Presentazione “Rima segreta” di Ciro D’Alesio

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Prefazione
Non sarò mai un poeta /di quelli tenebrosi, / che usano
strane parole. Sono i versi d’inizio d’una delle poesie più significative
di Ciro D’Alesio. Con cui il poeta fa una dichiarazione
d’intenti, una confessione a se stesso prima che agli altri,
fissando le coordinate di una personale poetica, ma altresì di un
orientamento di vita.
D’Alesio insegue infatti nella sua poesia un raccordo tra
coscienza e realtà. Da una parte è un senso etico della storia umana,
che lo conduce a specchiarsi costantemente nell’anima,
dall’altra è l’osservazione del mondo, con sguardo trasparente,
trepido e malinconico.
È da tale raccordo che nasce la poesia. Una poesia pensosa
e sensibile, silenziosa, sommessa, quasi sussurrata, capace di
profonde intuizioni. In cui sembra accadere come un ribaltamento
progressivo del guardare, in cui il dinamismo fisico cede
il passo a un dinamismo psicologico, intimo, esistenziale. Che
tuttavia non riguarda solo la personale esistenza, ma abbraccia
il mondo, nella sua più ampia fisicità, entro un orizzonte percettivo
dilatato, fisico e direi metafisico. Come quando il poeta
immagina una storia per le cose immobili e gli oggetti che lo
attendono, nella casa familiare, e si domanda quali siano i loro
“pensieri”, quale sia il loro vedere e vederci nel loro imperturbabile
silenzio.
Questo umanizzare le cose è prova di un rimeditare di sé
profondo e morale, prima ancora che esistenziale. Che si specchia
nei quotidiani conflitti della vita, in cui sopravviene Un
dolore di vivere oscuro, / a ricordarci che alla fine / non tutto
quadra, e ci costringe /a rifare i conti dei giorni, / dei mesi, degli
anni.
Quante volte per chi ha cuore la vita rimorde nell’anima!
Sopiti i rumori del giorno, spente le luci, altri rumori, altre luci
si accendono con inaudito fragore: Ecco pronto un nemico /
che mi sorprende come un ladro / all’angolo di ogni via.
Se dunque la consapevolezza del poeta ha due fronti, quello
interno, nello specchio della coscienza sensibile, e quello esterno,
sul confine fisico della propria esistenza, essi come si
coniugano? In quale contesto? Con quale cadenza?
Ecco che prende corpo nella voce del poeta la dimensione
del tempo. Che in D’Alesio sembra avere una funzione catartica,
è scenario che stabilisce un luogo prospettico, rivelativo
dell’essere e del sentire. Il tempo è attesa, purificazione, affinamento
dei sensi, spiritualizzazione delle forme e dei pensieri, è
chiarificazione e infine rasserenamento.
Un tempo tuttavia ancora malinconico. Di chi coltiva l’incompiuto,
che pure accetta, e ne fa una ragione di vita. Ecco
perché la poesia di D’Alesio si chiude con un vigile senso di
attesa: Rimiro le tue finestre chiuse, / ci sei, non ci sei, hai lasciato
la città? / Ecco ormai il mio tempo preferito, / indovinare
una assenza o una presenza…
E questo lega il presente al futuro.
Giorgio Agnisola

L’autore
Ciro D’Alesio è nato a Capua, città sorta a metà del IX secolo
come rifugio definitivo dei profughi della più antica e primigenia
Capua, l’odierna Santa Maria Capua Vetere, che pochi
anni prima era stata occupata e saccheggiata da una delle tante
bande di mercenari Saraceni che venivano assoldate da questo
o quell’altro duca o conte o principe – sempre di etnia o di legittimazione
non autoctona – per combattere questa o quell’altra
delle continue e ripetute guerre che ammorbavano in quegli
anni le nostre regioni, al fine di sottometterne le genti e di dominare,
così, le ricche terre di Campania felix. Ma i fondatori
della nuova Capua, sebbene e forse in quanto esuli, non si persero
d’animo e così, già alla fine di quello stesso IX secolo, Capua
divenne capitale dell’omonimo Principato, stato sostanzialmente
autonomo anche se formalmente inquadrato all’interno
del Sacro Romano Impero, che comprendeva, grosso modo, le
attuali province di Caserta e Benevento ma in più si estendeva,
a nord, fino a Gaeta e Montecassino, centri già allora importantissimi
per la presenza, rispettivamente, del porto e dell’abbazia.
Con modi affatto diversi, ma in maniera coerente alla storia
dei fondatori della sua città natale, anche D’Alesio ha vissuto
un esilio che s’è dimostrato, infine, dolce e proficuo. Da giovane
laureato in Scienze Politiche, infatti, vinse il concorso per
diventare funzionario dell’Inail – Istituto nazionale per l’assicurazione
contro gli infortuni sul lavoro – e dovette abbandonare
quella Capua che aveva cullato la sua giovinezza e aveva già
conosciuto, e premiato, la sua attitudine alla composizione poetica.
Cominciò, così, un lungo viaggio, che nel corso degli anni
lo portò a risiedere in diverse città e cittadine del Bel Paese prima
di arrivare, nel 1992, a Caserta, capoluogo dell’odierna, dimezzata
versione del medievale Principato di Capua. Però, come
abbiamo anticipato, quel lungo cammino è stato non soltanto
proficuo, tant’è che, tornato a Caserta, D’Alesio ha raggiun6
to le cariche apicali dell’Istituto, ma anche dolce, perché vissuto
in compagnia della moglie e allietato dalla nascita di Carlo e
Veronica, entrambi nati a Bergamo, dove D’Alesio inizialmente
approdò, compiendo così per altre strade e con altre motivazioni
il percorso inverso a quello del nucleo più cospicuo delle
Camicie Rosse garibaldine, e dove ha vissuto per tredici anni.
Degli anni della sua lontananza da Terra di Lavoro, in particolare
di quelli del lungo soggiorno bergamasco, Ciro D’Alesio
conserva e trasmette un bel ricordo, né ci si potrebbe attendere
altrimenti, alla luce della serenità e della finezza d’animo
che i suoi racconti disvelano. Ed è altrettanto evidente, per chi
lo conosca, che non hanno per nulla piegata la congenita vivacità
intellettuale che porta a vivere il quotidiano con grande
partecipazione emotiva ma anche con altrettanta introspezione;
hanno però messo in un cantuccio, in un rifugio protetto, la
possibilità e la voglia di dare forma scritta e finita alle emozioni
e alle osservazioni pubbliche e private, tanto è vero che soltanto
agli albori degli anni ‘90 il nostro decide di dare alle
stampe “Nei giorni le parole”, silloge/ponte fra i perduti versi
giovanili e quelli della maturità.
E mature, senza alcun dubbio, sono l’ispirazione e la modulazione
dei versi raccolti in questo Rima segreta, così corposi
e densi anche nella eterogeneità della loro modulazione, che
spazia dalla riflessione, spesso pensosa e intima, all’invettiva,
contenuta quanto amara, mantenendo sempre però una capacità
d’analisi che non si lascia velare dalla partecipazione emotiva,
che si avverte altrettanto forte. Ma qui cedo la mano a chi sa
più e sa dire meglio di poesia; a me, spinto dalle affettuose insistenze
dell’autore ma convinto all’opera dal sincero piacere
di assecondarle, interessava dar conto di una bella persona e
della storia del suo lungo viaggio fuori e dentro di sé.
Giovanni Manna

 

Recensione sul Il Caffé del 24 Aprile 2015

 

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