Venti di Guerra

Un articolo di Lino Lavorgna da “CONFINI” – www.confini.info

USA, 2003 – L’ex Ambasciatore Joseph C. Wilson parla in un’aula universitaria affollata.
“Chi di voi conosce le sedici parole del discorso del Presidente Bush che ci hanno portato in guerra?”
Nessuno risponde.
“Chi di voi sa come si chiama mia moglie?”
Tutti in coro: “Valerie Plame!”
“Allora, come fate a sapere questo e non quello? Quand‘é che la domanda è cambiata da “perché stiamo entrando in guerra?” a “chi è la moglie di quest’uomo?”
Io ho posto la prima domanda, ma qualcun altro ha posto la seconda. E ha funzionato. Perché nessuno di noi conosce la verità. L’attacco che è stato sferrato, non è stato sferrato contro di me, non è stato sferrato contro mia moglie. E’ stato sferrato contro di voi. Tutti voi.
Se questo vi fa arrabbiare e non vi fa sentire rappresentati come vorreste, fate qualcosa, ragazzi. Quando Benjamin Franklin uscì da Indipendent Source subito dopo la seconda stesura della costituzione, in strada fu avvicinato da una donna, che gli chiese: “Signor Franklin, che sorta di Governo ci avete lasciato in eredità?” E Franklin disse: “Una Repubblica, Signora, se saprete mantenerla”. La responsabilità di un paese non è nelle mani di pochi privilegiati. Noi siamo forti e siamo liberi dalla tirannia e lo saremo finché ognuno di noi avrà sempre in mente qual è il suo dovere di cittadino. Che sia per chiedere conto della buca in fondo a una strada o DELLE BUGIE IN UN DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE, FATEVI SENTIRE! FATELE QUELLE DOMANDE! PRETENDETE LA VERITÀ! Nessuno vi regalerà mai la Democrazia, statene certi. Ma questa è la nostra Democrazia! E se facciamo il nostro dovere, sarà la Democrazia in cui i nostri figli vivranno”.
Joseph Wilson era ambasciatore in Niger, nel 2002, e scoprì che il rapporto sulla presunta vendita dell’uranio all’Irak, redatto con la complicità dei servizi segreti italiani, era falso: Saddam Hussein non aveva alcuna possibilità di costruire una bomba atomica.
Le sedici parole bugiarde di George Bush, con le quali si decise di attaccare l’Iraq, furono le seguenti: “The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa”.
Valerie Plame, moglie di Wilson, è l’ex agente della CIA incaricata di condurre indagini segrete sulla proliferazione delle armi di distruzione di massa. I due coniugi decisero di contrastare la manipolazione delle informazioni, orchestrata da Bush per giustificare l’intervento militare.
Nel luglio del 2003, pochi mesi dopo l’inizio della guerra, l’ex ambasciatore pubblicò un articolo sul New York Times, scoprendo il bluff. Per vendetta Bush fece rivelare l’identità sotto copertura della moglie, che fu costretta a lasciare la CIA.
Tutto ciò che sta accadendo oggi è la risultante di quei fatti.
Un inetto alla Casa Bianca e tanti complici pronti ad assecondarlo, con fini puramente economici, cinicamente tutelati sulla pelle di tantissime persone: oltre tredicimila i morti della coalizione internazionale; oltre venticinquemila i morti dell’esercito di Saddam; 1.220.000 i civili morti.
A tali cifre vanno aggiunte le decine di migliaia di morti registratesi dagli albori della “primavera araba”, nel 2011, ai giorni nostri.
E’ praticamente impossibile, in questo articolo, esporre i fatti in modo esaustivo, perché non si può prescindere dai molti “antefatti”, che hanno origine con le controversie tra Sciti e Sunniti e si dipanano attraverso quattordici secoli di complessa Storia, resa ancor più intricata dalle massicce ingerenze occidentali, iniziate con il colonialismo e amplificatesi a dismisura negli ultimi decenni. Conto di scrivere un saggio su queste vicende nel corso del prossimo anno.
Qui, sinteticamente, si possono solo esporre alcuni concetti chiave, per inquadrare il problema in un’ottica “realistica”, partendo da dati inoppugnabili, come quelli sopra esposti.
Saddam, come sappiamo, fu deposto nel 2003. Nel mese di maggio, Lewis Paul Bremer, l’uomo che governava l’Iraq in nome e per conto di George Bush, emise due decreti: messa al bando del partito Baath (quello di Saddam) e smantellamento dell’esercito.
Oltre quattrocentomila militari si trovarono esclusi da ogni ruolo e privati anche del trattamento pensionistico. Il risentimento fu forte e costoro iniziarono a organizzarsi in gruppi paramilitari, ostili agli USA, ai loro alleati e al governo Scita imposto dall’Occidente.
Ecco i primi germi del futuro Stato Islamico, che dopo alcuni incisivi “prodromi”, qui omessi per amor di sintesi, vedrà la luce ufficialmente il 29 giugno del 2014, con la proclamazione di Ab? Bakr al-Baghdadi a Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.
Il dibattito di queste settimane s’incentra sulla “paura” degli attentati terroristici, possibili ovunque, e sulle strategie da attuare per rendere “inoffensivo” l’ISIS. Improvvisati strateghi, soprattutto italiani, esaltati dalla ribalta televisiva, parlano di offensiva terrestre da effettuare con un esercito di almeno centomila uomini.
In realtà, militarmente parlando, un’offensiva strutturata in modo serio non potrebbe prevedere meno di duecentomila uomini, con oneri economici, al netto di armi, munizioni, vettovagliamento e altre necessità logistiche, di circa 60milioni di euro al giorno.
L’Europa, DIVISA, non è in grado di organizzare un esercito d’invasione.
Chi lo guiderebbe, come sarebbero strutturate le Divisioni, le gerarchie? Passerebbero mesi, se non anni, solo per la quadra di questi problemi, con scarse speranze di raggiungerla.
Gli unici in grado di attaccare via terra, quindi, come sempre, sono gli USA, che però non ne vogliono sapere.
Obama non vuole chiudere la sua presidenza scatenando una guerra dai risvolti imprevedibili e Hilary Clinton, che gli succederà e già parla da Presidente, (sa bene che dopo aver toccato il fondo con Bush, gli Stati Uniti non possono permettersi il lusso di mandare alla Casa Bianca un babbeo come Trump), ha già detto che all’invasione non vi pensa proprio.
Sarebbe tutto diverso, ovviamente, se esistessero gli STATI UNITI D’EUROPA, confederati sotto un’unica bandiera, con un unico esercito, un Governo Federale e un solo Parlamento.
Ma la Storia, si sa, non si fa con i “se”.
Cosa accadrà, quindi? Ne parleremo nei prossimi mesi.

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