica e ne usufruisce fin dalla più tenera età. Sono ‘gioielli’ di inestimabile valore sia sotto l’aspetto religioso (così sono nati) sia sotto l’aspetto culturale-artistico-architettonico. Sono come quei ‘gioielli’ che, tramandati di generazione in generazione, trovano un valido e concreto riferimento alle antiche e preziose doti di un popolo genuino e rispettoso del prossimo, dedito al culto della famiglia e del lavoro, di consolidata tradizione religiosa, rimasto lontano da importanti centri urbani e industriali. ‘Gioielli’ che hanno una Storia, una Storia straordinaria, intrisa a volte – il che non guasta mai – di leggende e di episodi che hanno del fantastico, corroborata anche da personaggi straordinari. ‘Gioielli’ verso i quali si ha una confidenza, come dire, familiare, ma riguardosa e contenuta che, spesso e volentieri, frena eventuali interessi e curiosità che sono, in genere, elementi distintivi dello studioso, dell’appassionato d’arte e, perché no, di un turista. Insomma, altre storie che si intrecciano con la Storia! E proprio questa è la storia vera, vissuta da un cameraman che, seguendo la rotta indicata dal navigatore dell’autovettura che guidava, si trovò per puro caso nei pressi di un autentico ‘gioiello’architettonico qual è la Collegiata di S. Stefano in Galluccio. Se ne ‘innamorò’ a prima vista. Una folgorazione prima ancora di conoscerne la millenaria, meravigliosa Storia: lì, davanti all’altare maggiore, volle giurare fedeltà e amore alla sua sposa; e poi, poi la promessa di trasmettere in diretta tv la celebrazione della Santa Messa festiva. È la Storia che ritorna (corsi e ricorsi?) e ci fa ricordare la genesi, condita con un pizzico di leggenda, della Collegiata di S. Stefano! Correvano gli anni intorno al 900, anni in cui i Papi, oltre al potere spirituale, bramavano, esercitavano e, imponendosi, ‘sfoggiavano’ un potere temporale, ancora oggi radicato in tanti religiosi , cui Papa Francesco ardentemente si oppone con un candore pregno di spiritualità e umanità al fine di debellare o quanto meno ridurre ai minimi termini l’immorale e pernicioso fenomeno. Erano anche gli anni in cui i Saraceni, spinti da uno smodato e tormentato spirito espansionistico, territoriale ed economico, razziavano, occupavano e prestavano i loro servigi guerreschi e mercenari al miglior offerente. Per meglio infiltrarsi nel territorio, avevano montato le tende nei pressi del fiume Garigliano e studiavano le strategie idonee per centrare gli obiettivi stabiliti. In territorio di Galluccio (qui, per ricordare l’evento, ad una borgata fu attribuito il toponimo ‘saraceni’), i Saraceni furono sconfitti da una coalizione messa su da Papa Giovanni X. Il quale – leggenda vuole – una sera, particolarmente stanco dopo essere stato impegnato in un’aspra battaglia, indossando ancora l’abbigliamento militare (forse non ne aveva altri), bussò alla porta della canonica dove fu accolto da un sacerdote che, senza nulla chiedere, l’ospitò tranquillamente. Qualche tempo dopo, quel sacerdote, con somma meraviglia e preoccupazione, fu invitato presso la residenza (Palazzo del Laterano) papale. Una volta al cospetto del Papa (Giovanni X), confutò di averlo mai visto ed incontrato prima di allora. Sicché il Papa, rievocando l’incontro e l’ospitalità ricevuta, gli chiese di esprimere un desiderio. Ed il povero sacerdote rispose ‘santo padre, una sola cosa posso chiedere per me: una bellissima chiesa’. E così la leggenda si trasforma in una realtà che trova riscontro nell’edificata Collegiata di S. Stefano, maestosa per bellezza, solenne per culto e sacralità. Messa da parte la leggenda, ci fermiamo alla promessa del cameraman diventata realtà. Qualche domenica fa, Mediaset-Rete4 ha ripreso e trasmesso in diretta dalla Collegiata di S. Stefano la Santa Messa officiata dal M.R. don Augusto Rotoli. È stato un momento bellissimo ed emozionante. Peccato per coloro i quali non si sono sintonizzati. Hanno perduto moltissimo sia in termini di bellezza architettonica che paesaggistica e dottrinale. Straordinaria l’omelia pronunciata da don Augusto Rotoli, il primo sacerdote pignaterese (… è natio di Pignataro Maggiore, culla di vocazioni, che ha dato sacerdoti straordinari fra i quali ci piace ricordare – chiediamo venia agli altri – il canonico Giovanni Penna, autore – il primo in assoluto – nel 1833 del volume ‘STORIA DI PIGNATARO MAGGIORE E DEL SUO CIRCONDARIO’, pregevole opera di cui venne autorizzata la stampa ma ‘non pubblicata senza un secondo permesso che non si dovrà se prima lo stesso regio Revisore non attesti di aver riconosciuta nel confronto uniforme la impressione all’originale approvata’, e Padre Eugenio Bovenzi, predicatore facondo per esposizione, morale e dottrina, una celebrità in tutt’ltalia) ad aver celebrato la S. Messa in diretta tv. Un’omelia che, partendo da un excursus storico-ebraico, storico-cristiano, evangelico-attuale, ha evidenziato i tre livelli in cui vanno interpretate le parabole (il piano storico del tempo in cui Gesù in cui ha effettivamente narrato l’episodio fittizio, il livello della Chiesa primitiva, quando cioè si cercava di adattare il testo alla situazione della comunità, la perenne attualizzazione che viene fatta dalla Chiesa in ogni tempo in cui il brano evangelico viene riletto, annunciato e vissuto) con particolare riguardo all’attenzione dell’ascoltatore,alla strana “giustizia” di Dio e soprattutto alla terza risposta ai lavoratori.
Paolo Pozzuoli

 

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