Tra le africane schiave della tratta, «Siamo diventate bancomat di carne»

Con lo sfruttamento delle donne, la mafia nigeriana finanzia il traffico di droga. Che a Castel Volturno ha una delle sue basi principali

di Amalia De Simone e Marta Serafini, foto di Giovanni Izzo
Con lo sfruttamento delle donne, la mafia nigeriana finanzia il traffico di droga.
Che a Castel Volturno ha una delle sue basi principali

CASTEL VOLTURNO, APRILE 2019

«Mio padre è stato ucciso in Nigeria per una lite tra vicini a causa di un terreno. Da quel momento io, mio fratello e mia madre siamo rimasti senza protezione. E così ho deciso di andarmene». Blessing ha 25 anni. Una cascata di treccine lucide le copre le spalle. Parla piano, si tocca il viso, il respiro ogni tanto si fa affannoso, la voce si strozza.

una giovane donna si dispera

SULLA VIA DOMIZIANA«Una donna mi ha spiegato come funzionava. Sarei partita e, una volta arrivata in Italia, avrei saldato il mio debito. Venticinquemila euro, mi hanno detto. Ma non mi hanno chiarito che lavoro avrei dovuto fare».

Undicimila, tante sono le nigeriane sbarcate nel nostro Paese secondo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni, con un aumento dal 2014 al 2016 del 633 per cento. Hanno fra i 16 e i 25 anni, vengono da Lagos, Benin City e l’area del Delta del Niger. Nell’ultimo anno gli arrivi si sono fermati. Ma sulle strade delle città italiane, da Torino a Catania, è schierato un esercito di donne, costrette a prostituirsi ogni notte.

La storia della tratta delle nigeriane non è recente. Le prime migranti sono arrivate in Europa negli anni Ottanta. A spingerle verso Nord, la crisi del 1979 e le conseguenti politiche di aggiustamento, volute dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, che si innestarono con pesanti ricadute sociali sulle macerie della guerra civile del Biafra. Un mix di povertà, disoccupazione e sotto occupazione perfetto per i trafficanti a caccia di corpi. All’epoca le ragazze avevano tassi discreti di scolarizzazione, una età media leggermente superiore a quella attuale (20-30 anni) e provenivano principalmente dai grandi centri urbani, la capitale Lagos su tutti.

una giovane donna si dispera
LE VITTIME HANNO FRA I 16 E I 25 ANNI
una giovane donna guarda la sua vita
MOLTE HANNO SUBITO STUPRI E TORTURE

In anni recenti sono stati altri i fattori che hanno provocato le partenze. La bassa quotazione del petrolio dapprima ha spinto verso Nord le popolazioni dalle aree rurali e fluviali, come il Delta del Niger abitato dalla minoranza cristiano-animista degli Igbo dove sono stati scoperti primi giacimenti di oro nero. Poi alla popolazione — rimasta senza cibo e prospettive — non è rimasta altra opzione che partire.

Cambiano le cause, si modificano le rotte ma il risultato è lo stesso. La riduzione in schiavitù delle donne nigeriane ora inizia ben prima di salire sui gommoni in Libia. «Mi sono incontrata con delle altre ragazze. Ci hanno portato in una casa con un tempio. Hanno ucciso delle galline, hanno tirato fuori il cuore e ce lo hanno fatto masticare. Ci hanno fatto giurare e ci hanno detto che se non avessimo pagato il debito e mantenuto il patto saremmo morte», continua a raccontare Blessing.

Juju, lo chiamano il giuramento. Il rito, nato da una commistione di animismo e magia nera, serve a porre le donne in uno stato di sudditanza psicologica. In molti casi gli stessi pastori che lo praticano sono complici della tratta. Mentre per le ragazze sottrarsi a questo vincolo diventa qualcosa di impensabile, pericoloso e terribile, tanto da provocare crisi psicotiche e stati di paranoia.

«Il giorno dopo siamo partite», prosegue Blessing. Da qui in poi, le storie delle ragazze nigeriane si assomigliano tutte. Stupri nel deserto durante il viaggio nelle decine di passaggi di mano dei trafficanti. Violenze nel transito in Libia. L’incubo del viaggio in mare. Botte all’arrivo in Italia. E poi la strada. Le più «fortunate» come Blessing vengono salvate dalle Ong tra cui Dedalus e la rete Dire dei centri antiviolenza che le mettono al riparto in case protette. Ma per la maggior parte il destino è finire sotto il controllo fisico e psicologico di una madame che, spesso, a sua volta è stata una prostituta.

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IL LITORALE DI CASTEL VOLTURNO
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Castel Volturno, Pescopagano, Bagnara. Per 30 chilometri l’antica via Domitia è terra di nessuno. Il mare si infrange contro i resti delle villette – molte abusive – costruite negli anni Settanta fin sulla riva e poi distrutte dal mare. Verso l’interno le abitazioni sono per lo più occupate dai nigeriani. Impossibile dire quanti siano, dato che molti non hanno permesso di soggiorno e utenze dichiarate. In giro, pochissimi italiani. Perfino i Casalesi, il potente clan della camorra che controllava l’aerea, non è più presente, almeno fisicamente, sul territorio. Ed è qui che si trova una delle piazze italiane più importanti della tratta.

Una ragazza si copre il volto per non essere ripresa. Sta battendo. Poco più un là si stagliano un negozio di alimenti africani e un hotel con l’insegna «camere a ore». «Molte di queste donne portano sul corpo i segni delle violenze ripetute», spiega Sergio Serraino, coordinatore dell’ambulatorio di Castel Volturno di Emergency. Tante rimangono incinte, alcune riescono a passare in Germania. Ma per la maggior parte la vita di ogni giorno è nelle connection house, baracche dove corpi e droga vengono messi in vendita.

Le tariffe dei rapporti si sono abbassate, a volte fino a 5 euroUn rapporto sessuale — spiega Giorgia Serughetti, ricercatrice dell’Università Bicocca e autrice di Uomini che pagano le donne (edizione Ediesse) — costa pochissimo, dai 5 euro in su. Ma quel denaro quasi mai transita dalle mani delle ragazze. «Non ho mai ricevuto soldi direttamente», dice in sussurro Victory, 21 anni, anche lei ora ospite in casa protetta insieme a Blessing. «Però posso dire che all’incirca ciascuna di noi fruttava 800 euro alla settimana. Ed eravamo una decina, almeno». Ottomila euro in sette giorni per una sola baracca, vicino a Napoli. Moltiplicato per tutto il territorio italiano ed europeo nell’arco di un anno, si parla di una cifra che secondo le Nazioni Unite oscilla a partire dal 2009 tra i 153 e i 228 milioni di euro all’anno.

Verso il tramonto le strade di Pescopagano si animano. In giro ci sono per lo più uomini di colore che se ne stanno seduti ad aspettare. Le ragazze camminano strascicando i piedi vicino a un materasso che qualcuno ha abbandonato in mezzo alla strada. A gestire il traffico, come sottolinea anche l’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, è la mafia nigeriana. I soldi ricavati dallo sfruttamento della tratta vanno a finanziare il traffico di droga. La merce è di qualità scadente, prevalentemente eroina, crack e smart drugs. E il modus operandi è particolarmente efficace. «Solo a Castel Volturno arrivano una decina di corrieri al giorno. Il volume d’affari è altissimo e i soldi vengono riciclati in altre attività», raccontano i pentiti.

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LA MAFIA NIGERIANA HA TRA LE SUE BASI L’ITALIA

Dalla Nigeria all’Italia e ritorno. Il flusso di denaro viene inviato via Western Union. O con altri mezzi. «Il gruppo di Castel Volturno una volta inviò 600 mila euro stipati in pneumatici spediti su un container imbarcato al porto di Salerno», ha raccontato un ex affiliato alla magistratura italiana. I soldi per un certo periodo sono finiti nelle mani della moglie di un ex governatore nigeriano. «La donna regge il gruppo degli Eye e gestisce la contabilità, – si legge ancora nella deposizione del pentito – e li investe in beni immobili».

I capi dell’organizzazione si spostano tra Nigeria e Ghana e hanno riferimenti in quasi tutti i Paesi europei soprattutto in Spagna, Portogallo, Olanda, Francia, Danimarca, Regno Unito e Irlanda del Nord. Fino all’Italia. Agli Eye si contrappongono i Black Axe e i Mephite, ma ci sono anche altri clan che nascono in Nigeria come associazioni e confraternite tra cui i Supreme Vikings, i White queen e i Klanciman. Presenze radicate anche sul territorio italiano da parecchio tempo, tanto che un’informativa del 2011 dell’ambasciata nigeriana chiariva come molti esponenti di queste “sette” si trovassero già nel nostro Paese.

«Vedete come siamo ridotti qui? Era un posto di villeggiatura meraviglioso, ora è solo degrado e sporcizia», si lamenta il gestore di un bar a Castel Volturno, mentre passa una volante della polizia. D’altro canto la lotta allo human trafficking, vera e propria linfa della mafia nigeriana, è molto complessa. Secondo l’ultimo rapporto del Gruppo di esperti del Consiglio di Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani (Greta), nonostante il significativo aumento di richiedenti asilo e migranti che arrivano in Italia, il numero di persone identificate e assistite come vittime della tratta nel nostro Paese è rimasto intorno ai 1.000.

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MOLTE RAGAZZE ARRIVANO ATTIRATE DALLA PROMESSA DI UN LAVORO

A complicare il lavoro degli operatori che al momento dello sbarco hanno il compito di individuare i soggetti a rischio, secondo l’Oim, è il legame tra le vittime e i loro carnefici. All’arrivo in Italia, le donne credono nei trafficanti più che in qualsiasi altra persona e provano per loro un forte sentimento di gratitudine per avere consentito loro di arrivare in Europa, facendosi carico del costo del viaggio. Questo sentimento, apparentemente contraddittorio, le porta a credere incondizionatamente alle false informazioni avute prima della partenza. Non a caso poi le organizzazioni criminali obbligano le migranti a dichiarare di essere maggiorenni anche quando non lo sono, convincendole che in caso contrario saranno rimpatriate oppure che finiranno in strutture carcerarie. In realtà l’obiettivo è che siano trasferite nei centri di accoglienza per adulti dove è più facile, per i trafficanti, raggiungerle e condurle alla destinazione finale in cui avrà luogo lo sfruttamento.

Un secondo ostacolo è il controllo che gli «accompagnatori» esercitano. Le ragazze nigeriane sbarcano frequentemente con «sorelle», «zie», «mariti», che in realtà non sono altro che accompagnatori («boga»), il cui obiettivo è di condurle dai trafficanti in Europa. «Ho viaggiato con altre persone, quando siamo arrivate in Libia volevano farmi lavorare subito. Ma poi l’uomo che mi scortava ha detto che ero troppo piccola e che dovevo rimanere con lui», racconta Joy, 22 anni.

In realtà Joy viene preservata perché deve essere consegnata integra. Come una merce. Il 9 marzo 2018 l’Oba, la massima autorità religiosa del popolo Edo (che vive in Nigeria e nella zona del delta del Niger) ha formulato un editto che revoca tutti i riti Juju. Il tentativo – dall’Africa — è mettere in qualche modo fine al traffico. Ma per le ragazze, una volta arrivate in Italia, è molto difficile vedere un’alternativa. Inoltre, non avendo documenti, pensare di trovare aiuto presso le autorità pare un obiettivo irraggiungibile.

Dall’altra parte del Mediterraneo, le norme lasciano uno spiraglio «L’art. 18 del testo Unico sull’immigrazione prevede la possibilità di rilascio di uno speciale permesso di soggiorno allo straniero sottoposto a violenza o a grave sfruttamento, quando vi sia pericolo per la sua incolumità per effetto del tentativo di sottrarsi ai condizionamenti di un’associazione criminale o delle dichiarazioni rese in un procedimento penale. Il permesso di soggiorno può essere rilasciato sia in seguito ad una denuncia della vittima sia in assenza di questa, in un regime definito di “doppio binario”», sottolinea Salvatore Fachile, avvocato esperto di tratta e consigliere del direttivo dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Tuttavia la pressione sulle questure affinché applichino questa norma è scarsa. «E laddove non c’è incentivo alla denuncia le vittime di tratta non sono spinte a rivolgersi alle autorità, tanto più che la tendenza è di amplificare il ruolo repressivo dello Stato a fronte di maggiore fiducia verso il trafficante», conclude Fachile.

Morale, al 19 ottobre 2016 i nigeriani in carcere nel nostro Paese per tratta erano 38. Mentre la pena media inflitta, comprensiva anche dei reati connessi come lo sfruttamento della prostituzione, è di 9 anni. Ancora una «pacchia» per i trafficanti di donne, che possono continuare a tormentare le loro vittime. E a trattarle come fossero veri e propri bancomat di carne.

DI AMALIA DE SIMONE E MARTA SERAFINI

Fonte: Corriere della Sera

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