La mafia nera e la tratta umana

In alcuni libri e ricerche sono stati analizzati negli ultimi anni gli aspetti più inquietanti di un fenomeno che minaccia ed inquina le terre della costiera domiziana: quello della mafia nera dei violenti clan dei  nigeriani (spesso anche ghanesi e di altre etnie africane). In particolare ci riferiamo ai saggi di Sergio Nazzaro proprio su la “mafia nigeriana”, edito da Città Nuova nel 2019; agli scritti emblematici di Leonardo Palmesano, raccolti nel volume “Ascia nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana”; ad altre inchieste giornalistiche come quella  di Amalia De Simone sul Corriere della Sera (ed altre ancora).                                                                                        Da tutte queste inchieste emerge un quadro drammatico e inquietante, su cui finora vi è stata scarsa attenzione da parte degli organi dello stato e delle istituzioni casertane, che continuano ad ignorare il problema. Invece, sarebbe il caso di intervenire per arginare questa deriva, in cui si combina un patto scellerato tra camorra endogena (quella dei casalesi) e mafie straniere, in questo caso di marca africana. Ciò vale soprattutto in un ‘area come quella della costiera domiziana, con un grande problema emergente a partire da Castel Volturno, in  un pezzo della provincia di Caserta, che lo Stato non riesce ancora a controllare e a riportare alla legalità. Un vero e proprio buco nero nel quale vengono quotidianamente risucchiati gli aspetti più oscuri della società e dell’economia italiana (come hanno ben documentato Sergio Nazzaro e  lo stesso Palmesano, che continua a indagare la nuova criminalità e lo fa con il suo stile lucido e implacabile come le mafie che incontra nel suo viaggio all’inferno.                                                               Infatti, nel suo libro ha affrontato la schiavitù sessuale e la tratta degli esseri umani incontrando una delle organizzazioni più pericolose degli ultimi anni. La chiamano Black Axe, Ascia Nera, ed è nata negli anni settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti. All’inizio era una gang a metà tra un’associazione religiosa (li chiamano culti) e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Oggi invece è una nuova mafia e i tentacoli di questa organizzazione sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi delle nostre città. Dopo “Ghetto Italia” e “Mafia Caporale” Leonardo Palmisano conclude la sua trilogia sullo sfruttamento con “Ascia Nera”, un’inchiesta sul campo fatta di incontri e interviste alle vittime e ai carnefici di un’organizzazione spietata che sta diventando una delle minacce più concrete alla sicurezza del nostro paese.                                  Viene descritta in modo dettagliato la logica aberrante e violenta della  tratta delle prostitute bambine nigeriane che arrivano in Italia sui barconi dei migranti. Dalla Libia al litorale domizio al confine tra Lazio e Campania: costrette a prostituirsi per estinguere il debito del viaggio in Italia. «Si sta abbassando molto l’età delle nigeriane in strada. Le organizzazioni criminali vogliono ragazze sempre più giovani: sono più appetibili sul mercato del sesso». Come ci ha raccontato  Amalia De Simone sul  Corriere della Sera già nel 2017, c’è una strada lunga circa 40 km dove l’umanità è sospesa. È una linea che separa la terra e il mare tra il Lazio e la Campania. Si chiama Domiziana e percorrendola si incontrano centinaia di ragazze prevalentemente nigeriane, costrette a prostituirsi. Molte di loro sono ragazzine minorenni.                                                        Da anni stanno arrivando in questa zona, contestualmente agli sbarchi dei migranti, tante piccole donne. Come B. che i suoi 14 anni li dimostra tutti. Esile, con un corpo che non è ancora quello di una donna, gli occhi grandi. L’ha notata un artista della fotografia, Giovanni Izzo che da tempo perlustra la Domiziana segnandosi i numeri delle ragazze che gli sembrano più piccole da segnalare agli operatori sociali. Con lei c’era un’altra ragazzina, forse anche più piccola, di cui abbiamo perso le tracce. Di solito è una matrona colei che avvia alla schiavitù del sesso centinaia di ragazze nigeriane, una a cui occorre obbedire pena maledizioni e disgrazie previste nei riti voodoo. L’asse che parte dalla Nigeria ed arriva fin nelle strade delle nostre città, viene legato da una serie di rituali in cui la maman costituisce quel macabro collante che costringe alla prostituzione centinaia di ragazze. Lo dimostra anche una delle ultime operazioni, non a caso denominata proprio “maman”, compiuta dalla Guardia di Finanza di Palermo. Le giovani donne, adescate in patria e fatte giungere in Italia con la promessa di una vita stabile e dignitosa, vengono letteralmente consegnate alla matrona: è a lei che devono obbedire, è a lei che devono sottostare senza tante condizioni.                                                                                                                                          In molti casi questi bambini finiscono per diventare carne da macello, vengono utilizzati per rifornire ed alimentare il macabro mercato degli organi umani. Ed è questo è l’aspetto per noi più repellente, su cui per una certa fase vi è stata anche una attenzione da parte della stampa nazionale (che ora si è affievolita). La figura inquietante delle maman è strategica,  a loro le organizzazioni criminali nigeriane affidano la buona riuscita dei loschi affari, quando di mezzo vi è il mercato purtroppo sempre più fiorente della prostituzione. Non solo in Italia, ma anche all’estero funziona così: dovunque vi è lo zampino della mafia del più popoloso paese africano, vi è sempre una maman che funge da vera “padrona” delle ragazze schiavizzate. Anni fa ha destato scalpore il video di un rituale di “affidamento” di una giovane ragazza nigeriana ad una maman a Dubai: la donna è senza vestiti davanti la telecamera, si sente la voce della maman che la interroga affermando che ogni soldo guadagnato deve darlo a lei, finché non ripaga il debito contratto per andare via dalla Nigeria. Circostanze molto simili a quelle riscontrate in Italia: le donne, organiche spesso alle confraternite della mafia nigeriana, obbligano le vittime a prostituirsi per strada ed in caso di mancata obbedienza allora si evocano i drammatici spettri delle violenze contro i familiari in Nigeria o dei riti voodoo.                                                                                                                           Infatti, l’organizzazione criminale paga il viaggio dal paese africano ed organizza le traversate del deserto e del Mediterraneo, poi in Italia è la maman a fare il resto del lavoro fino a quando le ragazze non saldano il debito contratto. Ma anche in quel caso, la libertà non appare scontata: difficilmente le giovani donne riescono a divincolarsi dai propri aguzzini. Solo in pochi casi in Italia si riscontra la denuncia delle vittime, in altri contesti è il lavoro della Polizia a smascherare l’organizzazione. Ma il recupero delle donne che subiscono queste vere e proprie torture non è semplice. Il loro calvario, come detto, parte dalla Nigeria: qui vengono reclutate tra le ragazze in difficoltà ed attratte con promesse di lavoro e di una vita stabile verso l’Europa. È spesso troppo tardi quando le giovani donne si rendono conto del tranello. La figura della maman appare sempre più in ascesa, funzionale ai loschi affari della radicata mafia nigeriana. Un allarme che è anche di natura sociale: se cresce il ruolo delle maman, è perché il mercato della prostituzione è sempre più in aumento. Segno di un certo degrado interno alla società: se aumentano le donne schiavizzate provenienti dalla Nigeria, è perché aumentano i clienti italiani che non si chiedono evidentemente (o fanno finta di non sapere) cosa si nasconde dietro il fenomeno della prostituzione.                                            Basta girare nei viali sulla costa domiziana, in particolare sulla destra Volturno, per notare questi luoghi tristi ed orribili che si celano sotto il nome di “connection house”, nella maggior parte sono villette, spesso abbandonate, oppure  occupate abusivamente  e fittate da locali compiacenti. Da tempo abbiamo chiesto al Prefetto di Caserta – ora ci rivolgiamo anche al Ministro degli Interni e agli organi giudiziari – di intervenire per prevenire e reprimere questo fenomeno non degno di un paese civile e moderno. Tra l’altro basta poco per individuare questi luoghi disumani, anche attraverso il controllo del traffico irregolare di mezzi e di pulmini – molto spesso guidati dalle stesse vistose maman – che si incrociano sulla Domiziana e sui viali della costa di Castel Volturno (fino a Mondragone e Baia Domizia).

Pasquale Iorio

Le Piazze del sapere                                                                         Castel Volturno, 21 luglio 2021

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