Peppino Cito, deceduto mesi fa a 96 anni, era un personaggio

Nella città dei trulli quasi conoscevano più lui che il sindaco. O il rettore della Basilica di San Martino. Nello scampolo del suo ex emporio, che si era tenuto per incontrarsi con gli amici più stretti, con cui fare la sera lunghe partite a scopone, esponeva i suoi quadri, le sue sculture, conservava una raccolta di sue fotografie scattate in quasi tutto il mondo, dallo Yemen alla Cina, e accendeva il piccolo forno in cui cuoceva i suoi lavoretti in argilla. Peppino Cito, deceduto mesi fa a 96 anni, era un personaggio. Portò per primo la televisione a Martina Franca, installò un’antenna in cima alla chiesa madre. Maestro nel riparare radio e tivù a valvole, era stimatissimo. Era una persona dal carattere forte, ma generoso. Sempre disponibile. Una mattina all’alba si piazzò davanti al portone dell’abitazione d’un amico e senza fare il minimo rumore gli tolse tutti gli scarabocchi che la sera prima i “fans” più scatenati di Carnevale gli avevano impresso con una sostanza quasi indelebile. A qualunque oggetto rotto lui restituiva la funzionalità. Maneggiava tavolozza e colori, faceva scatole originali, ricostruiva in legno e in piccole dimensioni villette e chiese, faceva trulli in miniatura. In un capannone circondato dagli alberi nella sua campagna trascorreva ore, giornate. Attorno alla vasca con i pesci rifece, in età avanzata, tutto il pavimento a mosaico; i suoi “trompe l’oeil” erano una meraviglia.

   “Ha le mani d’oro”, diceva la gente. Il tale che gli svuotò un locale ingombro di robe vecchie rifiutò il compenso ed espresse il desiderio che gli facesse il ritratto della madre. Peppino l’aveva vista una sola volta anni prima, e chiese aiuto alla memoria: il risultato fu efficace, egregiamente espressivo. Gli parlai della festa in onore di sant’Antonio e della mostra dei fischietti in terracotta, che si  svolge in quell’occasione a Rutigliano, due passi da Bari; e senza esitazione mi promise che ci saremmo andati insieme. Rimase stupito e ammirato alla vista di tutte quelle bancarelle schierate sulle strade e popolate di figure: galli, carabinieri, personalità politiche, dello spettacolo, rane, lumache, clown che suonano la tromba…Migliaia, tutti di ottima fattura. “Questi figuli sono scultori, commentò osservando la finezza di un volto. “Quel carabiniere con i mustazzi ha proprio la faccia severa di chi non la perdona a nessuno”.

   Al ritorno m’invitò a cena nella sua villa su via Taranto e mi accorsi che ogni tanto si distraeva. Il giorno dopo mi mostrò un suo manufatto in creta: un contadino carico di fascine  in sella a un asino. Mancava il fischietto. “Lo sistemerò al posto della coda, quando avrò imparato la tecnica per farne uno a regola d’arte”.

   Aveva avuto l’”hobby” della caccia e amava raccontarlo.  Mi parlò di un conoscente che si nascondeva con il suo cane e quando un volatile, colpito, stramazzava a terra il furbastro esortava il suo “collaboratore”, abile e velocissimo, ad impossessarsi della preda; mentre gli altri cani tornavano dai padroni con lo sguardo afflitto. Per tutti gli altri quelle sparizioni rimasero un mistero, ma Peppino un indizio lo aveva raccolto, ma non lo rivelò a nessuno. Si limitò a suggerire alla compagnia di cambiare postazione, facendo in modo che gli estranei non venissero a saperlo. Quando rispolverava questa storia, e altre, c’era chi contestava la pratica della caccia; e lui sciorinava mille argomenti per giustificarla. Era anche un po’ polemico.

   Qualche difetto ce l’aveva, naturalmente. Per esempio voleva vincere sempre. Si giocasse a scopone o alle bocce, la palma doveva andare a lui; altrimenti si cuciva la bocca per ore. Quando s’inaugurò la nuova sede di “Umanesino della Pietra”, una bellissima rivista storica, annuale, in carta patinata, che vanta autori di alto livello,  regalò un piccolo quadro fatto apposta per l’occasione, raffigurante il luogo, via Caracciolo, in cui il periodico si era trasferito dal Ringo. Ma lo consegnò al  direttore, Domenico Blasi, sfuggendo all’attenzione dei presenti.

   Una sera notò che l’orologio della torre di fronte a San Martino era fermo. “Le lancette dormono da mesi”, esclamò Franco, il maresciallo dell’Aeronautica in pensione che quando giocava indovinava sempre le carte dell’avversario”.  E Peppino fece di tutto perché si intervenisse per restituire il movimento al misuratore del tempo. “Mi danno fastidio le cose che si fermano”, commentò rivolto a Pierino Pavone,  cappottaro che confezionava gli indumenti a Martina e andava a venderli a Cutrofiano, in provincia di Lecce.

   Adesso si è fermato lui (non c’è più neppure Pierino). Peppino sembrava una corazzata. Ma anche quelle possono andare a fondo. Sapendosi prossimo all’ultima stazione, quella che non prevede il viaggio di ritorno, ha detto alla figlia di aver cura delle cose che lasciava. Mi aveva promesso un gruppo di “casèdde” (i trulli), ma non ha avuto il tempo di mantenere la promessa: del resto, gli anni che si portava addosso gli rendevano ormai difficoltoso raggiungere il suo regno nel Ringo, la via, lunga e stretta ,più frequentata di Martina, dove custodiva i suoi lavori.

    Ora, che se n’è andato, sono in molti a ricordare la sua biografia. Appena compì i sedici anni prese il treno per Milano, una mèta sognata da piccolo. Lì venne arruolato dalla Geloso, la ditta che costruiva radio e registratori; e si fece subito apprezzare. Conobbe tanta gente, che lo invitava a passare la serata in balera, ma lui era nel capoluogo lombardo per imparare, e non si concedeva  ai passatempi: nelle ore libere a volte andava a scoprire la città, che di aspetti da vantare ne aveva, e ne ha, molti. A cominciare dai navigli, che oggi tanti vorrebbero riaperti (con quali conseguenze sulla circolazione automobilistica?).

   A quei tempi sulle sponde del Ticinello abitavano quasi solo i meridionali; poi arrivarono gli artisti, gli intellettuali, i benestanti; e gli affitti subirono un’impennata, quindi chi aveva un reddito magro dovette far fagotto e cambiare zona. Lo testimonia il grande acquafortista e cantautore Gigi Pedroli, che sull’alzaia Naviglio Grande ha la sala esposizioni e uno studio (un altro ce l’ha alla Fornace Curti, in via Walter Tobagi, a poca distanza). Lui  della Montmartre milanese conosce storia, misteri e segreti; e si amareggia al ricordo degli artigiani (il fabbro, l’argentiere, il corniciaio…) che lavoravano da queste parti, dove finalmente sono molti i turisti che si fanno vedere per ammirare la via d’acqua e il suo fascino indescrivibile: più toccante il 6 giugno, quando sui ponti si accendono le luminarie e sventolano le bandierine per la festa del canale.

   Peppino Cito, curioso e futuro viaggiatore, il Ticinello, amato dal poeta Alfonso Gatto, dai giornalisti Ferruccio De Bortoli, Gaetano Afeltra, dagli scrittori Carlo Castellaneta, Giuseppe Pontiggia; dall’architetto Empio Malara, quando decise di rientrare a Martina e aprire il suo emporio che divenne noto dappertutto, se lo portò nel cuore, dove aveva anche Napoli, la sua Galleria, il suo golfo, la sua luce, Marotta, Eduardo….

 

Franco Presicci Qualunbque oggetto

 

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