In Italia meno del 92 per cento degli operatori sanitari ha ricevuto il vaccino contro il coronavirus

In Italia poco meno del 92 per cento degli operatori sanitari ha ricevuto il vaccino contro il coronavirus: 1,7 milioni hanno ricevuto la prima dose su un totale di 1,8 milioni di operatori, mentre 1,3 milioni hanno ricevuto anche la seconda dose. È un dato positivo (con qualche dubbio sulla sua totale attendibilità), ma ha comunque reso necessario un intervento del governo per rendere obbligatoria la vaccinazione per questa categoria professionale.

La decisione è contenuta in un decreto approvato lo scorso primo aprile dal governo, accolta positivamente dai sindacati e accompagnata da qualche critica e perplessità da chi ritiene che non debbano esserci in generale obblighi per le vaccinazioni. Il decreto introduce diverse condizioni, con scadenze e sanzioni che possono portare fino alla sospensione dello stipendio, per gli operatori che rifiutano comunque di vaccinarsi contro il coronavirus. 

Il decreto spiega che la vaccinazione non è obbligatoria solo in caso di “pericolo accertato per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale”, per esempio per chi ha particolari allergie oppure ha altri problemi di salute, che rendono sconsigliabile la somministrazione. 

Negli ultimi giorni gli ordini professionali, gli ospedali pubblici e privati, gli studi medici e le farmacie hanno inviato alle Regioni gli elenchi con i nominativi di tutti gli operatori sanitari interessati. Questa sorta di censimento consentirà a ogni Regione di capire quanti professionisti non abbiano ancora ricevuto il vaccino entro metà aprile, in modo da segnalare gli operatori sanitari alle ASL di competenza che li inviteranno a prendere appuntamento per essere vaccinati. 

Gli operatori in attesa di vaccinarsi, o che continueranno a rifiutare la vaccinazione, saranno destinati ad attività che non prevedono contatti interpersonali a rischio di contagio. Nel caso in cui ciò non sia possibile, è prevista la sospensione della retribuzione fino a quando l’operatore non si mette in regola. Provvedimenti di questo tipo resteranno in vigore fino alla fine dell’anno, salvo un nuovo decreto non estenda la loro efficacia per il 2022 o una sua parte.

In generale, molti esperti concordano sul fatto che l’obbligo vaccinale non sia uno strumento adeguato per fare aumentare l’adesione alle campagne vaccinali, perché chi è contrario potrebbe vivere l’imposizione come un’ulteriore conferma ai propri dubbi sull’utilità dei vaccini. L’approccio di coinvolgimento, anche dal punto di vista comunicativo e divulgativo sull’importanza dei vaccini, sembra avere effetti migliori e più duraturi, ma richiede tempo e non sempre può essere seguito durante un’emergenza sanitaria.

Il nuovo decreto ha riaperto l’annoso confronto su questi temi, anche se chi è contrario in generale all’obbligo vaccinale ha riconosciuto che il caso specifico riguarda una particolare categoria professionale, che proprio per lavoro rimane a stretto contatto con persone a rischio (pazienti, anziani, malati cronici) che devono essere tutelate. 

Vaccinati
Restando sulle vaccinazioni, facciamo un rapidissimo aggiornamento sulle somministrazioni in Italia. Finora, con le difficoltà che conosciamo, è stato vaccinato circa il 13 per cento della popolazione con almeno una dose di vaccino, mentre i pienamente vaccinati sono poco meno del 6 per cento. In tutto sono stati somministrati 11,3 milioni di dosi di vaccino, su un totale di oltre 14 milioni di dosi consegnate.

Nel fine settimana lungo di Pasqua c’è stato un sensibile calo nel ritmo di vaccinazioni. Lunedì, il giorno di Pasquetta, sono state somministrate circa 160mila dosi, a fronte delle quasi 236mila del lunedì precedente.
 

Colori
Oggi sono cambiate le aree di attribuzione del rischio (i colori) di diverse Regioni. Veneto, Marche e Provincia autonoma di Trento sono passate da area rossa ad arancione, mentre Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Toscana e Valle d’Aosta rimangono area rossa per almeno altri 15 giorni. Sono inoltre rimaste in area arancione Sicilia, Sardegna, Liguria, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e Provincia autonoma di Bolzano. 

Continuano a non esserci aree gialle e bianche, insomma. È stato inoltre deciso che da domani riaprano le scuole fino alla prima media nelle aree rosse.

Siete sicuramente ormai tutti preparati, ma qui trovate un ripasso veloce delle regole sull’area rossa, e qui sull’area arancione

L’insicurezza degli oggetti – Chiara Alessi

«Ci siamo preoccupati di poche cose di cui ci saremmo dovuti preoccupare durante questa pandemia, ma secondo me la cosa di cui proprio ci siamo preoccupati di meno è del nostro rapporto privato o simbolico con le cose, proprio quando qualcuno pubblicamente ci diceva che tipo di rapporto dovessimo avere: essenziale, di prima necessità, di comprovata esigenza, rosso, arancione, acquistabile o meno.

A un certo punto, ci siamo ritrovati in questa situazione che era nuova per quasi tutti noi: alcune merci si potevano prendere; altre no. Ci hanno detto che le librerie e i fiorai potevano rimanere aperti, per esempio, e i negozi di abbigliamento per adulti, di dischi e di casalinghi no. Qualcuno ha imposto per noi un limite quantitativo massimo alle cose che potevamo comprarci e uno qualitativo, come se i soldi spesi in certe cose che ci dicevano loro, mettiamo i libri, fossero soldi meglio spesi, o più ragionevolmente spesi, o più legittimamente spesi di quelli per un vaso o per un disco.»

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Trattato
La scorsa settimana, oltre 20 capi di stato e di governo e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno dato il loro sostegno a un nuovo ambizioso progetto che dovrebbe portare alla creazione di un trattato internazionale per gestire le grandi emergenze sanitarie globali. L’idea non è completamente nuova, ma dopo un anno di pandemia potrebbero esserci infine gli incentivi giusti per renderla condivisa da buona parte dei governi.

Il nuovo trattato dovrebbe concentrarsi su cinque approcci per affrontare future emergenze sanitarie:
• identificazione precoce e prevenzione delle pandemie;
• gestione delle future pandemie;
• risposta a ogni nuova pandemia, assicurando in particolare un accesso universale ed equo a farmaci, sistemi di diagnostica e vaccini;
• un quadro di regole più strutturato che renda più efficace il lavoro dell’OMS nel gestire i problemi sanitari globali;
• un approccio “Salute unica” (“One Health”), per occuparsi congiuntamente della salute tra gli esseri umani, gli animali e in generale il pianeta.

Come hanno fatto
Fino a gennaio del 2021 la situazione del Regno Unito sembrava essere piuttosto grave. Domenica 3 gennaio nel paese erano stati registrati oltre 50mila nuovi contagi per il sesto giorno consecutivo, mentre abbondavano le preoccupazioni per la variante del coronavirus individuata proprio da quelle parti e giudicata più contagiosa. Oggi le cose sono assai migliorate e diversi esperti ritengono che il miglioramento sia attribuibile all’alto numero di individui vaccinati, reso possibile da una campagna vaccinale senza sosta e una delle più efficaci organizzate finora in Occidente.

A fine marzo, il Regno Unito aveva somministrato in tutto 31 milioni di dosi di vaccino: un numero enorme, considerato che nei 27 paesi dell’Unione Europea ne sono state somministrate circa 60 milioni. Sia in Inghilterra sia in Scozia ha già ricevuto la prima dose più dell’80 per cento delle persone con più di 50 anni, con punte superiori al 95 per cento delle persone che hanno più di 60 anni. L’approccio del governo britannico, che ha comportato prendersi qualche rischio in più nella fase iniziale della campagna vaccinale puntando moltissimo su uno specifico vaccino, quello di AstraZeneca, e sul ritardare la seconda dose, per ora sembra abbia pagato.

Test
Restando nel Regno Unito: dal prossimo venerdì (9 aprile) tutti gli abitanti dell’Inghilterra avranno diritto a svolgere due test rapidi gratuiti a settimana per individuare un’eventuale positività al coronavirus. 

Morso
In India c’è il più grande produttore al mondo di vaccini. Il Serum Institute ha sede a Pune, una città a circa 140 chilometri da Mumbai, nell’India occidentale, ed esiste dal 1966. Oggi produce più di 1,5 miliardi di dosi di vaccino all’anno – senza contare quelli che sta producendo contro il coronavirus – come quelli per morbillo, tetano, difterite, epatite e molte altre malattie. La società è inoltre specializzata nel realizzare versioni generiche, che costano meno dei farmaci originali, esportandole in 170 paesi. Collabora con l’OMS e con l’UNICEF ai programmi di vaccinazione globali e si stima che due terzi dei bambini di tutto il mondo siano vaccinati con i suoi prodotti. È cominciato tutto da un morso di serpente.

Olimpiadi
La Corea del Nord non parteciperà alle Olimpiadi di quest’estate a Tokyo, in Giappone, a causa della pandemia da coronavirus. La decisione risale al 25 marzo, ma è stata annunciata solo il 5 aprile sul sito governativo Sports in the DPR Korea, dove si sostiene che la decisione di non partecipare alle Olimpiadi sia stata presa «per proteggere gli atleti dalla crisi sanitaria mondiale causata dalla COVID-19». 


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