Addio per sempre a Cesare Isabelli

Quando tanti anni fa atterrò nella Grande Mela per partecipare alla maratona faceva un freddo da cani. Ma non s’imbottì per ripararsi. Nelle ore prima della partenza fu in ansia, immaginando la folla in cui si sarebbe immerso. Pensava al momento “clou”, a come sarebbe stato: se più bello, più grandioso, più avvincente della Stramilano, di cui non si perdeva un’edizione. Navigare in quel fiume era per lui una gioia straordinaria. Tornò contento d’aver vissuto quella esperienza oltreoceano, ma non ne parlava con nessuno. Neppure con gli amici più cari. Non era uomo da enfasi. Non amava il palcoscenico e neppure le quinte. Preferiva la platea. E faceva cose grandi, obbedendo al suggerimento manzoniano di donare con “quel tacer pudico che accetto il don ti fa”.

   Cesare Isabelli era un uomo eccezionale. Alto, snello, un sorriso dolce, passo da maratoneta, tifoso dell’Inter, non riusciva a trattenere la voglia della strada. Macinava chilometri e chilometri senza stancarsi, per andare a far visita a un amico o a un altro. Ogni giorno superava la soglia dei fratelli Gammone, a Niguarda, e quelli, scherzando, gli dicevano: “Lo fai per allenarti per la Stramilano, vero?”. E lui sorrideva. Ma non lasciava impunita la battuta: dopo qualche minuto, con una faccia da birichino: “Non capisco perché abbiate intrapreso questo mestiere. Non potevate fare dell’altro?”. Il mestiere a cui accennava è quello delle pompe funebri, che i Gammone, Vincenzo, Tommaso e Nicola, nativi di Venosa, in cui nacque il poeta Orazio, esercitano da molti anni. Gli volevano molto bene, sapevano che celiava, che la malignità era mille miglia lontana da lui. Passava ore a duellare con i fratelli Gammone, titolari di una delle agenzie più serie di Milano. Duello impari perché era quasi sempre Cesare a vincere la partita. Gli piaceva provocare, vedere gli altri ridere. E quando si alzava per andarsene, i padroni di casa: “Domani vieni?”. Certo che si sarebbe stagliato sulla porta, il giorno dopo.

    Nel quartiere in cui abitava lo conoscevano tutti e tutti lo stimavano. Cesare avanzava verso il cancello e si fermava a scambiare due parole con i gruppetti che si formavano sotto il portico. Ma se la conversazione scadeva nelle cianche, tanti saluti e via. “Scusate, ho un appuntamento”. Non sopportava le malelingue, che sono come la gramigna, allignano ovunque, nelle città, nei paesi, nei quartieri, nei borghi. Quale che sia la dimensione del contesto in cui si vive, c’è sempre chi deve cigolare, insinuarsi nella vita privata della gente. Cesare era un gentiluomo di altre generazioni: discreto, gentile, corretto, amante delle buone letture e dei cruciverba. Disponibile. La vecchietta del condominio aveva bisogno di fare l’abbonamento all’Atm? Pronto a farlo lui. “Non mi costa niente, faccio due passi in più”. A furia di fare due passi, le sue gambe avevano fatto il giusto rodaggio per sgambare alla Stramilano.

    Lo conobbi proprio lì. Non facevo parte dell’equipaggio della maratona dei cinquantamila, ma come inviato de “Il Giorno” ero sempre presente alla manifestazione: il “general manager” Gianluca Martinelli e il presentatore Attilio Monetti, che tra una fiammata di esaltazioni e l’altra snocciolava date, fatti, vittorie, glorie dell’atletica, m’invitavano a salire sul palco degli ospiti, dove conobbi anche Isabella Rossellini in veste di madrina di non so più quale edizione. Una mattina, come sempre, le avanguardie della fiumana un quarto d’ora prima dell’ora prevista, dopo vari minuti di tensione, ruppero gli argini, travolgendo quasi anche la banda dei bersaglieri, e via verso corso Venezia, applauditi da un vasto pubblico assiepato oltre le barriere. Mentre i meno frettolosi sfilavano quasi a passo d’uomo mi raggiunse un grido gaio: era Cesare Isabelli, che mi salutava sventolando il braccio destro. “Guardalo lì, pensai, che forza, che coraggio, Cesare Isabelli fra cinquantamila pettorali, un anno firmati da Ottavio Missoni.

   Salii in macchina e l’autista raggiunse la valanga umana, placata  e sparpagliata al posto di ristoro di viale Tibaldi, che offriva latte, yogurt, bibite, panini, “briosce”, mele della Valtellina…, accerchiato da ragazzi sui pattini, sulle bici, gagliardi, scatenati, divertiti; mentre nel resto del serpentone alpini ottantenni, figure pittoresche, famiglie con un bimbo in carrozzina o con l‘ombrello aperto sulla testa, un “moschettiere” in sella a un velocipede, fanciulle in minigonne di ogni colore con cartelli inneggianti a questo e a quello procedevano a passo cadenzato … Cesare marciava tranquillo, soddisfatto della giornata, non certo lentamente come il prete che passeggia leggendo il breviario. Perché correre? Per andare dove? Per arrivare primo al traguardo dell’Arena? Ridicolo. Non è questo la Stramilano. Correre si doveva a quella dei professionisti, in programma nel pomeriggio, con in prima fila campioni come Alberto Cova, per dirne uno. Cesare entrava nell’Arena, magari con Samuele Jannuzzi, un uomo di 86 anni, Speedy Gonzales delle Poste, che con la Stramilano era agli sgoccioli, e traeva onore e vanto dalle sue tante partecipazioni, dalle sue medaglie e dai viaggi a piedi da Milano a Monza e ritorno per allenarsi, alla sua età.

   Cesare lo conoscevo già, abitavano nello stesso condominio, io al terzo, lui al quinto piano. Ma l’amicizia vera, quella che ti lega finchè non suona la campana, sbocciò quel giorno alla Stramilano. Quando per il mio giornale lo intervistai, avendo anche saputo che aveva preso parte alla maratona di New York, scoprii che preferiva parlare poco di sé. Che fatica scucirgli le labbra, tirargli fuori le parole. Era più forte di lui. “Parliamo anche dell’Inter – mi disse – la maratona di New York è così lontana”. Ma dell’Inter io non sapevo niente, non sapevo, e non so, niente di calcio. Lui palpitava, per quella squadra. Quando i suoi “goleador” descrivevano geometrie sul campo, lui stava sulle spine: appena vedeva gli avversari avvicinarsi troppo alla porta del cuore guardava da un’altra parte per non vedere la sfera violare la rete. ”No, Cesare, è della maratona di New York che dobbiamo parlare; e anche della Stramilano”. E lui cedette, per parlarmi della giornata, del clima, delle curiosità, delle pratiche burocratiche, del paesaggio, della bellezza della maratona, della sensazione che si prova camminando con gli altri, pensando a Frank Sinatra che canta “New York New York”…  Ricordò la sensazione indescrivibile che si avverte navigando in quella folla per le vie di Milano, bella, seducente, affascinante… “Non hanno capito niente quelli che sostengono il contrario”. Ehi, Cesare, puoi parlami della tua Bergamo, della tua Inter finchè vuoi, ma non è quello il tema, oggi. E lui aprì un sorriso comunicativo, per dire “Va bene”. Scrissi l’articolo, aiutato anche dal mestiere; e gli feci anche una bella foto. Non mi sembrò particolarmente toccato, quando mi lesse: non gli importava finire sui giornali, ma calpestare il terreno come i segugi di una volta sulla pista di una notizia. Mi gratificò con “Bello, grazie”.

   Quando veniva a trovarmi, e veniva spesso, sollecitava me a parlare, sapendo che non mi sottraevo. Mi faceva raccontare del mio percorso professionale e voleva saperne sempre di più. Sempre delicato, discreto, curioso: “Arrivava nel mio studio e mi diceva: “Se stai lavorando continua, io mi seggo, sto dieci minuti in silenzio e vado via”. Spegnendo il computer: “Stai scherzando? Parliamo finchè vuoi, magari della Stramilano, di quando hai cominciato a frequentarla, se sei arrivato primo, qualche volta, all’Arena. “Cose vecchie, passate, quasi non le ricordo più. Mi divertivo, vedevo gente, consumavo scarpe assieme a loro. Anzi, tu potresti parlare di quel tale che dipingeva correndo in bicicletta e di quello che teneva una scimmia sulle spalle”. Già, morì vegliato per cinque giorni dal primate. Morì anche Jannuzzi e me lo disse Piero Lotito che aveva visto il manifesto stracciato sventolare sulla facciata alla destra del cancello della casa di don Samuele, come lo chiamavo io. Era pugliese di Bitonto.

   Cesare sapeva chi era Lotito, un mio caro collega e scrittore, che da Foggia era venuto a Milano per fare il giornalista, un mestiere lastricato di difficoltà. Gli parlavo spesso del giornale, dei miei colleghi, del mio lavoro, delle mie disavventure e delle mie piccole e meno piccole soddisfazioni. Lui in silenzio ascoltava intervenendo con le domande.

   Cesare Isabelli non c’è più. E’ volato verso le nuvole a 83 anni, qualche giorno fa. Di lui ho tanti ricordi, della sua generosità, della sua lealtà, della sua franchezza. Un tale gli chiese di dare il voto a suo genero e lui rispose: “Non posso, io sto da un’altra parte”. A un giovanotto che aveva dato del terrone a un anziano: “La terra è nobile e nobile chi la lavora”

   Potrei scrivere un libro, dopo che avrò finito di piangere la sua scomparsa. Certe amicizie si incardinano dentro di te e non si spengono mai. Quando non veniva a trovarmi mi preoccupavo. Era stato dal fratello dalla salute instabile, era morta la sorella, era andato a far visita ai genitori al cimitero, ad accompagnare da qualche parte i nipoti, che considerava gioielli? Una volta – ero un ragazzo – in corte d’assise a Taranto sentii il principe del foro Antonio Altamura proclamare in un’arringa che quando un uomo muore s’intenerisce l’universo. C’era dell’enfasi in quella frase, ma mi è rimasta nella memoria indelebile. Quando muore una persona che non ho conosciuto mi commuovo; quando muore un amico piango, mi sento il vuoto attorno, un vuoto che non si colma. Con Cesare ho perduto un fratello, un pilastro. Lo credevo immortale. Ma soltanto gli oggetti sopravvivono. Le persone se ne vanno, ma restano nel nostro ricordo. Poi noi le seguiamo. E’ come una ruota che gira. Anche il ricordo si scioglie. E ci vogliono anni, perché “a tenerci in vita” provvedano le nuove generazioni.

   Atletico, come un attore di cappa e spada, come Errol Flynn, come un acrobata, agile, instancabile, maratoneta nato, Cesare se n’è andato in una notte di agosto in una stanza dell’ospedale di Niguarda, a pochi passi dall’ufficio degli amici Gammone. La voce si è sparsa in un baleno: “Cesare ha preso la via delle nuvole”. Non ci credeva nessuno. Il condominio ha perso una voce e un cuore. La Stramilano un pettorale da albo d’oro, per la passione. La città un galantuomo.

                                                                              Franco Presicci

Un uomo eccezionale è volato oltre le nuvole

DALL’AMATA STRAMILANO

ALLA MARATONA DI NEW YORK

Cesare Isabelli, 83 anni, amico di

tutti, disponibile, cordiale, ironico,

maratoneta nato, ha macinato tanti

chilometri anche per stare tra la gente

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