COSE DA SAPERE SUL CORONAVIRUS

A metà settembre, pochi giorni prima del nostro ritorno dalla pausa estiva (escludiamo correlazioni), in Senato era stato organizzato un incontro molto discusso per promuovere le “cure domiciliari precoci” contro la COVID-19 alternative ai protocolli finora diffusi dal ministero della Salute. Esperti e scienziati avevano criticato duramente il convegno, che aveva contribuito a legittimare idee e posizioni che circolano molto nei gruppi “no vax”, secondo le quali queste terapie sarebbero la vera soluzione alla malattia causata dal coronavirus, e non i vaccini.

Oltre a non avere nessun riscontro scientifico, mettere sullo stesso piano queste presunte cure precoci e i vaccini è in un certo senso paradossale. Suggerisce che farmaci già esistenti e destinati ad altre terapie siano migliori dei vaccini appositamente sviluppati, testati e controllati contro il coronavirus e ormai impiegati su miliardi di persone con rarissimi casi di effetti avversi. 

I dati finora raccolti mostrano che i vaccini consentono di prevenire la COVID-19 e stanno contribuendo a ridurre il tasso di ricoveri e decessi in ospedale. Sulle cure precoci fuori dai protocolli, ammesso che siano veramente “cure”, non ci sono dati affidabili e solo conferme sul fatto che riguardino spesso individui che avrebbero potuto evitare molti rischi vaccinandosi.

All’incontro in Senato, avevano partecipato tra gli altri alcuni esponenti del “Movimento Ippocrate”, del quale fanno parte medici, operatori sanitari, ricercatori e altri che si autodefiniscono esperti. Sostengono che la COVID-19 debba essere trattata da subito con farmaci come l’idrossiclorochina, l’ivermectina e con il cortisone, in realtà ancora in fase di sperimentazione e che finora non hanno dato i risultati sperati, mostrando di portare spesso più danni che benefici.

Chi sostiene questi protocolli alternativi accusa le istituzioni sanitarie di non avere fornito indicazioni chiare ai medici di famiglia, che non hanno quindi conoscenze e strumenti per trattare i casi di COVID-19 tra i loro pazienti non ricoverati. Dicono che le indicazioni comprendono solamente il ricorso a farmaci per ridurre la febbre (come il paracetamolo), e la raccomandazione di attendere per valutare l’evoluzione della malattia. In realtà, già a fine aprile il ministero della Salute aveva diffuso una circolare di una trentina di pagine nella quale sono dettagliate indicazioni e istruzioni sui protocolli da seguire, con informazioni di contesto sui farmaci sperimentati e sui risultati ottenuti finora.

I sostenitori delle “cure domiciliari precoci” dicono che si debbano somministrare da subito farmaci, nonostante i dati raccolti in un anno e mezzo di pandemia dimostrino che nell’85 per cento dei casi un’infezione da coronavirus non causi sintomi o ne comporti di estremamente lievi, che passano naturalmente senza la necessità di dovere assumere farmaci. Tra i medicinali per questi presunti trattamenti precoci ci sono i cortisonici, il cui impiego preventivo è in realtà altamente sconsigliato perché riducono la risposta immunitaria, con il rischio di rendere più facile la vita al coronavirus nella fase iniziale dell’infezione.

Sui siti e i gruppi social dei “no vax” sono diventati sempre più ricorrenti i riferimenti a queste presunte terapie preventive, che dovrebbero essere la soluzione alla COVID-19 al posto dei vaccini. Ricevono un certo seguito perché vengono promosse anche da medici (raramente specializzati in immunologia o virologia), che contribuiscono a dare loro un’aura di legittimità e coerenza scientifica, nonostante non siano basate su chiare evidenze. 

L’interesse è inoltre dovuto a uno dei classici meccanismi delle teorie del complotto: quello per cui le istituzioni e le autorità sanitarie non dicono tutta la verità per coprire altri interessi. In questa narrazione, chi propone di trattare la COVID-19 fuori dai protocolli si presenta come l’esperto controcorrente osteggiato dal potere costituito o dalle grandi aziende farmaceutiche; società che comunque producono anche i farmaci che vengono consigliati per le cure precoci.
Una vera terapia
Sul fronte dei farmaci realizzati espressamente per trattare la COVID-19 qualcosa comunque si sta muovendo, e con risultati molto promettenti. Alla fine della scorsa settimana l’azienda farmaceutica statunitense Merck (MSD al di fuori di Stati Uniti e Canada) ha annunciato di essere pronta per richiedere l’autorizzazione di emergenza alle autorità sanitarie per il suo molnupiravir, un farmaco antivirale che dimezza il rischio di ricovero e decesso a causa della malattia, quando somministrati a soggetti ad alto rischio nelle prime fasi dell’infezione virale. C’è grande interesse verso questo nuovo farmaco, che potrebbe contribuire a salvare migliaia di vite, specialmente nelle fasce della popolazione più a rischio e non vaccinate.

Il molnupiravir ha la capacità di interferire con i processi che i virus sfruttano per replicarsi all’interno delle cellule. Uno degli obiettivi è un particolare enzima (polimerasi) coinvolto nella trascrizione del materiale genetico virale, cioè le istruzioni che servono alla cellula per produrre le nuove copie del virus. Il farmaco fa sì che la polimerasi trascriva nel modo sbagliato le istruzioni, rendendo impossibile la replicazione del virus. Un antivirale di questo tipo ha di solito maggiori possibilità di successo e funziona su diversi tipi di virus, appartenenti alla stessa famiglia.

Il governo degli Stati Uniti ha ordinato 1,7 milioni di trattamenti, al prezzo di 700 dollari per ogni paziente. Il costo non è indifferente, ma è comunque tre volte inferiore rispetto ai trattamenti con anticorpi monoclonali. La soluzione più economica ed efficace per prevenire gli effetti del coronavirus resta comunque il vaccino, per chi può riceverlo.
A che punto siamo
Nell’ultima settimana i morti per COVID-19 segnalati sono stati 287, il 24,9 per cento in meno rispetto ai sette giorni precedenti. Come si vede nel grafico qui sotto, la riduzione è stata piuttosto rilevante rispetto all’andamento delle ultime settimane: è l’ennesima conferma dei problemi di aggiornamento che si erano verificati già in passato a causa di errori e ritardi nella trasmissione dei dati da parte delle regioni e ci ricorda che i dati nel breve periodo devono essere considerati con qualche cautela.

Uno studio dell’Istituto superiore di sanità (ISS) ha esaminato i dati di più di 29 milioni di persone che avevano ricevuto almeno una dose di vaccino. A sette mesi dalla seconda dose, nella popolazione generale non si osserva una riduzione significativa della protezione dall’infezione, sintomatica o asintomatica. L’efficacia è elevata anche contro le forme gravi della COVID-19 e la morte. La riduzione della protezione a sette mesi di distanza dalla seconda dose è stata notata in alcuni gruppi specifici come le persone immunodepresse o quelle con altri problemi di salute: per molte di queste è prevista una terza dose del vaccino.

Da oltre un mese la Sicilia è in area gialla, con misure restrittive piuttosto blande, ma da sabato dovrebbe tornare in area bianca come tutte le altre regioni italiane. La decisione del ministero della Salute, che sarà presa in seguito alle indicazioni della cabina di regia, è stata anticipata dal ministro Roberto Speranza all’assessore regionale alla Sanità della Sicilia, Ruggero Razza. «Il ministro mi ha garantito che per la Sicilia varrà il decreto legge che permetterà di tornare “bianchi” già a partire da questo fine settimana», ha detto Razza. «Abbiamo affrontato la zona gialla in maniera adeguata. Tutto quello che si doveva fare è stato fatto».

Mascherine a scuola
In circa un anno, la struttura commissariale per l’emergenza coronavirus ha distribuito quasi 1,8 miliardi di mascherine alle scuole, dalle elementari alle superiori, da distribuire tra il personale scolastico e gli studenti. Il problema è che vengono usate pochissimo, perché sono poco pratiche da indossare e scomode da tenere per molte ore durante le lezioni. Ce lo ha confermato anche Rossella Landi dell’Associazione nazionale presidi: «Sull’efficacia non mi posso esprimere perché non sono un tecnico. In merito al modello, invece, posso dire che sono abbastanza scomode: non sono sorrette dai lacci dietro alle orecchie, come la maggior parte delle tipologie in commercio, ma hanno due bande elastiche che costringono a infilare la mascherina dalla testa e a lasciarla penzolare al collo quando la si vuole abbassare. La mia scuola ha 1.700 studenti e al massimo ne distribuiremo trenta al giorno. Il resto si accumula in magazzino».

Negli ultimi mesi i dirigenti non hanno ricevuto nessuna indicazione su come gestire l’eccedenza di tutti questi dispositivi di protezione che potrebbero essere donati o utilizzati in altri settori della pubblica amministrazione. 

Geloni
Nel corso del 2020 diversi medici avevano segnalato di avere riscontrato infiammazioni alle dita simili ai geloni tra i loro pazienti malati di COVID-19. La condizione era diffusa soprattutto tra i bambini e gli adolescenti, mentre era osservata con minore frequenza tra gli adulti. Per alcuni pazienti era sostanzialmente indolore, mentre per altri causava forte prurito, gonfiore e la formazione di piccole vesciche. Erano stati inoltre segnalati casi più gravi, di persone che non erano riuscite a camminare per diversi giorni a causa del gonfiore ai piedi.

Una ricerca da poco pubblicata offre qualche nuovo elemento per spiegare questi “geloni da COVID-19”, con conferme sulle ipotesi circa un’anomala risposta immunitaria, indotta dalla necessità di contrastare l’infezione da coronavirus. Tramite esami del sangue e altri test su 50 pazienti con sintomi che facevano sospettare la presenza della condizione, messi a confronto con 13 individui che avevano sviluppato geloni prima dell’inizio della pandemia, sono stati isolati due meccanismi del sistema immunitario che sembrano essere coinvolti nel fenomeno.

Uno riguarda gli interferoni di tipo I, proteine che hanno un ruolo nel regolare l’attività del sistema immunitario, l’altro un anticorpo che nel reagire all’infezione virale attacca anche i tessuti cellulari non coinvolti nell’infezione, causando ulteriori danni. L’infiammazione interessa anche l’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni, come era già stato evidenziato da altre ricerche che avevano analizzato la risposta fuori misura che talvolta il sistema immunitario può avere quando è in corso un’infezione da coronavirus.
Viaggiare informati
Grazie al miglioramento della situazione epidemica, diversi paesi hanno iniziato a rivedere le regole sui viaggi all’estero. Vediamo due esempi, che aiutano anche a farsi un’idea di come stiano cambiando le cose legate alla pandemia in alcune parti del mondo.

Dall’inizio di questa settimana sono state ridotte alcune restrizioni per chi entra nel Regno Unito. In particolare, le persone completamente vaccinate contro il coronavirus e provenienti da paesi che non fanno parte della cosiddetta “lista rossa” (tra cui l’Italia) non dovranno più presentare il risultato di un test effettuato almeno tre giorni prima della partenza. Inoltre, queste stesse persone dalla fine di ottobre non dovranno più effettuare un tampone molecolare al loro arrivo nel Regno Unito, ma basterà un test rapido. (Dal primo ottobre serve inoltre il passaporto per entrare nel Regno Unito.)

Dopo mesi di durissime restrizioni, l’Australia ha annunciato che consentirà ai propri cittadini di viaggiare all’estero e che aumenterà il numero di persone che possono entrare nel paese, pur mantenendo ampie cautele e riservando la possibilità di viaggiare soltanto ai cittadini e ai detentori di un permesso di soggiorno permanente.

Obbligo
In Canada, invece, è stato introdotto l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori pubblici e per chi viaggia in treno, aereo o in nave e ha più di 12 anni. Sarà in vigore a partire dalla fine di ottobre ed è una delle politiche vaccinali più restrittive al mondo. Il governo ha detto che le nuove regole verranno riconfermate ogni sei mesi fino a quando non saranno più necessarie.

Portogallo
Con oltre 15 milioni di dosi di vaccino somministrate e poco più di 10 milioni di abitanti, il Portogallo ha quasi finito la popolazione da vaccinare. Da venerdì primo ottobre in tutto il paese sono state allentate le misure di sicurezza che erano state introdotte per contenere la diffusione dei contagi, ma secondo le autorità sanitarie è ancora presto per abbassare la guardia, nonostante l’ottimo risultato.
 
Aria
Una nuova ricerca preliminare realizzata in alcuni reparti ospedalieri per malati di COVID-19 ha dimostrato come un particolare tipo di filtri (HEPA) sia piuttosto efficace nel ridurre la circolazione del coronavirus nell’aria. Lo studio – che deve essere preso con qualche cautela in attesa di una sua revisione – conferma quanto avevano rilevato altri ricercatori nei mesi scorsi, che avevano però svolto le loro analisi in un ambiente controllato e non in condizioni realistiche, come le stanze e le corsie di un ospedale.

I ricercatori hanno installato i filtri in un reparto e in una terapia intensiva dedicati ai malati di COVID-19: hanno raccolto campioni dell’aria per una settimana mentre i filtri erano attivi, e per altre due settimane quando i sistemi di filtraggio erano stati spenti.

Nel reparto normale la presenza del coronavirus nell’aria è stata rilevata solo quando il filtro era spento, mentre era pressoché assente nella settimana in cui era rimasto acceso. Nel reparto di terapia intensiva le cose sono andate un po’ diversamente: le particelle virali del coronavirus non erano molto presenti né nella settimana con il filtro acceso né nelle successive due settimane con il filtro spento. I ricercatori ipotizzano che la minore circolazione del coronavirus in terapia intensiva sia dovuta al fatto che i pazienti arrivino in quel reparto a diversi giorni dalla manifestazione dei primi sintomi, quindi in una fase in cui sono meno contagiosi.

I filtri HEPA potrebbero contribuire a ridurre il rischio di contagio negli ambienti al chiuso, soprattutto nei casi in cui non sia possibile cambiare l’aria aprendo porte e finestre.

Noi ci sentiamo come sempre giovedì prossimo, confidando di non finire nei filtri della posta indesiderata. Ciao!

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