BUON SABATO

Buona Giornata con la rubrica: “I FILM PIU’ BELLI E FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA”

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA 1984

Drammatico. La New York degli anni Venti fa da scenario alle gesta di una piccola banda di ragazzini capeggiata da Max e Noodles. Entrambi ebrei, vivono per la strada tra scippi, piccoli furti, ricatti ai poliziotti di quartiere. Passano gli anni, arriva il Proibizionismo e una nuova opportunità di fare soldi in modo più facile. Non sono più i teppistelli di una volta, ora sono uomini disposti a tutto pur di trovare un loro posto al sole. La via è costellata di morte, sangue, ricatti, amori violati, tradimenti, amicizie infrante ed esili volontari. Le colpe però hanno sempre un prezzo da pagare e i debiti si pagano anche se a distanza di tempo. Anche quando tutto sembra ormai solo un ricordo annebbiato e rimane, forse, solo il rimpianto.

RECENSIONE: L’età può invecchiarci e l’unica cosa che ci resta è qualche ricordo, qualche sogno nel sogno. Senza saper distinguere gli uni dagli altri. C’era una volta (e ci sarà sempre) il capolavoro di Sergio Leone.

E’ limitativo e fuorviante definire C’era una volta in America come il miglior gangster-movie in assoluto, come pur si è detto. Il canto del cigno di Sergio Leone non è un’epopea simbolica, “illegale” e idealizzante sulla volontà di riscatto e sul senso di appartenenza ad una comunità (quella degli ebrei d’America in questo caso), allo stesso modo ad esempio de la saga de Il padrino. E non siamo d’accordo con chi in passato criticò il film pretestuosamente a causa dell’eccessiva violenza in esso contenuta, senza afferrare la portata esasperata ed estetizzante (nonché decadente) dell’intero discorso.

C’era una volta e ora non c’è più, o forse non c’è mai stato: questi sembrerebbero essere i significati più profondi (e banali) del messaggio nostalgico lanciato da Leone col suo approccio conclusivo (e concludente) al sogno americano. Un pensiero definitivo, che viene ulteriormente ampliato grazie anche ad uno dei più struggenti temi musicali della storia del cinema, a firma del compagno di sempre Ennio Morricone. Un tema riproposto continuamente in varie vesti (dall’orchestra, dall’armonica di “Cockeye” e dalla jazz band), come a divaricare ed a contestualizzare, allo stesso tempo, lo scorrere del film. In C’era una volta in America, infatti, i salti temporali che Leone pone tra gli eventi narrati, sono molto più importanti di quella che, superficialmente, può essere intesa come l’ascesa che Noodles e i suoi compari compiono nell’arco che separa l’infanzia dalla vecchiaia (in virtù di una sceneggiatura tratta dall’autobiografia romanzata del gangster Harry Grey). Perché l’insieme di flashback e di tempo presente garantisce, strano a dirsi, una ferratissima continuità del film.

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