Vangelo di Domenica 21 Giugno 2015

 Paure e fede

Vangelo di Marco 4, 35-41

La sera di quello stesso giorno, Gesù disse ai suoi discepoli: “Andiamo all’altra riva del lago”. Essi lasciarono la folla e portarono Gesù con la barca nella quale già si trovava. Anche altre barche lo accompagnarono. A un certo punto il vento si mise a soffiare con tale violenza, che le onde si rovesciavano dentro al barca, e questa era già quasi piena d’acqua. Gesù intanto dormiva sul fondo della barca, con la testa appoggiata su un cuscino. Allora gli altri lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, affoghiamo! Non ti importa nulla?” Egli si svegliò, sgridò il vento e disse all’acqua del lago: “Fa silenzio! Calmati!” Allora il vento si fermò e vi fu una grande calma. Poi <Gesù disse ai suoi discepoli: “Perché siete tanto paurosi? Non avete ancora fede?” Essi però si spaventarono molto e dicevano tra di loro: “Ma chi è dunque costui? Anche il vento e l’acqua del lago gli obbediscono!”

 

XII domenica del tempo ordinario (B)
Fede è abbandonarsi a Dio, anche quando lui “dorme”
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra!
I vangeli delle domeniche precedenti ci hanno presentato Gesù come guaritore di malattie; oggi ci viene presentato da Marco come dominatore degli elementi naturali, del mare, che nel simbolismo biblico rappresenta il mondo misterioso e ambiguo, a motivo dei suoi abissi, della sua amarezza, del suo fluttuare. Kant vede nel mare un esempio di “sublime dinamico”. Il lago di Tiberiade (gli ebrei lo chiamano pomposamente mare!) è una specie di cratere, a 212 metri sotto il livello del mare; dalle alture circostanti scendono venti e nuvole di alta e bassa pressione, che provocano tempeste improvvise. Gli ebrei, popolo di contadini e di poeti, di santi e di peccatori, non hanno mai avuto troppa familiarità con il mare; per questo, il mare è visto sempre con terrore, come un mostro, un Leviatano che rosicchia la terraferma. Solo Dio può tenerlo a freno e, per assicurare stabilità alla terra, chiude il mare entro rigidi confini. Il mare, in questa pagina di Marco, appare come il simbolo del male e della morte. Gesù interviene usando termini personali, ordina al mare come a una persona: “Taci, calmati!”. Gesù non prega Dio, come in altri casi, ma agisce direttamente, rivelandosi così signore della natura, come dirà in seguito: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”.

Il più bel miracolo di Dio è l’uomo vivente
I miracoli, che tanto entusiasmavano i nostri padri, oggi ci mettono a disagio; il credente di oggi non crede a motivo dei miracoli, ma nonostante i miracoli; il fondamento della nostra fede non vuole essere il miracolo ma Gesù. Dove avanza la scienza, sembra ritirarsi il miracolo. Ad alcuni spiace vedere che il progresso esclude Dio a vantaggio della medicina (chi domanda ancora una benedizione contro il mal di denti?) o della meteorologia (chi prega ancora per la pioggia?) o dell’agronomia (chi crede ancora che un buon raccolto è segno della benedizione di Dio?). Una lettura attenta del vangelo mostra che Gesù non ama i miracoli, e che in questo brano rimprovera agli apostoli la loro mancanza di fede. Gli esegeti moderni ci mettono in guardia da un’interpretazione letterale. I racconti del vangelo non vanno letti come se fossero storici nel senso rigoroso, quale lo intendiamo noi oggi. Il vangelo non ci vuole insegnare come vanno i cieli, ma come si va in cielo! Gli evangelisti hanno usato con libertà il materiale di cui disponevano. A quel tempo, ogni personaggio straordinario doveva fare miracoli. La nostra mentalità del resto non è molto diversa: anche noi diciamo che quel medico ci ha salvato la vita, ha fatto un autentico miracolo! I discepoli di Gesù hanno manifestato la loro ammirazione per Lui secondo la mentalità del tempo: vedendo dappertutto dei miracoli. Noi dobbiamo distinguere tra la loro “impressione” (ammirazione per Gesù) e la sua “espressione” (miracolo). Come siano andate veramente le cose, noi non lo sapremo mai. La risposta più probabile la possiamo trovare nella nostra esperienza: abbiamo mai provocato tempeste? Soprattutto, abbiamo mai placato litigi, composto dissapori, rincuorato gli sfiduciati, trovato le soluzioni giuste? I miracoli non sono una violazione delle leggi di natura, ma i segni di una energia profonda, che siamo anche noi chiamati a sprigionare, sull’esempio di Gesù: mentre tutti gli apostoli perdevano la testa e si ritenevano perduti, egli si è alzato, ha preso il comando, ha salvato l’equipaggio. Anche gli Atti degli apostoli raccontano di un’altra tempesta durata quindici giorni, durante la quale un uomo, Paolo, si è alzato in mezzo al terrore di tutti, ha dato indicazioni giuste, ha salvato i passeggeri. Un uomo coraggioso, pieno di fede e di buon senso; questo è tanto eccezionale che siamo tentati di gridare al miracolo. Dio si mostra attraverso l’uomo, non attraverso le onde e i venti: il più bel miracolo di Dio è l’uomo vivente. Non dobbiamo imitare gli apostoli nella loro paura, ma Gesù che salva con il suo coraggio e il suo amore.

Perché siete così paurosi?
Nella storia, i credenti si sono spesso distinti per la paura. “Deos timor fecit”, già sosteneva il fondatore dell’atomismo Democrito! La nostra vita di credenti è stata sempre segnata dalla ricerca di garanzia. Personalmente sono convinto che noi, più che la verità, cerchiamo la sicurezza. Anche noi cattolici abbiamo cercato ormeggi sicuri, golfi tranquilli, protezioni potenti. Perciò è sempre attuale il rimprovero di Gesù: “Perché siete così paurosi?”. Per vincere le nostre paure abbiamo scelto la strada sbagliata. Abbiamo stabilito “leggi di natura” anzi, abbiamo detto che anche le leggi morali, le leggi economiche, le leggi giuridiche … sono di natura. Abbiamo in mille modi giustificato e legittimato le differenze. Abbiamo detto che esiste una razza più perfetta, per natura, e il nostro pianeta è insanguinato da guerre razziali. Abbiamo detto che l’uomo è il capo della donna, che la donna deve obbedire all’uomo: è legge di natura; anche nascere ricco o povero è una specie di fatalità e abbiamo chiamato in causa la Provvidenza, in modo che il povero resti rassegnato in attesa del premio futuro! Davvero noi non siamo i narratori di cose nuove, ma i ripetitori di cose antiche, in nome delle leggi di natura! Ma il compito di noi credenti non è di ripetere o di consacrare le leggi di natura come leggi di Dio; la legge di Dio è un’altra, è nuova, è originale! Se un bambino negro viene accolto da tutti con gioia, se realizziamo le beatitudini, se diamo poca importanza al denaro … questo sarebbe la novità del regno di Dio. Avere fede significa puntare su queste novità. Le novità di Gesù non sono quelle che prolungano il vecchio, ma quelle che cambiano la qualità della vita. Il Signore per questo è venuto: per cambiare l’acqua in vino, per consegnarci una novità sorprendente. Tutte le gerarchie di valori stabiliti sono tutte capovolte. Voler consolidare l’ordine esistente può essere cosa saggia, ma non è evangelica. Le novità del vangelo puntano verso l’impossibile, che diventa possibile per l’intervento di Dio. Sì, se avessimo fede come un granello di senapa, sposteremmo le montagne, faremmo cadere tutti i tiranni, faremmo saltare di gioia gli infelici. Noi abbiamo molta “religione” ma poca “fede”. Ecco perché abbiamo paura!

 

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