Vangelo di domenica 2 Luglio 2017

Amore e prossimità
Vangelo di Matteo 10, 37-42

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

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 AMORE A PROVA DI CROCE …

riflessioni pluri-tematiche sul Vangelo della domenica

a cura di Franco Galeone (Gruppo Biblico ebraico-cristiano) השרשים הקדושים

per contatti: francescogaleone@libero.it

 

XIII domenica del tempo ordinario (A)

Amore a prova di croce!

Ci troviamo davanti a parole durissime. Gesù dice di non essere venuto a portare la pace. E aggiunge parole ancora più dure: Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me. Tutti vogliamo scansare la croce, e invece: Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Che cosa non daremmo per salvare la vita? E invece: Chi avrà trovato la sua vita, la perderà. Gesù non ci dice che queste cose sono ragionevoli. Ci fa capire, attraverso un linguaggio duro, che Dio va messo al primo posto, altrimenti cadiamo nell’idolatria.  Dio va amato più del padre, della madre, dei figli (che è il miglior modo di amarli!). Il cristianesimo è la religione di un Dio personale incarnato, di un Creatore-creatura, che vuole rapporti immediati con gli uomini. Il messaggio di Gesù è Gesù stesso. Tutto il resto è periferico. Sarà teologia, filosofia, filantropia. Ottime cose! Ma il cuore di tutto è la Divinità incarnata in quell’ebreo di nome Gesù di Nazaret.

 

Propter nos homines

E’ stato detto che Cristo è l’uomo-per-gli-altri. Fa parte del nostro “peccato originale” questa incapacità di liberarci totalmente dalla ricerca di noi stessi. Invece Cristo, dalla nascita alla morte, è esistito solo per gli altri: Propter nos homines. Anche  nei non credenti desta stupore quella sua totale dedizione agli altri. Non aveva neppure una tana  per se stesso; anche la sua famiglia di origine si dilegua sullo sfondo; la sua esistenza è stata buttata allo sbaraglio, mai ripiegata su stessa, neppure nel momento della tentazione e della morte. La sua morte è come l’epilogo supremo, che dilaga al massimo questa sua oblatività: Quando sarò sollevato da terra, attirerò tutti a me. La croce di Cristo non fu una privata tribolazione, ma una sentenza dei potenti contro l’Innocente, perché minacciava il loro potere, la loro sapienza, la loro religione. Prendere la croce non significa solo prendere sulle nostre spalle le tribolazioni che accidentalmente ci capitano; significa soprattutto prendere su di noi il suo progetto di vita, calandolo nella concretezza delle circostanze storiche, pubbliche e private. Prendere la croce vuol dire non cercare me stesso, non mettere in bilancio ciò che a me giova, ma avere sotto gli occhi gli interessi degli uomini, il bene degli altri. Non dimentichiamo queste dimensioni della croce del Cristo. Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me può significare anche: Chi ama la classe di appartenenza (famiglia, chiesa, paese) più di me, non è degno di me. 

 

Capaci di perdere la vita per causa del Vangelo

Prendere la croce di Cristo vuol significa dare priorità a ciò che, secondo la normale valutazione, ha meno importanza, meno gratitudine, meno gratificazione; significa preferire la compagnia di coloro che meno contano e meno ci somigliano. Significa, dunque, vivere un’esistenza difficile! Da una parte, infatti, le esigenze della croce del Cristo; dall’altra, io sono con voi, che ascoltate e leggete un linguaggio che i poveri non possono capire. Per questo io ho già ricevuto ora la mia ricompensa, e non dico questo per esibizione di angoscia, o per fustigare me e voi con vilipendi profetici. Lo dico con serenità sofferta, perché la scelta della croce di Cristo non sia vuota retorica, ma fatto reale. Io sono come voi, uno che ha bisogno di coraggio, di calore, di solidarietà. Nessuno deve osare spezzare questo cerchio di affetti, di consenso, che sono un tributo alla nostra debolezza, e, forse, un alimento per la nostra fede. Però guai se, quando dobbiamo scegliere, dimentichiamo che non deve mai stare al primo posto la salvezza di noi stessi, la possibilità di carriera, la gratificazione degli applausi da parte del sinedrio religioso e del pretorio politico. Se io, ad esempio, accetto certi silenzi, perché altrimenti mi comprometto, allora io sono contro questa legge del Vangelo. Se, quando dico qualcosa, invece di preoccuparmi della reazione degli ultimi, mi preoccupo della reazione dei potenti e dei superiori, allora io sono contro al legge del Signore. Buona vita!

 

 

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