Ripartire con la cultura

Il Castello di Casaluce e il suo Santuario

Sedicesima tappa

In questa tappa ci spostiamo nella zona aversana, per l’esattezza a Casaluce per presentare un altro luogo simbolo della nostra storia e della nostra civiltà, anch’esso in condizioni non ottimali.

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Il  Castello  normanno  di  Casaluce, sito  nel  comune  omonimo  –  piccolo  centro  rurale  a  una  manciata  di  chilometri  da  Aversa –   costituisce  ancora, benché   stravolto  nella  sua  fisionomia  originaria  dalle  numerose  trasformazioni  d’uso  succedutesi  nei  secoli, uno degli episodi storicamente  e   architettonicamente più interessanti dell’Agro aversano.

Fatto edificare probabilmente dal conte Rainulfo (1024- 30) come avamposto dei domini di Aversa contro le mire espansionistiche di Capua esso si collocava al centro di un’area in   gran   parte   coperta   dai   boschi   su   un   tracciato   di   centuriazione   risalente   alla   colonizzazione  romana  e  corrispondente  grosso  modo  a un  antico  asse  viario  –   la  via  Campana-   che collegava Capua con Pozzuoli.

La sua localizzazione ne faceva pertanto un  insediamento  di  grande  rilevanza  strategica, dal  quale  era  possibile  controllare  un territorio vastissimo:  da Capua a Maddaloni,  da Casertavecchia a Napoli. Distrutto quasi del tutto nel 1135 da Ruggero II nella durissima rappresaglia contro Aversa e le fortezze che  gli  si  erano  ribellate, il  Castello  rimase  a  lungo  abbandonato –   anche  per  via  dello  scaduto  ruolo strategico –    subendo  delle  riparazioni  soltanto  qualche  tempo  dopo, quando  il  villaggio  di  Casaluce, seguendo  le  vicissitudini  politiche  dell’intera zona, cadde  prima  sotto  il  dominio  degli  Svevi  e  poi  di quello  degli Angioini.

Venuto  in possesso dei De Balzo, nel 1359 fu donato ai monaci Celestini, i quali, riprendendo Casaluce, vi impiantarono  un  Monastero: una  destinazione  d’uso  conservatesi  per  parecchi  secoli, soprattutto per la presenza in chiesa della Sacra Icona, nota giustappunto come Madonna di  Casaluce, che  secondo  la  tradizione  era  stata  portata  da  Gerusalemme  a  Napoli  nel  1277 da Ruggero di Sanseverino per farne dono a re Carlo d’Angiò; il quale l’aveva poi donata  al  nipote  Ludovico, il  futuro  santo, che  l’aveva  donata  a  sua  volta  ai  De  Balzo, suoi  congiunti, per  adornare  l’Oratorio  del  Castello.

Soppresso  il  convento  nel  1808  in  seguito alle riforme bonapartiane, il complesso fu venduto  –   ad esclusione naturalmente della  chiesa  e  dell’attigua  canonica –   a  privati  che lo  trasformarono  parte  in  fattoria, parte  in  abitazioni: funzioni  con  cui  è  giunto  fino  a  noi.

Le  strutture  del  Castello, di  pianta quasi quadrata, sono ancora leggibili nella poderosa cinta muraria rafforzata agli  angoli da quattro grosse torri, anch’esse quadrate, ancora parzialmente conservate.

Intorno   al   maniero –    circondato   da   un   profondo   fossato   nel   quale   s’immetteva probabilmente  l’acqua  di  qualcuno  dei  numerosi  rivoli  del  Clanio, un  fiume  ora  scomparso  in  seguito  ai  diversi  lavori  di  bonifica  dei  Regi  Lagni  susseguitosi  dal Cinquecento  a  tutt’oggi –    si  sviluppava  una  seconda  cinta  muraria  (ancora  adesso  perfettamente  visibile)  costruita  con  lo  scopo  di  proteggere  l’annesso  insediamento  agricolo.

Allo stato attuale, il complesso, fatto oggetto recentemente di massicci lavori di  restauro  da  parte  della  SBAAS  di  Caserta  e  Benevento, conserva, oltre  a  quanto  già citato, alcune   finestre   ogivali   il   chiostro, qualche   cella   dell’ex   monastero   e   l’appartamento abbaziale, arricchito in età tardo-barocca da decorazioni a tempera con le rappresentazioni  di  prospettive  architettoniche  che  simulano –   secondo  un uso  assai  invalso nelle residenze signorili di campagna dell’epoca –  loggiati, balconi e porticati.

La chiesa, preceduta da un piccolo atrio, fu costruita nella prima metà del Trecento; alla stessa epoca risale il bel portale a ogiva –  un tempo ornato da una decorazione musiva a tasselli – sormontato da una lunetta con scultura raffigurante la Madonna col Bambino tra Angeli, la cui impostazione strutturale  è   ispirata ad analoghi gruppi scultorei realizzati a  Napoli da Tino da Camaino. A destra del portale una lapide marmorea, fatta apporre dai Celestini  nel  1375, celebra, con  bella  scrittura  gotica, la  memoria  dei  fondatori  e  benefattori del Monastero,  il conte Raimondo del Balzo e la moglie Isabella d’Eppe.

L’interno a   una navata, rinnovato nel Settecento (quando furono abbattuti, tra l’altro,  gli originari archi a sesto acuto per far posto a una  controsoffittatura a   incannucciata),  conserva, oltre  che  alcune  discrete  tele  e  sculture  sette  e  ottocentesche, la  barocca  Cappella  della  Madonna  di  Casaluce  (a  destra  della  navata),  sul  cui  altare, entro  una  ricca Icona è il veneratissimo quadretto della Vergine col Bambino, attribuito dalla locale tradizione religiosa a S. Luca, ma in realtà   opera di pregiata fattura del XIII secolo.

In  quanto  oggetto  di  lunghe  controversie  tra  le comunità di  Aversa  e  Casaluce  circa  il  suo  possesso,  la  sacra  Icona, in ottemperanza  a    una  sentenza  del  Tribunale  Ecclesiastico emessa fin dal 1892, si custodisce dal 15 giugno al 15 ottobre nella Chiesa dei  SS.Filippo  e  Giacomo  ad  Aversa,  già Cappella  Palatina  dell’antico  Castello  Angioino; tristemente passato alla storia per essere stato teatro del cruento assassinio di Andrea  d’Ungheria, e  poi  trasformato  anch’esso  in  Monastero  dai  Padri  Celestini  di  Casaluce  che  lo  avevano  avuto  in  dono  dalla  Regina  Giovanna  I  nel  1360, e  che  lo  abitavano  soprattutto  in  estate, quando  la  maggior  parte  di  loro  si  trasferiva  ad  Aversa  per  sfuggire  ai  miasmi  dovuti  all’impaludamento  del  Clanio. Sicché  furono  propri  i  Padri, i  quali  erano  soliti  portare  con  loro  la  vetusta  effigie  della  Vergine  durante  gli  annuali trasferimenti,  a creare, con questa devota usanza,  le premesse per la succitata e annosa  controversia, che  pur  regolata  da  più  di  cento  anni  dal  Tribunale  Ecclesiastico, ancora   in   un   recente   passato   è continuata   sfociando, talvolta,   in   manifestazioni   d’intolleranza – per  lo  più  verbali  –   fra  i  devoti  dell’una  e  l’altra  comunità;  specie  subito dopo  le  processioni  che  il  15  giugno  accompagnano  l’icona  nel  trasferimento  da Casaluce  ad  Aversa,  e  il  16  ottobre  nel  percorso  all’inverso .  Va  pure  detto, però,  che queste  contese  hanno  più  il  sapore  di  un  perpetuarsi  dell’antica  “tradizione”  che  il carattere  di  veri  e  propri  diverbi.

Nella chiesa  si  conservano  anche  numerosi  ex  voto; nonché due  vasi  di  alabastro, di diversa  forma  e  dimensione, che  secondo  una  leggenda  sarebbero  due  delle  idrie  nelle   quali   Gesù operò   la   miracolosa   trasformazione  dell’acqua  in  vino  durante  le      Nozze      di      Cana; molto      più verosimilmente    si     tratta     di     suppellettili d’uso risalente al III secolo d.C.  In  alcuni  locali  adiacenti  alla  chiesa, detti “le sette porte” –  un corpo di fabbrica che costituiva forse il portico di accesso a essa-si  conservavano  fino  a  qualche  anno  fa, prima    che    fossero    rimossi    dalla    Soprintendenza alle Gallerie di Napoli per essere    restaurati, diversi    e    pregiati    affreschi, la  cui  realizzazione  è  associata  alla  presenza  di  artisti  fiorentini  e  senesi  chiamati a Napoli dalla Regina Giovanna.

Al pittore fiorentino Niccolò di Tommaso appartiene,  infatti, molto  probabilmente – secondo Ferdinando Bologna –  l’affresco emerso nella nicchia all’ingresso della chiesa raffigurante S. Pietro Celestino in cattedra e  i  monaci  del  suo  Ordine  con  Raimondo  del  Balzo  e  Isabella  d’Eppe  sua  moglie, attualmente  esposto  con  gli  altri  affreschi,in  Castel  Nuovo  a  Napoli,  in  attesa  di  ritornare  nell’originaria  ubicazione  a  restauri  conclusi; mentre  il  pittore  senese  Andrea  Vanni, noto tra l’altro per aver effigiato dal vero S. Caterina da Siena, di cui era amico,  è l’autore  di  uno  smembrato  polittico  noto  appunto  come  Polittico  di  Casaluce  donato  dalla  Regina  Giovanni  ai  monaci  Celestini  nel  1366,  i  cui  due  soli  pannelli  finora  rintracciati sono la tavola con S.  Giacomo conservata  a  Capodimonte  e  il  S.  Francesco del Museo Lindenau di Altenburg.

Franco Pezzella

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