Piangi, che ne hai ben donde, Italia mia

Il tema proposto, inevitabilmente, spingerà tanti di noi a rievocare la scena del “Gattopardo” in cui Tancredi, confidando allo zio, il Principe di Salina, di volersi unire alle truppe Garibaldine, giustifica la sua scelta con la celebre frase: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?”
La citazione ritorna con metodica frequenza nelle italiche analisi, ma non sempre in modo “appropriato”.
La propensione più diffusa, infatti, è quella di imputare alla classe politica la “volontà” di perpetuare una condotta manichea e strumentale, tesa esclusivamente a creare i migliori presupposti per la propria “tutela”. In effetti l’analisi “sociologica” della politica italiana, dalla caduta di Romolo Augustolo a oggi, “favorisce” questa interpretazione, relegando in contesti “secondari” ed “eccezionali” i momenti in cui, “Rari nantes in gurgite vasto”, sono stati capaci di scrivere “una bella storia”.
E’ proprio partendo da quest’ultimo concetto, pertanto, che è possibile “ribaltare” l’assunto sopra esposto: non è la classe politica colpevole dell’inerzia atavica e dello “stallo” di un’intera nazione, bensì un popolo che, in massima parte, non è stato mai capace di “emanciparsi” da uno stato di “subalternità”, in qualsiasi contesto. Un popolo la cui classe politica è stata, ed è, la “proiezione” più rappresentativa di tutte le sue caratteristiche: maggioritarie quelle negative; largamente minoritarie o del tutto assenti le positive. La minoranza illuminata, che almeno nella “società civile” è sempre esistita, inevitabilmente è finita schiacciata dal lerciume imperante. Occorrerebbe un libro (e del resto ne esistono tanti e di ottima fattura) per cesellare compiutamente quindici secoli di storia scanditi da una condotta quasi sempre vergognosa. Qui basterà ricordare, a mo’ di sinossi, il celeberrimo “Franza o Spagna purché se magna” di guicciardiana memoria, i delicati versi leopardiani del canto “All’Italia” e gli ancor più delicati versi danteschi del 6° canto del Purgatorio.
Detto questo, “obbedisco” alla direttiva del Direttore e mi accingo a scrivere una pacata riflessione sul tema proposto. Mi pesa, e non poco, ottemperare a tale compito – voglio precisarlo subito – perché trovo fuorviante ed eccessivo “gratificare” quel “signore” che si è impadronito del Paese, dedicandogli il tempo necessario alla redazione dell’articolo. E la nausea, ovviamente, aumenta in virtù delle tonnellate di carta quotidianamente sprecate per parlare del “nulla”. Mi sforzerò, pertanto, di non cadere nella trappola della “facile” decantazione della sua inconsistenza, cercando di andare più a fondo senza uscire fuori tema.
La penna più brillante del giornalismo italiano, Marco Travaglio, in un recente articolo ha ben inquadrato la dicotomia tra la sciagurata epopea berlusconiana e i tempi attuali, dominati dal rampante arruffapopolo.
La differenza sostanziale, tra i due, è che Berlusconi, “avendo sempre un piede in galera”, le porcate doveva attuarle per “costrizione e disperazione”.
Renzi, invece, le fa per convinzione.
Per Berlusconi le “leggi vergogna” erano una necessità; per Renzi sono “un piacere”. E del resto, da uno che suggerisce ai suoi cortigiani di non perdere tempo a studiare i classici della politica, ma di guardare con attenzione la fiction statunitense “House of cards” (insulsa rappresentazione di come si possa e si debba gestire il potere politico ad esclusivo interesse di chi lo detenga), non è che si possa pretendere qualcosa di buono.
E’ del tutto inutile, pertanto, ribadire che siamo in presenza dell’ennesimo ciarlatano che spara minchiate a profusione, divertendosi un mondo nel vedere come sia facile prendere per i fondelli un intero popolo, promettendo riforme in parte destinate a restare inevase e in parte utili solo alle lobby malsane che tutelano lui e loro stesse. E’ storia vecchia, come già detto.
La “scossa” forte va data alla cosiddetta “opinione pubblica”, in particolare ai giovani, perché se “davvero vogliamo cambiare le cose affinché cambino realmente”, è solo da un’azione “dirompente” di matrice “rivoluzionaria” (termine utilizzato – sia detto a scanso di equivoci – nella sua accezione più nobile) che si possono creare i presupposti per quella “svolta” che la Storia d’Italia attende invano da secoli.
Lo so bene che a questo punto a tanti cascheranno le braccia, apparendo “utopica” e “irrealizzabile” tale ipotesi. Non è impresa facile, in effetti, non solo alla luce di una realtà che, perdendosi nella notte dei tempi, non lascia adito a illusioni, ma anche in considerazione di ciò che la cronaca ci propina quotidianamente: uno scollamento generale e un torpore da ultima spiaggia, che avvantaggiano proprio coloro che traggono principale alimento dall’altrui debolezza.
“Spes”, tuttavia, come sempre è l’ultima dea. Non siamo nella Francia del 1799, è vero, né nella Russia del 1917 e neppure nell’isola di Cuba offesa e vilipesa dal bandito Batista negli anni cinquanta, cacciato da Castro e dal “Che”. Siamo, invece, nel paese che “sconvolse” Carlo VIII di Francia nel 1494, allorché, pensando di scendere in Italia “a guerreggiare” per conquistare un po’ di Stati, trovò porte aperte in Savoia, a Milano, a Firenze, a Napoli, con accoglienze festose per sé e per i suoi soldati. E siamo anche il Paese che è stato capace di ordinare al Mantegna di dipingere il “Quadro della Vittoria”, per celebrare proprio quella contro Carlo VIII a Fornovo sul Taro, nel 1495. Peccato che il poderoso esercito della “Lega Italica”, nato sotto l’egida del Papa Alessandro VI, nonostante “giocasse in casa” e fosse quasi il doppio delle truppe francesi, in ritirata e senza rifornimenti, le prese di santa ragione e non riuscì a catturare il Re. Ma gli italiani si “impossessarono” della vittoria, perché da noi così si fa, da sempre. Si vince anche quando si perde. (Caro Direttore, mi prudono le dita pensando a ciò che scriverei sulle due guerre mondiali…)
Da “sempre”, ma non “per sempre”. La Storia ha una sua nemesi che può sonnecchiare anche per molti secoli. Quando meno ce lo aspettiamo, tuttavia, il sonno della ragione non partorirà più mostri e, un popolo intero, smetterà di chiedersi se sia “più nobile all’animo umano patire i dardi e i sassi dell’iniqua giustizia, oppure levarsi in armi in un mare di triboli, per, combattendo, disperderli”.
E quando ciò avverrà, caro Renzi & Co., per i tipi come te e i cortigiani che ti leccano il sedere, vi è una sola prospettiva. In Francia si chiamava “ghigliottina”.
Noi siamo più buoni: ci accontenteremo di mandarvi nelle patrie galere e di mantenervici a lungo. “Stai sereno” per il vitto. Non ti avveleneremo. Siamo persone civili, noi.
Dell’alternativa, che è il vero problema “serio” sul quale vale la pena soffermarsi, ne parliamo in altra occasione.

 

Tratto da: CONFINI (www.confini.org)

Articolo di LINO LAVORGNA

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