Incontro Pubblico in memoria di Giuseppe Capobianco. A vent’anni dalla scomparsa (1994-2014)

Evento ideato dall’Associazione Storica del Caiatino in collaborazione con Centro Studi “Francesco Daniele” (Caserta) e Le Piazze del Sapere (Caserta) Con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Caiazzo

INTERVENTI

Paolo Pietro Broccoli (già deputato e militante PCI di Caserta e provincia)
Guido D’Agostino (storico, direttore dell’Istituto Campano Storia della Resistenza)
Gianni Cerchia (Università del Molise)
Felicio Corvese (storico, direttore del Centro Studi “Francesco Daniele”)
Pasquale Iorio (coordinatore de Le Piazze del Sapere)

Moderatore
Giovanni Fasulo (Presidente Associazione Storica del Caiatino)

Venerdì 10 ottobre 2014 ore 17.30
Caiazzo, Sala Consiliare – Piazza Martiri Caiatini, 1

Info: www.associazionestoricadelcaiatino.com – info@associazionestoricadelcaiatino.com

 

«Peppino Capobianco, schivo e appassionato
(in «L’Articolo» del 7 settembre 2004)
Giuseppe Capobianco era un uomo di estremo rigore personale e politico, schivo e disinteressato fino ai limiti dell’ascetismo. Ricordo con quanta insistenza fu quasi “costretto” a partecipare alla presentazione del suo libro sulle stragi naziste in Terra di Lavoro (“La giustizia negata. L’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943”, 1990), alla presenza dell’allora presidente della Camera dei Deputati on. Nilde Jotti. Capobianco era casertano, nato a Santa Maria a Vico il 27 giugno del 1926, l’anno delle leggi eccezionali che portavano il fascismo a compiere il salto decisivo verso la dittatura. Suo padre Francesco era un ufficiale di carriera della Regia Marina Militare, trasferito a Gaeta nel 1931 per dirigere i locali Stabilimenti Militari di Pena. Ed era qui, proprio nelle immediate retrovie di quella che sarebbe diventata la “linea Gustav”, che “Peppino” veniva sorpreso dall’8 settembre e dall’inizio della “guerra civile” italiana, riuscendo a superare rocambolescamente le linee soltanto nel marzo 1944.
Partecipava poi alla ricostruzione del movimento giovanile comunista, promosso per cooptazione — nel marzo del 1948 — nel comitato federale della Pci di Terra di Lavoro; organizzazione della quale sarebbe diventato segretario quasi un venticinquennio più tardi, tra il 1970 e il 1976, sino al suo successivo ingresso nel ristretto ambito nazionale del Comitato Centrale di Controllo.
La sua produzione storiografica iniziava proprio in quest’ultima fase degli anni 70, quando accendeva i riflettori sui protagonisti del movimento operaio e democratico casertano (“Scritti di Corrado Graziadei” e “Ricordo di Michele Izzo” nel 1979, “Leopoldo Cappabianca, una vita per la libertà e la giustizia sociale” nel 1983, “Ricordo di Gori Lombardi” nel 1985, “Antonio Marasco e il movimento operaio di Piedimonte Matese” nel 1986), all’interno del più ampio contesto della complessa vicenda politica e sociale della provincia (su tutti il già citato “La giustizia negata” e l’appena riedito “La costruzione del ‘partito nuovo’ in una provincia del Sud” nel 1981).
In questi suoi studi ritroviamo tutta la passione dell’uomo politico, con le idiosincrasie, le suggestioni, i valori, ma anche i limiti, spesso affascinanti, di un uomo del suo tempo. Poiché Peppino Capobianco, e ciò non va mai edulcorato con letture di maniera, fu innanzitutto un uomo orgogliosamente di parte: un comunista della covata di Togliatti che metteva al primo posto, sempre e comunque, le ragioni della politica e dell’organizzazione. Un uomo che diffidò sempre dagli “spontaneismi”, che non amava i “movimentismi”; anzi, che li giudicava, come ebbe a scrivere a proposito degli eccidi nazisti di Terra di Lavoro, incapaci di divenire di per sé “occasione di rottura col passato e coscienza del cambiamento”.
Capobianco moriva il 27 settembre del 1994; conoscendolo, sospetto che non avrebbe amato queste rievocazioni: “le masse”, ci diceva, “non gli individui, fanno la storia”. Eppure Peppino Capobianco, nonostante le sue convinzioni e l’innata timidezza, fu un protagonista della storia democratica del Paese. Ecco perché, dieci anni dopo, ancora ci addolora ricordarne la scomparsa.
Gianni Cerchia

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