Molti paesi europei, compresa l’Italia, sono alle prese con un marcato aumento dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva, uno dei principali indicatori per farsi un’idea sull’andamento della pandemia. Da giorni si parla di “quarta ondata” evocando scenari che avevamo visto nella scorsa stagione fredda, ma interpretare i nuovi dati non è sempre semplice perché nell’ultimo anno sono cambiate molte cose e l’epidemia è diventata qualcosa di diverso.

Prima di tutto, rispetto a un anno fa ci sono i vaccini, che offrono un’alta protezione contro le forme gravi della COVID-19 e riducono quindi il rischio di ricovero in ospedale. Al tempo stesso, ci sono varianti più contagiose del coronavirus rispetto a un anno fa e ci sono anche minori limitazioni (anche se queste cambiano sensibilmente da paese a paese). 

Insomma, da una parte i vaccini riducono i rischi, dall’altra ci sono rischi più alti legati alle varianti e ai comportamenti. Fare un bilancio per stabilire quanto sia pericolosa la situazione attuale è complicato anche per questo motivo.

Nell’ultimo mese in Italia i contagi sono aumentati a ritmo sostenuto, intorno al 40 per cento, abbiamo superato l’incidenza settimanale di 95 casi ogni 100mila abitanti e sono tornati a crescere diversi altri indicatori. Un anno fa condizioni simili erano allarmanti, oggi possiamo dire che sono meno preoccupanti, ma non da sottovalutare. E buona parte del merito va ai vaccini e a quel 77 per cento della popolazione che ha deciso di vaccinarsi finora.

Uno studio pubblicato questa settimana dall’Istituto superiore di sanità (ISS), insieme a ministero della Salute e Fondazione Bruno Kessler, ha calcolato che tra l’inizio della campagna vaccinale a fine 2020 e il 30 giugno 2021 i vaccini hanno evitato 12.100 morti (con un intervallo di confidenza ampio, tra 6.600 e 21mila, segno di quanto sia difficile fare stime di questo tipo. Nello stesso periodo i decessi per COVID-19 in Italia sono stati 56mila. Occorre ricordare che a inizio campagna vaccinale le dosi disponibili erano poche, e che si era iniziato a somministrarle a terza ondata ancora in corso.  La ricerca, come studi simili condotti in altri paesi, ha inoltre rilevato un ruolo molto importante dei vaccini nel compensare gli effetti negativi della variante delta, che in Europa si è affermata nei mesi estivi dimostrandosi altamente contagiosa. 

I vaccini hanno inoltre avuto un effetto importante nel ridurre i ricoveri nelle terapie intensive. Il grafico che vedete qui sotto mostra in blu il numero di persone ricoverate da agosto 2020 fino alla fine di quell’anno, e in giallo i ricoverati nello stesso periodo di quest’anno (mancano quindi ancora le ultime settimane del 2021). Quello dei ricoveri è un dato che va preso con cautela – ha infatti qualche limite legato alla diversa gestione dell’epidemia –, ma ha una sua grande rilevanza, anche considerando il fatto che senza vaccini, e con la diffusione della variante delta, avrebbe potuto essere molto più alto di quanto non sia oggi.
I vaccini stanno quindi facendo un buon lavoro nel compensare i rischi di cui parlavamo prima, legati a una ripresa di attività e abitudini che avevamo sospeso nelle altre ondate. È per esempio permesso muoversi da una regione all’altra, andare sui mezzi pubblici senza limiti di capienza, assistere alle partite allo stadio, andare al cinema e a teatro, e tra le altre cose molte persone sono tornate a lavorare in ufficio. Gli stessi casi settimanali di un anno fa, con una più ampia libertà di spostarsi e condurre una vita sociale normale, oggi causano molte meno conseguenze e morti nei paesi in cui la campagna vaccinale è più estesa.

È comunque ancora presto per fare previsioni su come potrà evolvere questa nuova ondata, considerato che abbiamo davanti mesi in cui trascorreremo molto più tempo al chiuso, dove i rischi di contagio sono più alti. Secondo alcune analisi per stare più tranquilli si dovrebbe raggiungere il 90-95 per cento di completamente vaccinati, una soglia molto alta e che difficilmente potrà essere raggiunta. Le difficoltà potrebbero non mancare, come dimostra il caso forse finora più allarmante tra i grandi paesi europei. Germania
Mercoledì in Germania è stato infatti registrato il più alto numero di casi positivi giornalieri da coronavirus dall’inizio della pandemia, segno di un marcato peggioramento dalla situazione nel paese. Oltre 65mila persone sono risultate positive al coronavirus, ma secondo le stesse autorità sanitarie tedesche le stime sono in difetto e i casi potrebbero essere il doppio, se non il triplo. I morti sono stati 264. 

Gli ospedali iniziano a essere sotto forte stress, nonostante la Germania sia uno dei paesi europei con il numero più alto di posti letto in terapia intensiva rispetto alla popolazione. Nell’ultima settimana l’incidenza giornaliera di casi positivi ogni 100mila abitanti in Germania è stata di 337; in Italia nello stesso periodo l’incidenza è stata di 95 casi giornalieri ogni 100mila abitanti.

L’aumento dei casi è dovuto all’arrivo della stagione fredda, che rende più frequente la permanenza per lungo tempo negli ambienti chiusi dove i rischi di contagio sono più alti, a un minore impiego delle mascherine e soprattutto al tasso di vaccinati relativamente basso se confrontato con gli altri grandi paesi europei. In Germania i completamente vaccinati sono il 67,8 per cento della popolazione, contro il 77 per cento dell’Italia e il 79 per cento della Spagna.

Europa
• In Repubblica Ceca da lunedì 22 novembre le persone che non sono vaccinate contro il coronavirus non potranno partecipare ad eventi pubblici e accedere ad alcuni locali pubblici. Il governo ha deciso di non ritenere più il tampone sufficiente per ottenere il Green Pass.
• Da lunedì 15 novembre in Austria è in vigore una sorta di lockdown parziale rivolto alle persone che non si sono vaccinate contro il coronavirus. Le persone con più di 12 anni che hanno scelto di non vaccinarsi pur potendolo fare possono uscire di casa solo per motivi di assoluta necessità, come andare al lavoro o fare la spesa.
• Sabato 13 novembre i Paesi Bassi sono stati il primo paese europeo a introdurre nuovamente, dopo l’estate, una forma di lockdown, che durerà almeno tre settimane: le restrizioni riguarderanno principalmente i negozi, gli eventi sportivi, la ristorazione e i ritrovi.

Insomma, stanno tornando varie limitazioni in Europa. La settimana
Torniamo rapidamente in Italia. Dall’11 al 17 novembre nel nostro paese sono stati rilevati 56.376 nuovi casi di coronavirus, il 29,3 per cento in più rispetto ai sette giorni precedenti. Sono aumentati anche i morti: nell’ultima settimana ne sono stati segnalati 414, il 26,6 per cento in più rispetto ai sette giorni precedenti. L’incidenza settimanale di decessi più alta è stata in Valle d’Aosta, dove ci sono stati 2,4 morti ogni 100mila abitanti, in Friuli Venezia Giulia e nella provincia autonoma di Bolzano, con 2,1 decessi ogni 100mila abitanti. L’unica regione in cui non ci sono stati morti è la Basilicata.

Viaggiare informati
Sempre in Italia sono state introdotte alcune nuove regole per il settore dei trasporti. Tra le varie cose, l’ordinanza prevede che per l’accesso ai mezzi pubblici a lunga percorrenza, come treni e bus, per cui è obbligatorio il possesso del Green Pass, il controllo del certificato sia fatto preferibilmente prima della salita a bordo. Per quanto riguarda i soli treni, l’ordinanza prevede che in caso di presenza di passeggeri con sintomi riconducibili alla COVID-19, le autorità sanitarie e la polizia ferroviaria possano decidere, valutate le condizioni, di fermare il treno per procedere a interventi d’urgenza.

Lockdown
Lockdown è una delle parole che abbiamo utilizzato di più dall’inizio della pandemia, spesso per intendere cose molto diverse tra loro. 

La parola “lockdown” deriva dall’inglese e letteralmente significa “confinamento”/“blocco”.

Prima della pandemia veniva utilizzata di frequente negli Stati Uniti per definire situazioni di emergenza, nelle quali le persone non possono né uscire né entrare in un edificio o un luogo specifico. Un lockdown viene per esempio deciso tempestivamente da una scuola quando è in corso una sparatoria nei suoi edifici, in modo da proteggere gli studenti chiusi nelle classi.

In Italia nelle prime settimane del 2020 si era parlato spesso di “chiusure” riferite alle limitazioni molto rigide imposte nella città di Wuhan, dove si era verificata la prima epidemia da coronavirus. Nei mesi seguenti la parola lockdown era diventata sempre più ricorrente sulla stampa estera in lingua inglese ed era diventato infine molto diffuso anche in Italia in concomitanza con l’introduzione delle misure di confinamento tra marzo e inizio maggio 2020. 

Da allora ci si è riferiti a quel periodo come al “primo lockdown”, ma il termine è stato via via utilizzato per descrivere l’introduzione di successive limitazioni, meno rigide e modulate come nell’autunno-inverno tra 2020 e 2021. La stessa cosa è avvenuta in molte altre parti del mondo, dove la parola ha assunto significati diversi e sfumati. Generico
L’azienda farmaceutica statunitense Pfizer ha annunciato che il Paxlovid, il suo nuovo trattamento contro la COVID-19, potrà essere distribuito come farmaco generico, quindi a costi molto bassi, in 95 paesi economicamente meno avanzati nei quali vive complessivamente più della metà della popolazione mondiale. Un annuncio simile aveva interessato il farmaco dell’azienda farmaceutica Merck (Merck Sharp Dome, MSD) a fine ottobre.




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L’influenza quest’anno è una grande incognita.





Cinema
Fino a qualche anno fa, pagare i grandi attori di Hollywood era facile. Visto che di soldi ne giravano comunque tanti, se ne davano molti in anticipo, come compenso per recitare in un film e per la partecipazione a tutte le attività collaterali di promozione, e molti altri dopo, in rapporto a quanto quel film incassava nel mondo. Ora, però, le cose stanno cambiando: la pandemia ha ridotto e talvolta perfino annullato gli incassi e lo streaming funziona con logiche commerciali diverse, legate agli abbonamenti.

Quello attuale è quindi un periodo di transizione, iniziato prima della pandemia e che ha avuto rapide evoluzioni negli ultimi due anni, tra un vecchio sistema ormai spesso impraticabile e un nuovo assetto ancora non ben definito. 

Oltre ai grandi attori e ai loro contratti milionari ci sono effetti per tutti gli altri lavoratori del cinema e della serialità televisiva. Sono i membri di tutte le troupe, che a Hollywood sono noti come i lavoratori below-the-line perché nel fare il budget per un film sono considerati un costo diverso, separato da una specifica linea, da quello relativo a regia, recitazione e sceneggiatura. 

Per loro la pandemia ha esacerbato problemi che già c’erano. Al punto che a ottobre lo IATSE, il sindacato statunitense che rappresenta 150mila di loro, è andato vicinissimo al suo primo sciopero generale e nazionale in 128 anni. Uno sciopero che poi è stato evitato grazie a diverse concessioni fatte nel nuovo contratto di alcune decine di migliaia di lavoratori, ma che ha tuttavia reso evidente come, nonostante la grande ascesa dei servizi di streaming, molti di loro siano parecchio insoddisfatti.

Noi invece siamo parecchio soddisfatti delle cose carine che ci scrivete, dei consigli e delle vostre scelte di abbonarvi, per dare una mano a fare il Post, anche per tutte le altre persone che lo leggono. Vi lasciamo con un pezzo da museo, ma torniamo puntuali giovedì prossimo. Ciao!


Una mano.

La possibilità di produrre e distribuire i due medicinali senza particolari limiti legati ai brevetti potrebbe contribuire sensibilmente a ridurre i casi gravi e i decessi da COVID-19, ma in seguito all’annuncio di Pfizer sono stati sollevati dubbi sui paesi scelti.

Dalla lista dei 95 paesi poveri mancano per esempio il Brasile, uno dei paesi con il più alto numero di decessi da COVID-19 dall’inizio della pandemia, e altri stati che nell’ultimo anno e mezzo hanno avuto serie difficoltà come Libia, Iraq e Cuba.

Influenza
Siamo all’inizio della stagione influenzale e, come lo scorso anno, medici e istituzioni sanitarie consigliano di vaccinarsi per ridurre il rischio di contrarre una malattia che tendiamo spesso a sottovalutare. In realtà, le sindromi influenzali sono tra le principali cause di morte in tutto il mondo.

A seconda degli anni e dei virus influenzali in circolazione, in Europa l’influenza causa tra i 4 e i 50 milioni di casi con sintomi, e si stima che porti alla morte di 15mila-70mila individui. La malattia comporta con maggiore frequenza sintomi gravi tra i bambini, gli anziani e le persone con altri problemi di salute: migliaia di individui vengono ricoverati ogni anno per influenza e molti di loro non riescono a sopravvivere all’infezione, a causa delle complicazioni che possono subentrare.

I vaccini antinfluenzali sono un importante strumento per ridurre i rischi, ma la protezione che offrono varia moltissimo a seconda degli anni, perché i virus influenzali hanno la capacità di mutare molto velocemente e non è sempre facile prevedere quali saranno le varianti che circoleranno di più nella popolazione in ogni stagione influenzale.

Come in molti altri paesi, in Italia la vaccinazione contro l’influenza è raccomandata alla maggior parte della popolazione, ed è completamente gratuita per le persone con più di 65 anni. La soglia è stata ridotta per comprendere anche la fascia di età 60-64 anni. L’influenza quest’anno è una grande incognita.

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