Vangelo di Domenica 28 Maggio 2017

DOMENICA 28 MAGGIO 2017
TRA TERRA E CIELO
L’esempio di padre Alejandro
Vangelo di Matteo 28,16-20

Gli undici discepoli andarono in Galilea, su quella collina che Gesù aveva indicato. Quando lo videro, lo adorarono. Alcuni, però, avevano dei dubbi. Gesù si avvicinò e disse: ‘A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo’.

C’è una espressione bella e significativa per indicare storia e trascendenza, vita e Vangelo, fede e sua testimonianza nella storia: “Non c’è cielo senza terra, non c’è terra umana senza cielo”, a dire che le fughe spiritualiste non aiutano la vita, le relazioni, i processi della storia; che però è di grande importanza il riferimento all’ulteriorità, al Mistero, alla spiritualità profonda che attraversa, anima, sostiene la vita, le relazioni, le decisioni, la disponibilità, l’impegno.
A questa riflessione ci invita il Vangelo di questa domenica (Matteo 28,16-20) per vivere la memoria e la festività dell’Ascensione di Gesù. Si potrebbe dire: “Compiuta la sua missione rientra nel mistero della vita di Dio e affida ai suoi discepoli, oggi a noi, la responsabilità della testimonianza fedele e coerente nell’annuncio e nelle scelte di vita quotidiana.
Quindici giorni fa è stato presente a Udine, nell’ambito dell’evento Culturale Vicino/Lontano, Alejandro Solalinde, prete messicano. Dopo un percorso di vita di ricerca a 60 anni, ora ne ha 72, si è incontrato con i migranti provenienti a migliaia e migliaia dall’Honduras, dal Salvador, dal Guatemala, dal Nicaragua e sono diretti negli Stati Uniti o poi, una parte, decide di fermarsi in Messico. Mezzo milione di “Indocumentados” ogni anno tentano di raggiungere gli Stati Uniti a bordo della “bestia”, il famigerato treno merci che attraversa il paese, la versione americana dei “barconi della morte” del Mediterraneo. Due facce della medesima immensa questione planetaria dei migranti. Per i narcos è un commercio che vale 50 milioni di dollari all’anno. Padre Alejandro da 12 anni ha preso a cuore questa situazione drammatica è ha fondato a Ixtepec, nel sud del Paese, un centro di accoglienza che offre accoglienza e riparo temporanei a migliaia di migranti. Ultimamente altri due centri per minori soli. Per questa presenza e azione, per la presa di posizione, le denunce ai mass-media internazionali viene avvertito come un ostacolo dai narcos  e delle altre organizzazioni criminali dedite a sequestri, rapine, ricatti, violenze di ogni genere, torture, schiavismo a scopo sessuale, all’espianto degli organi, alla sparizione e all’uccisione di migliaia di persone.
Più volte minacciato di morte, sulla sua testa pende una taglia di un milione di dollari, emesso dai narcotrafficanti. Dal 2012 Amnesty International ha lanciato una campagna in sostegno per la sua candidatura al premio Nobel per la Pace 2017 e l’Accademia di Oslo ha ora accettato.
Padre Alejandro invita a non attribuire a lui meriti e importanza ma di considerare la sua azione segno della presenza di Dio. Ecco alcune sue parole profonde, commoventi, che esprimono il rapporto tra terra e cielo.
“Quando sai la verità, non puoi far finta di non saperla. Pregavo, chiedevo a Dio di starmi vicino. E lo sentivo accanto a me. Soprattutto la notte quando da solo con una pila attraversavo il ponticello per raggiungere i binari e portare un po’ di cibo ai nuovi arrivati. Sapevo che quello era un punto di osservazione dei delinquenti. Da solo non avrei mosso un passo. Allora respiravo profondamente e  pensavo a Gesù; la sua presenza diventava palpabile nel buio, donandomi la forza di camminare avanti, un piede alla volta. Grazie a lui ho potuto proseguire fino ad ora. Per questo non mi spaventa né il presente né il futuro. Mi immagino chiuso in una cella di massima sicurezza, eppure non ho paura. Perché? La libertà è per me la cosa più importante. Non potrei vivere senza. Il fatto è che nessuno può rubarmela, perché è dentro di me. Possono chiudermi dove vogliono, non riusciranno a farmi prigioniero. Nemmeno la solitudine mi spaventa. Perché le persone che amo e mi amano le porto nel cuore, con me, sempre. È una presenza tenera e tangibile e mi accompagnerebbe pure dentro un penitenziario. E così pure Gesù. Lo sento sempre con me. È la fede a spingermi a continuare. Non sono un uomo particolarmente buono e intelligente, o capace, non sono un Superman, tutt’altro. E Dio a infondermi la forza. La grazia mi sprona e fino a quando continuerà a farlo non ho intenzione di mollare”.

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