Vangelo di Domenica 2 Novembre 2014

Gv 6,37-40
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

 

Trentunesima domenica del tempo ordinario (A)
L’ipocrisia: un virus antico e sempre in agguato!
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

La domenica “della coerenza”
Il brano evangelico di oggi si ferma prima che Gesù inizi la sua invettiva: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!” (vv. 13-29). La tensione, creatasi tra Gesù e i capi del popolo, diventa sempre più violenta; le invettive sono tanto gravi che suscitano stupore; è come se Gesù appartenesse ad un altro popolo, nemico, e parlasse una lingua straniera. Leggendo meglio, però, si comprende che le invettive e le minacce di Gesù sono come quelle scenate di casa, scenate di una grande famiglia come quella ebraica, litigiosa certo, ma in fondo tenacemente unita. Guai a fraintendere quei momenti di collera familiare e dimenticare che anch’essi derivano dall’Amore, proprio come dall’Amore derivano anche la Legge e i Profeti. Gesù amava la sua gente. Le sue fraterne sferzate mirano non al ripudio e al rifiuto, ma alla comprensione e alla conversione. In Gesù fremeva un amore infinito, che lo faceva soffrire della cattiveria degli altri e dei suoi in particolare. Insomma, Matteo non polemizza contro il popolo ebraico, ma ricorda ai “maestri” seduti sulla cattedra la necessità della coerenza tra annuncio di fede e vita di ogni giorno.

Una predica a porte chiuse
Questa dovrebbe essere una “predica a porte chiuse”. Impu¬tati: preti, autorità a tutti i livelli, maestri, predicatori, respon¬sabili di comunità, guide spirituali, teologi di professione… Materia piuttosto scottante. E avanti con le denunce, formulate per bocca di Malachia e di Gesù.
– Scarso interesse per la gloria di Dio, com¬pensato (si fa per dire) da accentuate preoccupazioni per il proprio nome, la propria gloria, il proprio prestigio e da una cura assidua per la propria immagine, la vanità, l’ostentazione, il carrierismo, la mania di grandezza, l’evidente simpatia per i titoli onorifici. In una parola: ambizione.
– Interesse privato, magari sotto la copertura di un culto pomposo, di un ritualismo esteriore, di un ambiguo devozionalismo. I grandi della politica e dello spettacolo (che poi si identi¬ficano) passano stringendo calorosamente le mani, baciano i bambini, accarezzano i malati. Ma si tratta di un passaggio effimero: i bimbi e i malati vengono restituiti alle proprie madri che non sanno come arrivare a fine mese.
– Insegnamento non ortodosso, soprattutto a motivo della condotta poco esemplare, che diventa motivo di scandalo, di inciampo per gli altri. “Dicono e non fanno”. Divaricazione tra pa¬role e opere. Parlano a nome di Dio e conducono gli affari in nome proprio. Peggio ancora: “Le¬gano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”. C’è chi parla di pastorale degli infermi e non ha mai provato a cambiare le lenzuola di un malato. Chi discute dei problemi della terza età e non ha mai de¬dicato mezz’ora del proprio tempo ad ascoltare un vecchio.

Delitto e castigo
Prima della sentenza, una minaccia: “Manderò su di voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni”. E poi la sentenza: “Vi ho resi spregevoli e abbietti davanti al popolo”. Il testo originario contiene ancora una punizione che il brano di oggi ha prudentemente epurato (forse per rispetto al comune senso del pudore): “Spanderò sulla vostra faccia escrementi”. Forse un po’ eccessivo. Per qualcuno è già un castigo umiliante portare in giro la propria faccia. Mai trovato minacce così umilianti! Davvero l’ipocrisia ripugna tanto a Dio! Ricordiamole queste parole: anch’esse fanno parte dei Libri Santi! Matteo non è da meno: per ben sette volte risuona il terribile “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti”, con la chiusura terribile: “Serpenti, razze di vipere” (v. 33). Queste invettive sembrano rivolte solo ai sacerdoti, ma a ben riflettere riguardano anche noi. Quello che Gesù rimprovera è l’ipocrisia. E questa è un vizio non solo clericale ma anche laicale, non solo ebraico ma anche cristiano!

Non chiamate nessuno Maestro, Padre …
Questo comando di Gesù sembra che nella Chiesa sia stato sempre violato. Quanti ecclesiastici si fanno chiamare Maestro, Monsignore, Padre, Rettor magnifico, Reverendo, Eccellenza, Eminenza, Santità? Gesù, sia ben chiaro, non propone semplicemente di abolire i titoli o di inventarne di nuovi; se bastasse questo, sarebbe una nuova forma di ipocrisia. Il vero senso delle parole di Gesù è nelle parole finali del brano ascoltato: “Il più grande tra voi sia il vostro servo”. A questa condizione di “servizio” – lascia capire Gesù – ogni titolo può ancora restare perché ha riacquistato il suo giusto significato. La parola “servo” diventa, per così dire, il prefisso necessario di ogni titolo e di ogni compito.
Se la nostra comunità cristiana dev’essere fraterna, allora quante sovrastrutture devono cadere. Non è accaduto: l’Annuario Pontificio contempla ancora tutta una serie di privilegi, di titoli, di lustrini, delizia e tormento di quanti ambiscono fare carriera. Dobbiamo essere predicatori di fraternità, non solo nello spirito invisibile, ma anche nella storia visibile; senza questa coerenza, il nostro rapporto con il mondo è ipocrisia e la storia della Chiesa si confonde con la storia delle classi dominanti. Oggi, firmare i documenti con il bel titolo di “servus servorum Dei” non basta più; occorre esserlo davvero agli occhi dei popoli, altrimenti questi continueranno a immaginare la massima autorità della chiesa ancora come “the king of kings”.

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