Vangelo di domenica 5 Ottobre 2014

Cosa ne facciamo del Vangelo di Gesù di Nazaret?

(Vangelo Matteo 21, 33-43)

Ascoltate un’altra parabola: C’era un uomo che piantò una vigna nel suo terreno, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio dell’uva e costruì una torretta di guardia: poi affittò la vigna ad alcuni contadini e andò lontano. Quando fu vicino il tempo della vendemmia, mandò dai contadini i suoi servi per ricevere la sua parte di raccolto. Ma quei contadini presero i suoi servi e, uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo colpirono con le pietre. Il padrone mandò ancora altri servi, più numerosi dei primi, ma quei contadini li trattarono allo stesso modo. Alla fine mandò suo figlio, pensando: “Avranno rispetto di mio figlio”. Ma i contadini, vedendo il figlio, dissero tra di loro: “Ecco, costui sarà un giorno il padrone della vigna. Coraggio, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Così lo presero, lo gettarono fuori della vigna e lo uccisero. A questo punto Gesù domandò: “Quando verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini che, alla stagione giusta, gli consegneranno i frutti. Disse Gesù: “Non avete mai letto queste parole nella Bibbia? La pietra che i costruttori hanno rifiutato è diventata la pietra più importante. Il Signore ha fatto questo, ed è una meraviglia per i nostri occhi. Per questo vi assicuro che il regno di Dio sarà tolto a voi
e sarà dato a gente che farà crescere i suoi frutti.
Ventisettesima domenica del tempo ordinario (A)
E’ tempo di iniziare a pregare “pro judaeis et cum judaeis”
“Commento di don Franco Galeone”
(francescogaleone@libero.it)

Non la razza e il sangue ma lo spirito e la scelta!
L’immagine della vigna risale a Isaia 5, ed è molto usata per indicare il popolo eletto; qui può indicare Israele o il Regno di Dio (v. 43). La parabola è una sintesi di tutta la storia della salvezza. Intorno a questo brano del Vangelo di Matteo alita un soffio di tragedia e di speranza. Noi siamo abituati a considerare la storia come una catena di eventi che dipendono da altri eventi. Da Aristotele a Machiavelli, da Hobbes a Croce, siamo abituati a ragionare in termini di causa ed effetto: ogni effetto dipende da una causa, come un figlio da una madre. Quidquid fit, ab alio fit! Nel racconto del Vangelo, invece, la fatalità della storia è capovolta, il circolo del fato viene spezzato, l’eterna clessidra va in frantumi sotto i colpi della novità. Quale? La storia tutta è guidata da Qualcuno che ne regge le fila; il male non porta frutti; il malvagio ha i giorni contati; la vittima scartata dai costruttori diventa la base del futuro! Nel bene e nel male, si intende! Quindi, la vicenda degli antichi ebrei può ripetersi con i nuovi cristiani; tutte le chiese, tutte le religioni devono ricordare questa drammatica possibilità. Essere cristiani richiede una risposta personale; non ci si salva perché battezzati o circoncisi, perché educati in una scuola cattolica o in una sinagoga rabbinica o in una moschea musulmana. Non la razza o il sangue ma lo spirito e la scelta.
Fa impressione come numerose e fiorenti comunità cristiane dei primi secoli sono semplicemente scomparse: un tempo fiorenti metropoli ora spente necropoli! Cosa sarà del nostro cristianesimo occidentale tra alcuni secoli? Forse il primato passerà alle chiese di Africa e di Asia? Sarà sempre il Vaticano il centro della cattolicità? Si parlerà della Chiesa di Roma, di Milano, di Torino … come parliamo della scomparse chiese di Pergamo, di Filadelfia, di Ippona? L’attuale cultura della morte e del silenzio di Dio cancellerà ogni tradizione cristiana, o sarà occasione per una scelta personale dei valori cristiani? La punizione che tocca i vignaioli omicidi consiste nell’essere sostituiti da altri; non si dice da chi: da altri. Questa sostituzione scatta in tutti i tempi. D’ora in poi, la “vigna di Dio” non è più un recinto sacro collocato sul monte Garizim o sul colle Vaticano, ma ogni uomo, ogni Chiesa, che accoglie il tesoro del Vangelo e “lo fa fruttificare”.

Pregare “pro judaeis et cum judaeis”
Questo brano del Vangelo di Matteo costituisce il topos classico per la teoria della Chiesa “nuovo Israele” e “nuovo popolo”, che sostituisce il “vecchio Israele” e il “vecchio popolo”. Questa fanta-teoria teologica non ha nessun fondamento né scritturistico né teologico. È utile ricordare che Gesù non era un cristiano. Egli era a tutti gli effetti un ebreo. Non andava a messa la domenica, ma in sinagoga il sabato. Non parlava greco e latino, ma ebraico ed aramaico. Aveva una madre ebrea, Miriam, scura nella carnagione e nei capelli. Nessuno lo chiamava Pastore e Monsignore ma Rabbì. Non leggeva il Nuovo Testamento ma la Bibbia, e pensava che questa fosse la Sacra Scrittura. Non recitava il rosario ma i salmi, come nel momento della tentazione e della morte. Non celebrava Natale e Pasqua, ma Shavuot e Pesach. Non una Comunione ma un Seder. E rabbì Jeshua non era un mediocre ma un osservante: portava gli zizioth o frange rituali al mantello. Qualunque cosa possano aver detto Lutero o Paolo stesso, rabbì Jeshua non è venuto a dispensare dalla Legge, dalla Torah, ma a realizzarla.
Non si tratta di negare l’originalità, la specificità del Cristia¬nesimo nei confronti dell’Ebraismo. Ma per affermare la grandezza del Cristianesimo non occorre squalificare, ridicolizzare, demonizzare l’E¬braismo. Cristo non è un aerolito, un masso erratico caduto in Palestina. Dobbiamo affermare la sua grandezza ed originalità non al di fuori o contro l’Ebraismo, ma con e dentro l’Ebraismo. Questo non è il negativo su cui far risaltare il positivo di Cristo e del Cristianesimo. È giunto il tempo di scrivere, se non il Tractatus pro judaeis, almeno il Tractatus de iudaeis. Abbiamo pregato per 2000 anni “pro perfidis judaeis”; è giunto il tempo di iniziare a pregare “pro judaeis et cum judaeis”.

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