Job Act di Renzi le “Tutele Crescenti” che non tutelano nessuno

“Job Act”: significa semplicemente piano per il lavoro (o legge per il lavoro), ma detto in quell’altro modo fa tanto americano, tanto progressista, tanto mostrarsi adeguato a “un mondo che cambia”; in sintesi, tanta obbediente omologazione allo stile (e alla lingua) dei padroni. In effetti la proposta indecente del pifferaio dell’Arno è totalmente ispirata al verbo liberista e globalista che nell’ultimo ventennio ha imperversato sul pianeta, recando alle genti la cattiva novella dell’arretramento, dello impoverimento, dell’asservimento all’usura finanziaria internazionale.

Orbene, il Job Act renziano si inserisce perfettamente in un panorama di tal fatta. Il lavoro vi è concepito come un optional nella vita degli individui, qualcosa che si deve faticosamente conquistare e che si deve essere pronti ad abbandonare ad ogni stormir di foglia, sacrificando sull’altare della “mobilità” anche il semplice progetto di creazione di un nucleo familiare. Degno emblema di questa “riforma” è l’invocata abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Quello Statuto – che è Legge dello Stato – prevede che nelle grandi aziende (quelle che occupano più di 15 dipendenti) il lavoratore licenziato ingiustamente – e riconosciuto tale da una sentenza giudiziaria – venga reintegrato nel proprio posto di lavoro. E ciò in un contesto in cui tutte le imprese (piccole o grandi) hanno, giustamente, la piena libertà di licenziare chiunque per “giusta causa” o anche per motivi economici (mancanza di sbocchi produttivi, ristrutturazioni aziendali, eccetera).

I gagliardi innovatori renziani (con montiani, alfaniani e similberlusconiani al seguito) propongono di abolire ogni garanzia contro i licenziamenti ingiusti, offrendo in cambio delle “tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”. E questo – udite, udite – per i nuovi contratti “a tempo inderminato”; che così cesserebbero, automaticamente, di esser tali.

Altra porcheria: le cosiddette tutele sono, appunto, “crescenti”; la qualcosa significa che all’inizio – diciamo per i primi tre anni di lavoro – sono praticamente inesistenti, e che il lavoratore potrà essere licenziato anche il giorno dopo essere stato assunto: forse – ma non ne sono tanto sicuro – tacitato con una piccola mancia. Se dovesse fermarsi in azienda oltre i tre anni, il lavoratore poi licenziato ingiustamente avrà diritto ad un modesto risarcimento pecuniario; risarcimento poi via via crescente (e non so fino a che punto crescente) in proporzione all’anzianità.

Tradotto in parole povere: le grandi aziende avranno la possibilità di assumere giovanissimi apprendisti, spremerli fino all’osso per uno, due o tre anni, e poi buttarli fuori e sostituirli con altri giovanissimi per il successivo triennio. E così via, di tre anni in tre anni: In questo modo, le grandi aziende (e sottolineo: le grandi aziende, perchè il Job Act è utile soprattutto a loro) potranno avere personale sempre giovane, in forma perfetta e praticamente privo di tutele, con l’unico disturbo di dare qualche modestissima regalia ai “vecchi” appena licenziati.

Naturalmente, per salvare la faccia, è prevista l’estensione a tutti di certi “privilegi” oggi riservati a chi è “eccessivamente garantito”: per esempio, alcune tutele connesse alla maternità. Ma, attenzione, anche queste tutele sono concesse in modalità “crescente”. La qualcosa comporta, per esempio, che una neo-assunta possa essere licenziata in tronco alle prime avvisaglie di gravidanza, e cioè prima di aver maturato il diritto ad essere “crescentemente” garantita dopo il parto.

Cosa significa tutto ciò, al di là del contingente? Significa che si vuol distruggere il modello di società europea progredita che ha contraddistinto il nostro sistema di vita fino ad oggi, sostituendolo con un modello ultraliberista di matrice americana. Un sistema basato sulla mancanza di certezze, sulla impossibilità di programmare una vita “normale”, di sposarsi e mettere al mondo dei figli, di contrarre un mutuo per una casa, di avere una regolare vita lavorativa, di aspirare ad una pensione decente. E’ questo “lo spirito dei tempi”, è questo “il nuovo che avanza”, sono queste “le riforme che l’Europa ci chiede”.

Nel caso in specie, peraltro, v’è un supplemento di volgare, becera demagogia: la “riforma”, infatti, viene invocata in nome dell’uguaglianza di tutti i lavoratori. Però, considerato che l’articolo 18 tutela solamente i lavoratori licenziati ingiustamente dalle grandi aziende, non si chiede di tutelare anche i dipendenti delle piccole aziende, bensì di togliere a tutti indistintamente ogni tutela. Pardon: di sostituire le anacronistiche tutele del passato con le nuove e progressiste “tutele crescenti” che sono gradite ai “mercati”. E’ il solito appello all’invidia: in nome, beninteso, dell’abolizione dei privilegi.

Naturalmente, anche questa “riforma” è da considerarsi, per definizione, buona. Di converso, chi si oppone è cattivo. In particolare, chi vuole conservare qualcosa di civile è un “conservatore”, se non proprio un fascista. Invano il povero Nichi Vendola si affanna a squittire che il Job Act è “una porcheria di estrema destra”. No, caro Nichi: è una porcheria di sinistra: Di quella sinistra – beninteso – che ha venduto l’anima a Wall Street. Esattamente come una certa Destra.

 

M. Rallo

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