“SE QUESTO E’ UN UOMO” DI PRIMO LEVI

 

Levi racconta con estrema lucidità e crudezza l’esperienza del lager dal quale è “riemerso”.

La paura di non essere capito nel raccontare l’olocausto è comune ad altri autori.

Com’è possibile infatti pensare che siano potuti esistere: i forni crematori e tutti gli altri metodi crudeli di sterminio, tali da annientare l’essere umano fin nella sua anima, prima ancora che nel suo corpo?

In libri così ci sono dei punti o delle frasi su cui bisogna star lì a riflettere, altrimenti non si può continuare a leggere. Certamente sono argomenti pesanti, ma comunque, prima o poi, libri così devono essere letti.

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

voi che provate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no .

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole

Scolpite nel vostro cuore .

Stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi:

ripetetele ai vostri figli .

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Fra le 45 persone del mio vagone, 4 soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato. Soffrivano per la sete e per il freddo.

Che sete che abbiamo! Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspetteremo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia.

Poi viene un altro tedesco, e dice di mettere le scarpe in un certo angolo, e noi le mettiamo. Viene uno con la scopa e scopa via tutte le scarpe, via fuori dalla porta in un mucchio. Entrano quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; ci agguantano e in un momento ci troviamo rasi e tosati. Che facce goffe abbiamo senza capelli!

Il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Per la prima volta ci siamo  accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. Si immagini ora un uomo a cui vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto.

In questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato.

Mi sento pieno di una tristezza serena che è quasi gioia.

Ora anche noi raschiamo diligentemente il fondo della gamella dopo il rancio, e la teniamo sotto il mento quando mangiamo il pane per non disperderne le briciole.

Abbiamo imparato che tutto serve; il fil di ferro, per legarsi le scarpe; gli stracci, per ricavarne pezze da piedi; la carta, per imbottirsi (abusivamente) la giacca contro il freddo.

Tale sarà la nostra vita. Ogni giorno, secondo il ritmo prestabilito, uscire e rientrare; lavorare, dormire e mangiare; ammalarsi, guarire, morire.

Moriremo tutti, stiamo per morire. Appunto perché il lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso.

Oggi è una buona giornata. Ci  guardiamo intorno, come ciechi che riacquistino la vista, e ci guardiamo l’un l’altro. Non ci eravamo mai visti al sole: qualcuno sorride. Se non fosse della fame! Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita.

Dopo venti giorni di Ka-Be, essendosi la mia ferita praticamente rimarginata, con mio grande dispiacere sono stato messo in uscita.

Tutti i sani partirono nella notte del 18 Gennaio 1945. Dovevano essere circa 20000, provenienti da vari campi. Nella quasi totalità essi scomparvero durante la marcia di evacuazione: Alberto è fra questi…………..

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