La figura di Aldo Moro ed il suo contesto storico nell’anniversario della sua morte

di Matilde Maisto

 

In occasione dell’anniversario del rapimento di Aldo Moro, 16 Marzo 1978 (nello stesso giorno dell’omicidio  di Peppino Impastato), e successiva morte il 5 Maggio 1978, il pensiero di tutti gli italiani va a chi ha lottato per i valori della democrazia e della libertà nel nostro Paese. Contro il terrorismo e la criminalità organizzata, le cui vittime non sono morte invano. Ai familiari di chi ha perso la vita per la sua passione per la giustizia e per fare del futuro un orizzonte condiviso per tutti gli italiani il tributo del governo e del Paese tutto.

Per parlare di Aldo Moro è indispensabile inquadrare la sua figura nel periodo storico in cui egli è vissuto e contemporaneamente ricordare il fenomeno brigatista. Per parlare poi del fenomeno brigatista è quasi obbligatorio analizzare anche il periodo storico che lo ha preceduto, che lo ha in un certo senso covato, almeno per quanto riguarda la sua fase storica iniziale, cioè quel 1968, che con i suoi ideali rivoluzionari, il suo spirito, le sue manifestazioni, e anche le sue violenze, ha finito con l’essere considerato un vero e proprio spartiacque della società contemporanea. Le Brigate Rosse, nate come una sorta di Robin Hood della classe operaia, hanno finito con il distaccarsi totalmente dalla realtà, per esempio della fabbrica, giungendo ad un isolamento causato anche dal ricorso sistematico all’omicidio, perfino contro giudici democratici, operai, sindacalisti di provata fede comunista. È così, infatti, che si è passati dai comizi volanti in quartieri popolari come il Lorenteggio a Milano, a oscure fasi di isolamento e alle spietate cacce all’uomo,da parte dei reparti comandati dal generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, come avvenne con l’assassinio di Aldo Moro.
Uno dei primi esempi di terrorismo politico si verificò il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano, dove scoppiò una bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, vi furono sedici morti e ottantasette feriti; iniziò con questo attentato il cupo periodo del terrorismo politico che insanguinò il paese per tutti gli anni settanta.
In quest’epoca la democrazia italiana subì l’attacco contemporaneo dell’estremismo di destra e di quello di sinistra: i terroristi di destra, che si sentivano gli eredi della Repubblica di Salò, volevano riscattare la nazione che consideravano tradita da un falso parlamentarismo; invece i terroristi di sinistra si proclamavano eredi dei partigiani, i continuatori della Resistenza, secondo loro tradita dalla nuova Repubblica italiana e in particolare dal PCI, che era sceso a patti con i partiti borghesi e aveva rinunciato alla rivoluzione.
I primi anni settanta furono dominati dalla violenza nera, con le stragi di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974); San Benedetto Val di Sembro, in provincia di Bologna, sul treno Italicus Roma-Monaco (4 agosto 1974); stazione di Bologna (2 agosto 1980). Si ebbe la cosiddetta strategia della tensione, ma possiamo dire con soddisfazione che i terroristi non raggiunsero il loro obiettivo finale, tuttavia non possiamo dimenticare che molte di queste stragi restano tuttora impunite.
Sul versante della sinistra, tra la fine degli anni settanta, nacquero in Italia vari gruppi di estrema sinistra; molti dei militanti di queste formazioni erano convinti che l’Italia fosse sull’orlo di una guerra civile. Essi ritenevano che la rivoluzione comunista fosse impedita dalle organizzazioni tradizionali della sinistra e da qui nacque il terrorismo rosso. Il terrorismo di sinistra colpì in tutti i settori della società. Vennero assassinati giudici, poliziotti, giornalisti, sindacalisti, avvocati. In effetti tutti coloro che i terroristi ritenevano nemici del popolo venivano gambizzati oppure rapiti e sottoposti a processi popolari. Il gruppo più importante e tristemente famoso del terrorismo di sinistra furono le Brigate Rosse.
Intanto sul fronte politico, di fronte all’incrudelirsi dello scontro, tutte le forze politiche parlamentari avevano iniziato una riflessione su quale strategia usare contro i terroristi. Enrico Berlinguer, il segretario del partito comunista italiano, sosteneva che per affrontare i gravi problemi del paese, era urgente un “compromesso storico” tra i partiti che rappresentavano la grande maggioranza del popolo italiano. Questa nuova strategia mirava alla collaborazione di governo fra DC e PCI. La proposta di Berlinguer trovò disponibilità in quella parte della DC che faceva capo ad Aldo Moro. Inoltre La politica moderata di Berlinguer portò nuovi consensi al PCI e nelle elezioni amministrative del 1975, le sinistre ottennero un notevole successo, conquistando il governo delle principali città italiane. In seguito, nel 1976, il PCI conseguì il più significativo risultato elettorale della sua storia, con oltre dodici milioni e mezzo di voti. Il risultato delle elezioni del ’76, rese impossibile la formazione di un governo di centro e fu indispensabile coinvolgere il partito comunista italiano, infatti Andreotti formò un governo monocolore detto della “non sfiducia”. In seguito nel marzo del 1978, sempre Andreotti costituì un governo di solidarietà nazionale che godeva del voto favorevole del partito comunista italiano e degli altri partiti di centro sinistra. Ma proprio nel giorno in cui il nuovo governo doveva ottenere la fiducia della camere (16 marzo 1978), le BR rapirono l’uomo che l’aveva reso possibile: Aldo Moro. Il cadavere dello statista sarebbe stato ritrovato il 9 maggio, dopo cinquantuno giorni di prigionia.
Alle 9,15 del 16 marzo, un commando di BR tende un agguato in via Mario Fani ad Aldo Moro, presidente del consiglio nazionale della DC, mentre va a Montecitorio per il dibattito sulla fiducia al quarto governo Andreotti, il primo governo con il sostegno del partito comunista italiano. In pochi secondi i brigatisti uccidono i due carabinieri che accompagnano Moro e i tre poliziotti dell’auto di scorta. L’onorevole Moro viene caricato a forza su una Fiat 132 blu. Poco dopo, le BR rivendicano l’azione con una telefonata all’agenzia ANSA. Alle ore 10,00 il Presidente della camera Pietro Ingrao, sospende la seduta e annuncia il rapimento di Moro. Subito CGIL, CISL e UIL, proclamano lo sciopero generale. La camera riprende i lavori e il quarto governo Andreotti ottiene la fiducia: votano a favore DC, PCI, PSI, PRI, PSDI, DN e SIN.IND; contro PLI, MSI-DN e DP. Nella notte anche il Senato vota la fiducia. Intanto una telefonata al “Messaggero” fa trovare “il comunicato numero 1” delle BR che contiene la foto di Moro , per l’esattezza in una busta arancione c’erano cinque copie del comunicato e una foto che ritraeva Moro seduto sotto la bandiera a cinque punte e la scritta “Brigate Rosse”, nel quale in sintesi si diceva che Aldo Moro fosse considerato il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste; egli era considerato il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprimeva il popolo italiano.
Susseguentemente il 19 marzo papa Paolo VI, lanciava il suo primo appello per la liberazione di Moro; il 20 marzo al processo di Torino, il “nucleo storico” delle BR rivendicava la responsabilità politica del rapimento; il 21 marzo il governo approva il decreto “antiterrorismo”; il 23 marzo il PCI approva la linea della “fermezza”; il 25 marzo a Torino, Milano, Roma e Genova, le BR fanno trovare il comunicato numero 2, annunciato da una serie di telefonate a vari giornali. Si avranno successivi comunicati numero 3, 4, 5, 6, 7, 8, con una serie di trattative. Il 29 aprile alcune lettere di Moro furono recapitate al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, del Senato Amintore Fanfani, della Camera Pietro Ingrao, a Craxi, ad Andreotti e ad altri parlamentari; il 30 aprile Mario Moretti (brigatista), telefona a casa Moro e dice che solo l’intervento di Zaccagnini può salvare la vita del presidente DC. Il 2 maggio Craxi indica a Zaccagnini i nomi di due terroristi ai quali si potrebbe concedere la grazia per motivi di salute. Il 5 maggio Andreotti ripete il no alle trattative. Un’ora dopo arriva il comunicato numero 9 e l’ultima lettera di Moro alla moglie:<<…mi hanno detto che tra poco mi uccideranno. Cara Norina ti bacio per l’ultima volta>>. Infine il 9 maggio, in via Castani ( a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI), la polizia trovò il corpo di Moro nel portabagaglio di una Renault R4 rossa.
Possiamo concludere che l’uccisione di Aldo Moro è stata una grande perdita, in quanto ha rallentato quel processo politico riformista, progressista unitario, tanto necessario per l’Italia.

 

 

“Muoio nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro”. Aldo Moro, il 5 maggio l’annuncio dal carcere

5 maggio 1978: dopo 51 giorni di prigionia, le Brigate Rosse annunciano l’esecuzione dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana ed ordinario di diritto penale e di diritto processuale penale.

“Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell’amatissimo nipotino, dell’altro che non vedrò. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere (…)”.
(Aldo Moro, stralcio dell’ultima lettera)
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2 Comments

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    Patrizia marzo 23, 2018

    Nel commento di Matilde Maisto si parla di trentennale. Ma dal 1978 ad oggi sono ben quarant’anni dall’ uccisione dell’ onorevole Aldo Moro.

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      matilde Maisto marzo 23, 2018

      Hai ragione, mi sono confusa, provvedo alla rettifica, grazie

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