Sergio Marra, comunicare il teatro è un’arte trentennale

Professione ufficio stampa: da Ruccello a Stoppard. «Per passione cambiai facoltà senza dirlo ai miei»

UN GRANDISSIMO PERSONAGGIO DI CANCELLO ED ARNONE CHE NON HA MAI AMATO EVIDENZIARE I SUOI INNUMEREVOLI SUCCESSI E LA SUA GRANDE PROFESSIONALITA’. Solo casualmente ho trovato la seguente intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno il 19 febbraio del 2013 e la riporto integralmente per l’amore che ho sempre nutrito nei confronti di questa eccezionale persona e sperando che il gesto sia interpretato come un atto di grandissima stima.

Tilde Maisto

“Nei premi teatrali, così come nell’Annuario dello spettacolo, non esiste la categoria «miglior ufficio stampa». Così, per dargli un meritato riconoscimento, i critici del «Patalogo» (fondato da Franco Quadri e pubblicato dalla sua Ubu Libri) per un anno, e solo quella volta, la crearono apposta per lui. Era il 1995 e Sergio Marra fu decretato miglior Ufficio stampa teatrale d’Italia. Con quella in corso, quest’elegantissimo uomo di teatro che certamente vi è capitato di scorgere al Mercadante o al Ntfi (solo per rimanere in casa nostra) compie trenta stagioni teatrali.
Casertano e napoletano d’adozione, classe 1956, laurea in Lettere alla Federico II, Sergio Marra inizia la sua attività di ufficio stampa di spettacolo dal vivo – teatro, danza, musica, cinema e incursioni nell’arte – nel 1982. Oggi lavora per Mercadante e il Ntfi.”

Stagioni in cartellone e stagioni della vita. Tutto comincia a Cancello Arnone.
«Eravamo cinquemila anime e cinquemila bufale. E Napoli sembrava lontanissima. La raggiunsi per l’Università nel ’76. Mio padre voleva che studiassi legge, e io lo accontentai per i primi tre esami, superati col massimo dei voti. Poi un giorno si diffuse la notizia che il filosofo Jean Baudrillard avrebbe tenuto una lezione presso la cattedra di Sociologia di Alberto Abruzzese. Ci andai e il giorno dopo cambiai facoltà. Senza dirlo ai miei. Alla seduta di laurea, dopo il terremoto dell’Ottanta – nell’auditorium della Rai, adibita ad aula di discussione delle tesi – mio padre fu felicissimo del mio 110 e lode e mi chiese: «L’unica cosa che non ho capito è cosa c’entrassero quelle storie di teatro con Legge…». Bluffai: gli dissi che come?, non ricordava del cambio di facoltà? Non mi parlò per mesi, fino a quando non mi presentai da lui con il mio primo lavoro».

Che era?
«Botteghino al Nuovo, diretto da Igina Di Napoli e Angelo Montella. Avevo fatto una tesi sul “Teatro di ricerca negli anni ’60”, e, per scriverla, ero stato a casa dei grandi protagonisti della scena, dai Santella e Carpentieri a Neiwiller: il ‘sacro fuoco’ era già acceso. Poi accadde che, nel 1982, Luciana Libero mi chiese una mano per la comunicazione di “Estate a Napoli” a Castel Sant’Elmo. Quando tornai giù divenni l’ufficio stampa del Nuovo. Capii che era l’unico mestiere che avrei potuto e voluto fare. All’epoca, la mia, non era una figura professionale diffusa. Scrivevo i comunicati con l’Olivetti e la carta copiativa, li imbustavo e li recapitavo a mano presso le redazioni dove il teatro aveva grande accoglienza e spazio. Solo molto dopo sarebbe diventato ‘di nicchia’. Per fortuna oggi c’è la rete che ospita sempre più interventi di qualità».

Aderire con competenza e passione a quello che si comunica è un’arte. Lei è un uomo di teatro tout court, non solo un comunicatore.
«Lo rivendico senz’altro. Il mio nome è sempre in locandina insieme con costumisti, scenografi… e non per vanteria ma perché tutti gli artisti con cui ho lavorato hanno ritenuto la mia, una funzione al pari delle altre».

Tutti quelli con cui ha lavorato, appunto. Tre, da un lungo elenco che rappresenta la storia del teatro tra i due millenni.
«Mario Martone e Falso Movimento, Toni Servillo e Leo de Berardinis. Fondamentali i festival di: Volterra, Sant’Arcangelo e Montalcino; i teatri Argentina e India di Roma e lo Stabile di Napoli, che oggi, da Cutaia a De Fusco, compie 10 anni».

Ha affiancato anche Annibale Ruccello, Carlo Cecchi e Enzo Moscato. E, per le loro tournée in Italia, Pina Baush, Jan Fabre, Robert Lepage, Cheb Chaled, Ricardo Pais e Tom Stoppard. Quasi impossibile chiederle: lo spettacolo della vita?
«“Rasoi” di Moscato, regia di Martone e Servillo: la svolta».

A proposito di stagioni, c’è stata anche quella del «nuovo cinema napoletano».
«Ho lavorato praticamente con tutta quella generazione, e per Sorrentino sono stato anche attore, in uno dei suoi primi mediometraggi. Interpretavo uno stilista di moda dei camorristi dei Quartieri, in particolare disegnavo gilet…».

L’aneddotica è vasta, lo spazio poco. Due episodi memorabili.
«Quando riuscii a portare Giovanni Raboni e Patrizia Valduga a Galleria Toledo, e quella volta di Franco Quadri al Sannazaro. Lavoravo per la compagnia Conte (l’ho fatto anche per Luigi De Filippo, Scaparro, Pugliese, il Bellini, l’Augusteo). Felice come un bambino, andai nel camerino della signora Luisa per annunciarle il mio risultato: ‘Stasera in sala c’è Quadri…’. E lei: e chi è?».

 

Nella foto: Sergio Marra con Tom Stoppard

 

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