Vittima di stupro racconta quanto sia difficile denunciare. “Violentata anche dalle vostre domande”

Dopo le motivazioni della sentenza con cui la Corte d'Appello ha assolto sei uomini dallo stupro di gruppo commesso nel 2008, la giovane vittima affida a un blog il suo atto d'accusa:

“Io esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto choc, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruire a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale, nonostante tutto ciò ci sono”. Dopo le motivazioni della Corte d’Appello che ha assolto il gruppo di 6 violentatori dallo stupro del 2008 la giovane vittima della Fortezza affida a un blog la sua rabbia e il suo sconforto. Con la denuncia la ragazza voleva “rimuovere” un suo “discutibile momento di debolezza e fragilità”. Il rapporto avvenne in un’auto parcheggiata nelle vicinanze della Fortezza da Basso, dopo una serata passata a una festa. Gli imputati, tutti italiani, avevano fra i 20 e i 25 anni, la ragazza 23. In primo grado, il gruppo venne condannato per aver abusato delle condizioni di inferiorità psichica e fisica della ragazza, che sarebbe stata ubriaca. Ma per la Corte d’Appello il comportamento della ragazza fa “supporre che, se anche non sobria” fosse comunque “presente a se stessa”. “Iniziativa di gruppo comunque non ostacolata”, scrive la Corte a proposito del rapporto.

“Come pensate mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda è vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’è sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa” Racconta l’umiliazione di essere stata sempre sbattuta in prima pagina per la sua bisessualità e di aver appreso le varie fasi del processo sempre dai media. “Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole, devo ricominciare da capo. E’ come un maledetto elastico che mi riporta indietro di 7 anni. Dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me,   io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale.

Tutto questo mi sembra surreale come un supplizio di Tantalo”. E ancora. “Essere vittima di violenza e denunciarla é un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti è mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti. E può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall’accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non è stato un delitto così grave. Fondamentale, ovviamente

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