Sulle note dell’inconscio

25 | 26 GENNAIO

Sabato ore 21 Domenica ore 18

Teatro Madrearte

Via della Repubblica 173- Villaricca (Na)

SULLE NOTE DELL’INCONSCIO

di Fillippo Stasi

con

Anna Bocchino, Emanuele Iovino, Adriano Paschitto, Nicola Tartarone

SCENE | Mario Ferrillo COSTUMI: Francesca Liguori

MUSICHE ORIGINALI: Mario Autore DISEGNO LUCI: Angelo Navarro

regia

Filippo Stasi

PRODUZIONE GIOVANI TEATRI
in collaborazione con Piccola Città Teatro

Tra passato, presente e futuro, si ripercorre la vita di Jackson Pollock. Una vita segnata, da alcolismo, amore e dal bisogno incolmabile di affermarsi come artista in quel periodo storico a cui appartiene, dove è in auge Pablo Picasso. Un nero disarmante delimita i contorni dei luoghi vissuti da “Jack”. Bianchi gli oggetti che hanno caratterizzato il lavoro dell’artista. Sgabelli, sedie, radio, pennelli, tele e barattoli di vernice sono sparsi disordinatamente nel suo laboratorio come pezzi di vita nella sua mente, il tutto compone il quadro complessivo di una esistenza non facile e “Jack” è costretto a ripercorrere i dolori più profondi, per trasformarli, al fine di accettare che il lavoro che persegue da anni, è effettivamente ciò che ha tanto desiderato in vita. É l’esempio di come l’uomo possa arrivare ad “individuarsi” e accettare il proprio posto nel mondo ovunque esso sia, un percorso comune a tutti al fine di suggerire lo stesso viaggio all’animo di chi guarda.

NOTE DI REGIA

Appassionato al rapporto tra Jackson Pollock e il Jazz. Ma più precisamente su Jackson Pollock e il suo rapporto in-conscio con l’arte.

Jackson Pollock voleva in tutti modi descrivere il suo inconscio o meglio, se possiamo osare questo termine, ritrarlo. Questo è stato il suo più grande cruccio, il suo più grande obiettivo a prescindere da ciò che arrivasse al pubblico. Quello che doveva essere percepito non era un’immagine ma, per usare le parole dell’artista, un evento che potesse esprimere la parte più interna di se: tutti i suoi istinti.

Sappiamo bene che l’inconscio non ha un’immagine precisa, assume forme diverse da individuo a individuo e siccome Jack, a parer mio, è riuscito nel suo intento, mi ha fortemente impressionato in che cosa il suo inconscio prendesse forma e cosa quella forma, per lo spettatore, potesse poi a sua volta diventare. Nella vera storia cronologica della sua vita, Jackson va in analisi da uno psicanalista junghiano così da poter riuscire a studiare le forme dell’inconscio. Ma lui già è sulla buona strada, non ha bisogno dello psicanalista ma solo di sé stesso, ha bisogno di un auto convinzione.

Ho elaborato molte tesi su come affrontare il tema in questione: Pollock non ce l’ha con sé stesso ma con l’arte. “Questa eterna borghese, ruffiana e puttana”.

Per poter artisticamente affrontare questo dilemma, Pollock, deve considerare l’arte come una persona dalla quale liberarsi e allo stesso tempo una persona della quale innamorarsi. Un amore astratto che può portare o alla più alta consapevolezza di sé stessi o alla distruzione. L’unica via, l’unico mezzo non è l’arte o il pennello o la tela, strumenti di cui Pollock consciamente si è già liberato, ma il Jazz. Pollock affronta sé stesso, si proietta contro l’arte e si lascia cullare dalla musica. Una riscrittura scenica studiata. L’artista che si lascia psicoanalizzare da sé stesso, o meglio dalla parte istintiva di sé e quella razionale, per sfuggire dal proprio dolore e lasciarlo così alla spalla. Perché l’amore può essere solo ratio e ductu ma nell’espressione più astratta che questa accoppiata potesse avere.

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