Lunedì 6 gennaio: Peppe Barra in “La cantata dei pastori” al Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere

Lunedì 6 e martedì 7 gennaio 2020, ore 21.00

Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere

Info 0823799612

 

Peppe Barra

in

 

La cantata dei pastori

Una luce nella notte

di Peppe Barra

liberamente ispirata all’Opera Teatrale Sacra di Andrea Perrucci

 

con

Rosalia Porcaro

Patrizio Trampetti, Maria Letizia Gorga

 

e con

Enrico Vicinanza, Francesco Iaia, Chiara Di Girolamo,

Andrea Carotenuto, Francesco Viglietti, Giuseppe De Rosa, Ciro Di Matteo

 

musiche M° Carmelo Columbro

La Canzone di Razzullo è del M° Roberto de Simone

Orchestra diretta dal M° Giorgio Mellone

 

scene Tonino di Ronza, costumi Annalisa Giacci , coreografie Erminia Sticchi

 

regia Peppe Barra

 

Lunedì 6 gennaio, alle ore 18.30, Peppe Barra sarà ospite al Salone degli Specchi del Teatro Garibaldi per un incontro con il pubblico, condotto da Mimmo Cice.

Non c’è Natale senza La Cantata dei Pastori e da quarant’anni a questa parte non c’è Cantata senza Peppe Barra. La Cantata dei Pastori ha un titolo lunghissimo e barocco, ma è universalmente nota con l’abbreviazione d’uso.

Fu scritta alla fine del Seicento (1698) da Andrea Perrucci e da allora, da più di tre secoli, è continuamente rappresentata, rimaneggiata, riscritta. Ultimo e più illustre di tutti è Peppe Barra, che aveva già  interpretato l’opera a fianco della madre Concetta, nel ruolo di un irresistibile Sarchiapone, dopo essere stato l’Angelo nella versione di Roberto De Simone alla fine degli anni Settanta.

Testo di teatro gesuitico, scritto espressamente per contrastare la ‘diabolica’ Commedia dell’Arte, “La Cantata dei Pastori” è, tra versi arcadici e lazzi scurrili, tra lingua colta e dialetto, tra sentimento cattolico e rito pagano, una storia che racconta le traversie di Giuseppe e Maria per giungere al censimento di Betlemme e gli ostacoli che la santa coppia dovrà superare prima di trovare rifugio nella grotta della Natività.

Nel difficile viaggio vengono accompagnati da due figure popolari napoletane: Razzullo, scrivano assoldato per il censimento, e Sarchiapone, barbiere pazzo in fuga per omicidio, maschera ispirata quasi direttamente dalla tradizione popolare dei Pulcinella e antesignano di Felice Sciosciammocca.

Sarchiapone è la dimostrazione delle varie sovrapposizioni e aggiunte delle tradizioni delle Cantate. Il personaggio di Sarchiapone non esisteva infatti nella versione originale di Perrucci, fu introdotto per rendere meno paludata la rappresentazione, per adattarla al gusto del pubblico e via, via, si è andato ritagliando un ruolo sempre più importante. Anche nella tradizione iconografica del presepe i personaggi hanno un nome e un ruolo sia perché Andrea Perrucci lo ha scritto e sia perché tre secoli di rappresentazioni lo hanno trascritto e rappresentato.

Il presepe popolare napoletano è direttamente influenzato dalla Cantata dei pastori che mescola il suo narrare con quello dei vangeli apocrifi e con altre tradizioni popolari del sud, a metà strada tra il cristiano, il pagano, il magico.

Molti sono gli ostacoli che Giuseppe e Maria dovranno superare prima di trovare rifugio nella grotta della Natività. Ed è naturalmente conseguente il lieto fine, la salvazione dell’umanità  dal peccato e il ritorno di Belfagor, sconfitto, nel suo mondo infero di fiamme e zolfo.

Lo spettacolo cambia ogni stagione, pur mantenendo la sua struttura drammaturgica che affonda le radici tra prosa classica e teatro popolare. In questa edizione le novità riguardano anche le musiche, del M° Carmelo Columbro, eseguite da un ensemble di undici orchestrali diretti dal M° Giorgio Mellone.

Oltre diecimila spettatori all’anno confermano l’altissima qualità della messa in scena e la potenza comunicativa di valori sacri come la famiglia e le tradizioni. Al riguardo, Peppe Barra racconta che durante i giorni delle festività natalizie si incantava a guardare il presepe di sera, al buio, quando spente tutte le luci della stanza si illuminava, e assaporando quel momento sognava.

Una di quelle sere, la voce della madre, Concetta Barra: «Peppì… ma che staie facènno sulo sulo lloco ‘nnanze?». Peppe rispose che voleva sapere perché Benino, il pastorello dormiente, lo si metteva sempre in alto e sempre nello stesso posto del presepe. E la madre: «Pecché accussì è l’usanza. Adda stà llà e basta!… È stato sèmpe accussì!».

Peppe Barra capì allora che nelle tradizioni non ci sono spiegazioni, bisogna solamente viverle, sognarle e lasciare che parlino con il muto linguaggio della poesia e dell’amore.

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