A. Guerriero – P. Miggiano, Istanze Poetiche, Fottutissimi pensatori in liberi versi, Prefazione di Vincenza Alfano, Tricase (LE), Terra Somnia Editore, 2020, pp. 103.

PRESENTAZIONE DI ALFONSO CAPRIO

Alessia Guerriero e Paolo Miggiano ci propongono con queste Istanze Poetiche, edite da Terra Somnia Editore, un libro di componimenti poetici, con il sottotitolo di Fottutissimi pensatori in liberi versi, evidentemente pensando erroneamente che queste liriche non abbiano il diritto di chiamarsi poesie? Fin dal titolo ci suggeriscono che sono delle Istanze, per il vocabolario Devoto Oli la parola «istanza», indica la richiesta specifica fatta pervenire ad una pubblica autorità, amministrativa o giurisdizionale, allo scopo di provocare il suo intervento o il suo interessamento nei limiti e nei modi prescritti dalla legge. Le loro «istanze poetiche», quindi, si potrebbero pensare rivolte all’autorità dei critici letterari, affinché decretino se questi loro componimenti siano poesie o semplici pensieri.

Vincenza Alfano nella sua Prefazione scrivendo che: «Sono versi sciolti, parole che corrono libere a catturare emozioni, frammenti di vita, delusioni, sogni, speranze. Parole che si incrociano senza eccessive ambizioni. Rifiutano il nome di poesia, scelgono di essere istanze, pensieri che assumono forma poetica nel ricercare suoni a assonanze, restando in bilico tra la prosa e la lirica» (p. 9), sembra suggerire, che non ci troviamo davanti a componimenti poetici. La parola “istanze”, però, è seguita dall’aggettivo “poetiche”, quindi l’intento degli autori è fare poesia. La stessa Alessia Guerriero nel componimento Poesia breve per una breve resistenza, scrive: «Dove sei andato poeta? / Non vedo altra parola che la tua» (p. 70); in un altro intitolato Mi manca un poeta, scrive: «Mi manca un poeta / al quale aprire il mio cuore fatto di parole. / Mi manca un poeta / col suo silenzio da ascoltare / … Mi manca un poeta / al quale spiegare com’è nata la mia parola figlia. / Mi manca un poeta / che fosse un detenuto anche / della sua follia fatta poesia» (p. 76), sembra indicare al lettore una via che non sia quella della lirica.

La poesia del Novecento ha rotto gli schemi poetici che i letterati erano tenuti a seguire nei secoli precedenti, quando un poeta come Giuseppe Ungaretti scrive nel 1917: Mattinata / M’illumino / d’immenso; quando Sandro Penna nel 1939 scrive: Il mare è tutto azzurro. / Il mare è tutto calmo. / Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo; oppure quando Pier Paolo Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci, hanno indicato, alle nuove generazioni di poeti, una strada diversa nello scrivere poesie. I poeti odierni non seguono più le regole della retorica e della metrica utilizzata dai poeti del passato. Mi rendo conto che, nel nostro immaginario collettivo, siamo ancora legati agli schemi della poesia tradizionale, che si studia a scuola, dove si insegnano ancora per la maggior parte componimenti di poeti del passato, i sonetti danteschi (composti di due quartine e due terzine), le canzoni petrarchesche, composte di strofe, divise in fronte, chiave e sirima; i versi con le rime alternate (ABAB), con le rime baciate (AABB), con le rime incrociate (ABBA). Quando questo armamentario non viene più usato dai poeti moderni entriamo in crisi. I formulari delle vecchie regole non sono ormai più seguiti, nessun poeta moderno che io sappia pubblica più sonetti, che fino all’Ottocento erano ritenuti i componimenti poetici per eccellenza.

I componimenti dei nostri due Autori se li leggiamo e li analizziamo con molta attenzione utilizzano anch’essi, forse inconsciamente (?) o perché vengono ormai utilizzati anche nel linguaggio comune, le figure di parola, come l’anadiplosi: viaggio / viaggio (p. 27, vv. 3-4), trascorso / trascorso (p. 57, vv. 4-5); Baciami / Baciami (p. 58, vv. 1-2);  l’anafora: nel suo / nel suo (p. 19, vv. 1-3); non ho / non ho (p. 19, vv.8-12), pioggia / pioggia (p.91, vv. 1-8); di chissà / di chissà (p. 96, vv. 4-5); noi siamo / noi siamo (p. 96, vv. 16-17) che entrambi gli Autori utilizzano molto spesso; il climax ascendente: tulipano, papavero, ginestra (p. 62 vv. 22-24): l’epanallessi: venti-venti (p. 28, v. 26);  la metafora: due anime in un corpo solo (p. 18, v. 4) tra le figure di pensiero troviamo le allegorie, come nella poesia Ritorno su Ulisse (pp. 84-85), un personaggio molto caro al nostro Autore, che lo cita più volte e sotto le cui mentite spoglie di Ulisse si nasconde lo stesso Miggiano; troviamo similitudini: come il fiume infinito della vita (p. 28, v. 23); come un pirla (p. 34, v. 17); come fogli di neve (p. 40, v. 1); tra le figure di sintassi ritroviamo il polisindeto: e restiamo sopiti su queste tavole / e, stanchi, sogniamo e navighiamo; tra le figure di ritmosi rintracciano le allitterazioni: e il tuo sorriso trentadue perle (p. 16, v. 4); stelle, punti, linee, traiettorie (p. 24, v. 15); e delle stelle sparpagliate in fili luminosi (p. 28, v. 6); che la vada a prendere nei ripidi precipizi dell’Ade (p. 88, v. 20); l’onomatopeia: Didimbodudù (pp. 46-47).

Per quanto riguarda le rime troviamo quelle baciate di: profondo / mondo (p. 40, vv. 6-7); le assonanze bella / toletta (p. 43, vv. 25-26) e le consonanze pioggia / maggio (p. 54, vv. 12-13).

I componimenti che i due Autori hanno pubblicato, è accertato, sono poesie, la formula che hanno utilizzata, nella composizione della raccolta, è quella dello specchio; se uno scrive I nostri sogni-bambini (p. 16), l’altro risponde con Guarda la luna e sogna (p. 17); a Strada e stelle (p. 24) si risponde con Costellazione (p. 26); ad  In una notte di freddo tagliente (p. 27) si contrappone In questa notte nuda di parole (pp. 28-29); a In mezzo a mille riconosco il tuo passo (p. 50) di Guerriero, il Miggiano risponde con Il suo elegante portamento (p. 51) e così via fino alla fine dove a Pioggia (p. 91) troviamo come corrispettivo Vorrei essere vento (p. 92-93), questo procedere rende il cammino dei due Autori un abbraccio, un abbraccio che li costringe a procedere all’unisono; con uno stesso passo hanno stabilito un ritmo che rende i loro componimenti una simbiosi perfetta di un loro comune sentire di intenti, di pensieri, di versi anche d’amore, espressi con una delicatezza tale che veramente colpiscono il cuore. Se Guerriero scrive: Al risveglio tutte le parole non bastano / per descrivere la gioia / di averti avuto accanto. Al risveglio c’è solo la pioggia / di un nuovo giorno di maggio. / E lacrime amare (p. 54), Miggiano risponde: C’è un tempo d’amore, / d’amore distante / che unisce e travolge (p. 57), se lei scrive: Sei nei distacchi e in tutti gli addii (p. 62, vv. 19) lui sembra risponderle: Distacchi che non sono mai addii (p. 64, v. 6).

I ricordi familiari delle poesie Fotogramma (pp. 36-37) di Guerriero, a cui Miggiano risponde con Oltre la collina (pp. 38.39), dove sono ricordati i lavori di campagna che svolgevano i genitori o Tabacchina del Salento (p. 41) e Dedica antica (p. 43), che Miggiano dedica alla mamma e alla nonna  Bernardina richiamano alla mente certe atmosfere della poesia crepuscolare.

Alla storia passata ci riportano i componimenti L’ora di tutti un omaggio a Maria Corti (p.53) e Il resto di niente, dedicata a Eleonora Pimental Fonseca, la prima direttrice donna di un giornale fatta giustiziare dai Borboni nel 1799:  «tra tutte le donne / la sola da sognare, d’amare» (p. 45, vv. 15-16); quelli legati invece alla nostra realtà più contingente scritte per ricordare le vittime innocenti della camorra, sono: Potevamo vincere (p. 68) dedicata a Federico Del Prete e al nostro concittadino Domenico Noviello o Ali spezzate (p. 88), per omaggiare Annalisa Durante, che spero che al più presto venga inserita in qualche Antologia scolastica per ragazzi, per far comprendere soprattutto ai più giovani come la vita a volte sa essere un attimo e riservarci tragiche sorprese.

Castel Volturno 22.08.2020

Alfonso Caprio

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