Santissimo Corpo e Sangue di Cristo/B – 6 giugno 2021

(A cura di don Franco Galeone)

Questo è il mio corpo! Questo è il mio sangue!

Prima lettura: Noi faremo ed eseguiremo gli ordini del Signore (Es 24,3). Seconda lettura: Il sangue di Cristo purifica la nostra coscienza (Eb 9,11). Terza lettura: Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue (Mc 14,12).

La presenza di Gesù è sempre una presenza in spirito. Il pane e la carne non servono a niente: È meglio per voi che io me ne vada (Gv 16,7). Se mi amate, dovreste rallegrarvi che io vada dal Padre (Gv 14,28). Noi materializziamo tutto: la grazia è addizione di una certa quantità di divino; il peccato è una macchia da togliere; la presenza di Cristo è un pezzo di pane che si ha paura di toccare con mano! Noi localizziamo la presenza in una cosa, quando una presenza puramente fisica è niente; quel che conta è la presenza spirituale: sono molto più presente a coloro che amo che a quelli con cui faccio la fila! Cristo è più presente in un uomo in stato di grazia che nell’ostia consacrata.

Il grande sbaglio è quello di isolare la presenza di Gesù e di concentrarla nell’ostia. Evidentemente rassicura di più isolare Cristo in un pezzo di pane che far dipendere la sua presenza dalla nostra fede e dalla nostra comunione! La frase “Dove due o tre sono riuniti in nome mio, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20), si potrebbe tradurre così: “Io sono dove due o tre vivono del mio amore perché condividono il mio pane e il loro pane”. Dividendo fra noi il pane eucaristico, noi rendiamo Gesù presente e visibile in mezzo a noi. L’eucaristia è al servizio dell’uomo, ma noi abbiamo messo l’uomo a servizio dell’eucaristia. Il buon uso dell’eucaristia non è adorarla ma viverla. Come l’annunciazione di Maria porta alla visita, così l’adorazione dell’ostia deve portare al servizio.

Quelle misteriose sante parole: “Questo è il mio corpo! … Questo è il mio sangue! nel linguaggio orientale significano: “Questo sono io! … Questa è la mia vita!”. Con questi due gesti, Gesù chiama i suoi ad una profonda unione con lui: fare ‘come’ lui, vivere ‘come’ lui: “Vi ho dato l’esempio. Anche voi cercate di vivere come io vi ho insegnato!”. Noi, invece, ci siamo concentrati solo sull’ostia. È la scorciatoia più comoda! In questo senso non sono esatte tutte quelle formule che utilizzano soltanto parametri spazio-materiali, o quelle teorie filosofiche (sostanza e accidenti) che parlano cioè di un Gesù dentro l’ostia o immaginano una sua presenza in miniatura.

Per capire quale sollievo rechi questa verità, basta rileggere le erudite considerazioni di san Bonaventura o di san Tommaso su un caso che ai loro tempi veniva discusso con grande serietà: cosa avviene se un prete dice le parole della consacrazione davanti a una panetteria o davanti ad una cantina? Veri e propri caos teologici! Se i partecipanti non hanno la fede, non accade niente! Cristo diviene presente nell’eucaristia perché è già presente nei fedeli, grazie alla loro fede. Cristo è presente nei preti e nei fedeli, che lo rendono presente in un gesto di fede e di amore. Ciò che Cristo vuole consacrare, non è solo del pane o del vino ma soprattutto noi. Senza la fede, tutto diventa un museo di simboli vuoti!

L’eucaristia è una tavola di amici, un banchetto di festa. Per un buon pranzo, occorre una persona che inviti, degli invitati che accettino, del cibo da consumare. Qui la persona che invita è Gesù, che offre tutto se stesso attraverso il gesto più umano: l’invito a tavola. A tavola avviene un duplice scambio: pane e amicizia; scambio con chi invita, ma anche tra gli invitati. Che tavola triste quella in cui ogni invitato parla solo con il padrone, o gli invitati parlano solo tra loro senza ringraziare il padrone! Non sarebbe più un pasto tra amici ma una refezione tra collegiali. Qualche volta nelle nostre chiese sembra di partecipare non a un unico banchetto, ma di trovarsi in un ristorante con tanti tavolini, dove ognuno si comunica con Dio. Ognuno per sé e Dio per tutti! A tavola occorre stare insieme e parlarsi, raccontarsi, progettare. Direi che la tavola è fatta non solo di presenze, ma anche di parole, di confidenze, di narrazioni. A tavola occorre non solo darsi, ma anche dirsi!

Oggi ci viene ricordato che la suprema manifestazione del “sacro” avviene attraverso due segni umili e semplici; il pane e il vino, frutto della terra e del lavoro umano. I segni scelti per rappresentare il sacro sono quanto di più materiale, umano, laico, si possa pensare: non difficili pensieri, nobili sentimenti, splendori artistici … ma le umili cose di tutti i giorni. Davvero Dio prende sul serio le nostre piccole cose, come il pane e il vino! Così l’eucaristia stimola anche noi ad assumere la logica di Dio, quella di trasformare le nostre piccole cose in “santi segni”. Parafrasando Bernanos, possiamo dire che davvero tutto è eucaristia, che il mondo è pieno di segni, che sono tutti manifestazioni di Dio nella nostra storia. Il “Corpus Domini” è in qualche modo anche il “Corpus hominis”, la celebrazione della grandezza di Dio attraverso la piccolezza delle cose umane, scelte da Dio per entrare in comunione con noi. Se tutto questo è vero, allora le nostre piccole cose diventano grandi cose, epifania di Dio!

L’eucaristia deve produrre fraternità

L’eucaristia, celebrata con la preoccupazione di osservare le regole, riservata ai credenti, consumata nella segregazione dai problemi del mondo, è inefficace. Il Signore nell’ultima cena non fa un discorso ad una setta privilegiata ma egli invia gli apostoli, che hanno mangiato e bevuto con lui, a portare l’annuncio felice, a preparare le strade del banchetto universale. Gli uomini, tutti, hanno bisogno di fraternità; questo bisogno non appartiene a nessuna chiesa, a nessuna religione, perché è iscritto nella struttura metafisica di ogni persona. Tutta la storia umana si potrebbe leggere usando queste due chiavi di lettura: alcuni costruiscono l’unione nella Città dell’Essere, e altri costruiscono la divisione nella Torre di Babele. Anche noi cristiani a volte abbiamo provocato divisioni. Non è vero che là dove sono stati piantati i vessilli di Gesù o gli scudi crociati si è realizzata l’unità! Abbiamo, insomma, dimenticato la memoria eversiva di quelle parole: “Nella Bibbia è scritto … Ma io vi dico” (Mt 5,21). Quel ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν (egò dè légo umìn) segna davvero un salto di qualità nella fede. Purtroppo la mistica dellobbedienza (Y. Congar) ha convinto noi cristiani ad accettare contraddizioni e lacerazioni, a contrabbandare come parola di Dio quella che è invece una parola umana, troppo umana!

Non dimentichiamo, infine, che quel sacramento di amore non fu celebrato in un clima di idillio, in un allegro pranzo di nozze, ma nelle trame del tradimento. Il peccato consiste nel vanificare l’annuncio di ciò che facciamo e diciamo, soffocandolo nella freddezza del rito, nel mosaico inespressivo dei gesti. Andare a messa così è diventato questione di buona abitudine, di educazione ricevuta, e tanta brava gente va la domenica in chiesa perché “precettata”. Questo è drammatico: la gente ci va, restando però come prima, anzi, ritorna dispensata da ogni inquietudine. Noi preti dobbiamo fare qualcosa perché qualche buon cristiano senta inquietudine, e qualche spirito tormentato riacquisti tranquillità! La parola di Gesù “Non berrò più di questo vino!” riempie di tristezza il cuore; come diceva Origene: “Fino a che al banchetto degli uomini ci sarà uno che non partecipa, Gesù non partecipa nemmeno lui!”. “Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo!” (Pascal). Questo significa che la passione del Signore non va contemplata solo nelle stazioni della Via Crucis ma condivisa nella carne viva della gente. C’è un Gesù che soffre dove un uomo soffre. Non esiste devozione che ci possa allontanare da questo realismo evangelico. Senza scoraggiarsi! Se abbiamo fede, comprendiamo che siamo in cammino verso la Terra Promessa, e in questa situazione di pellegrini, Dio non ci lascia soli, ma si fa nostro cibo e bevanda. Nel deserto aveva nutrito il suo popolo con la manna, ora ci nutre con il pane vivo, Gesù. Buona vita!

Parabole di Gesù per il nostro tempo

Un ebreo giusto, nel giorno dello Yom Kippur, il giorno del perdono, il giorno più santo e solenne dell’anno, era solito scrivere due liste di peccati. Poi si voltava verso la montagna più alta e sollevava la prima lista al cielo. «Signore, ecco qui i miei peccati contro di te. Ho peccato sul serio e ti chiedo perdono perché ti ho offeso!». Poi estraeva un secondo elenco dalla tasca e lo sollevava di nuovo verso il cielo e la montagna dicendo: «Signore, ecco la lista dei peccati che tu hai commesso contro di me: mi hai dato molte preoccupazioni sul lavoro; mia figlia a dispetto delle mie preghiere si è ammalata; sono stato derubato da un amico di cui mi fidavo; ho sofferto per un brutto incidente avvenuto senza nessuna responsabilità da parte mia!». Dopo il secondo elenco, l’uomo concludeva il rituale con queste parole: «Sono stato ingiusto con te e tu sei stato ingiusto con me. Ma oggi è il giorno del perdono! Tu dimentica i miei peccati, e io dimentico i tuoi!».

Morale: Dio è ‘padre’: con lui posso dialogare e perfino litigare! (da: Racconti di Bruno Ferrero, LDC).

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