L’ARS AMANDI “L’ARTE DI FARE L’AMORE”

martedì
Set 30,2008

PUBLIO OVIDIO NASONE

Publius Ovidius Naso nacque a Sulmona, il 20 marzo del 43 a.C.. Nel suo tentativo di moralizzazione dei costumi, Augusto cercò di distruggere l’ Ars amatoria di Ovidio,ma questa sopravvisse. Il disinteresse e l’ignoranza dei nostri giorni considerano i classici come nozionismo sterile, tuttavia ” l’arte di amare” del Nostro è ancora un bestseller.
Ovidio ebbe il coraggio di porre, tra tanti poemi didascalici, il suo, che scientificamente introduce all’arte del corteggiamento e dell’amore. In tre libri di distici finissimi, di melodiosa lettura per chi ancora ama il latino, Ovidio traccia una mappa attenta e completa dei luoghi, degli atteggiamenti, degli approcci e delle parole che un uomo (libro II) ed una donna (libro III) devono utilizzare per far breccia nel cuore dell’essere amato.Nulla è lasciato al caso: con introspezione, egli analizza il comportamento umano, ricercandone quel quid, che rende sempre attraente qualcuno e sempre repellente qualcun altro. L’amore è conquista e Romolo ne ha lasciato un valido esempio col “ratto delle vergini sabine:”in gradibus sedit populus de cespite factis, qualibet hirsutas fronde tegente comas. Respiciunt oculis notant sibi quisque puellam quam velit et tacito pectore multa movent[…]rex populo praede signa pretenda dedit…”
Liber primus (Il ratto delle Sabine)

A quel tempo non c’era velario sopra un teatro di marmo e la scena non era rossa per l’essenza dello zafferano; unico ornamento erano le fronde, portate dal boscoso Palatino e sistemate semplicemente da fondale. La gente sedeva sui gradini di zolle, coprendo con le foglie i capelli irsuti. Ogni uomo si guardava intorno annotando nella mente la fanciulla che voleva, pensando tra sé a come l’avrebbe presa e nel mentre che un ballerino, al ritmo rusticano di un flauto suonato da un etrusco, batte tre volte col piede la terra spianata, fra gli applausi, che a quel tempo erano sinceri, il re (Romolo) fece segno al popolo di acchiappare la preda. Ed ecco che essi si lanciano, con urla che ne tradiscono gli intenti, ed allungano le mani vogliose sulle vergini.
Come fugge la timida turba delle colombe e la giovane agnellina cerca scampo ai lupi, così le giovani vergini temettero quegli uomini scalmanati, che si avventarono contro ogni legge e nessuna dei esse mantenne il proprio colore. Il terrore era comune, ma lo manifestavano in modo diverso: chi si strappava i capelli, chi rimaneva inebetita, chi taceva tristemente, chi chiamava invano la madre, chi si lamentava e chi si meravigliava, chi rimaneva e chi cercava scampo nella fuga. Le fanciulle rapite furono portate via, quali prede per il matrimonio e la paura aveva reso alcune di loro ancora più belle. Quella che recalcitrava e si rifiutava di seguire il compagno, veniva sollevata e stretta sull’avido petto con queste parole: – Perché sciuparti gli occhi con le lacrime? Io sarò per te quello che papà fu per mamma – Romolo (1), tu che hai saputo offrire ai tuoi soldati simili vantaggi, (ti prego) rendi anche me un soldato felice[…] (continua)
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1) Romolo, il primo dei sette re di Roma, dopo la fondazione della città, s’avvide che mancavano le donne ed allora invitò i popoli confinanti ad un grande spettacolo ed in quella occasione rapì l vergini che s’accompagnavano ai genitori e parenti.

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