Agenda settimanale dal 20 al 26 febbraio 2017 in Campania, programmata dal Circuito Teatro Pubblico Campano

Teatro Comunale Costantino Parravano di Caserta

info 0823444051

Lunedì 20 febbraio, ore 20,45

 

Teatro Carlo Gesualdo di Avellino

info 0825771620

Martedì 21 febbraio, ore 21.00

 

Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

presentano

 

Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi

in

 

Enigma

niente significa mai una cosa sola

di Stefano Massini

 

regia di Silvano Piccardi

 

La chiave di lettura di Enigma, di Stefano Massini, sta nel sottotitolo: “niente significa mai una cosa sola”. Una certezza il testo ce la fornisce: ci troviamo a Berlino circa vent’anni dopo quel fatidico 9 novembre 1989, in cui il Governo della Repubblica Democratica Tedesca (Germania est), decretò la soppressione del divieto, per i suoi cittadini, di passare liberamente dall’altra parte del “muro” che fino ad allora aveva diviso in due la città, il paese e il mondo intero.

Ed ecco che, caduto il muro, vite, esperienze, certezze, lutti e speranze, si frantumano, si incontrano, si mischiano… È a un segmento di tutto ciò che siamo chiamati ad assistere.

Un’altra certezza, sta nel luogo in cui si svolge l’azione scenica: “un grande spazio unico comprensivo di cucina, letto, divano, tavolo e quant’altro può definire un posto “casa”. E in cui “cumuli di riviste e libri si ammassano un po’ dappertutto nell’incuria generale”.

Qui hanno fine le certezze.

Non perché quanto accade tra i due personaggi (Hilder, il padrone di casa e Ingrid, la donna cui presta soccorso) abbia in sé alcunché di apparentemente bizzarro o funambolico, ma perché ogni elemento reale, ogni dato di conoscenza, che da un quadro a quello successivo si concretizza in scena, si rivela poi “altro” da ciò che pareva essere.

Decifrare di volta in volta il senso della vicenda, sia personale che collettiva, che lega i due personaggi, che svela i loro caratteri e la natura complessa della loro relazione, è il compito a cui l’autore chiama i personaggi stessi ma, attraverso la suspense del gioco teatrale, anche e soprattutto il pubblico. Purché sia chiaro, che la posta in gioco non è solo la possibilità/capacità di sbrogliare i tanti piccoli enigmi delle due vite che si intrecciano, si scontrano e si confrontano sul palcoscenico, ma quello di penetrare il più grande degli enigmi: quello della Storia stessa.

 

Note di regia

Ci sono a volte nella Storia (e nella storia del pensiero umano che di essa dovrebbe saper render conto), eventi e svolte che non riescono a trovare una sintesi teorica e scientifica esauriente. Ed è invece l’intuizione artistica che spesso interviene a restituirne il senso, mediante la ricostruzione del tracciato umano delle donne e degli uomini che di quelle vicende sono stati protagonisti.

In “Enigma” di Stefano Massini, a mio avviso accade qualcosa di questo tipo: attraverso l’incontro di due personaggi (un uomo e una donna) e il progressivo disvelarsi dei loro enigmi esistenziali (psicologici, emotivi, operativi), si arriva a comprendere indirettamente che cosa è stato il mondo che si sono lasciati dietro, e che cosa ne è rimasto in loro.

Il teatro, realtà di una finzione dichiarata, è senz’altro uno strumento formidabile per accompagnarci dentro un percorso simile. Rimanendo discretamente al servizio di quanto l’autore, in questo caso, ha saputo svolgere con particolare lucidità e spietatezza.

Per questo la messinscena si attiene a un principio di semplicità ed essenzialità che consenta soprattutto l’emergere delle figure dei personaggi e di quanto rovesciano in palcoscenico del proprio vissuto, con la mente, col cuore, con lo smarrimento che li accompagna.

Diversi, opposti i loro destini, eppure accomunati dalla condivisione di un mondo che, come dice Massini nel prologo, nel dissolvere le vite degli uomini nel “nuovo”, gli lascia sempre addosso “il cadavere di chi erano prima”.

Il loro presente è sospeso dentro uno spazio/tempo che li avvolge come un territorio oscuro e da cui nessuno dei due, in realtà, sembra potersi liberare.

In questa prospettiva, l’allestimento scenico non è descrittivo, ma solo evocativo di un presente terribilmente qualunque e inquietante proprio nel suo essere così poco decisivo. Certamente non risolutivo, né risolto.

Perciò l’elemento che contraddistingue la scena, è quello che la vede collocata dentro un vuoto privo di luce e di riferimenti, punteggiato per lo più dall’ossessione di una pioggia che inesorabilmente viene come a spezzare e a sospendere il confronto/scontro in corso tra i personaggi, attraverso lo sviluppo tortuoso e sempre impensabile della loro [non] occasionale relazione: sono i “segmenti” con cui l’autore ha voluto che si interrompesse il flusso quasi realistico dell’azione.

Niente significa mai una cosa sola”, e poi, ancora “in ognuno di questi segmenti almeno uno dei due personaggi mentirà sapendo di mentire”: con questi avvertimenti Massini ci invita ad entrare nello studio/casa del sedicente signor Jacob Hilder, e nel rapporto che lo lega indissolubilmente alla signora Ingrid Winz (questo il nome con cui la donna si presenta) che si è trovato costretto ad ospitare

E in ogni angolo della casa, sospesa in quel vuoto oscuro, l’enigma è il solo fattore unificante: “rompicapi, anagrammi, giochi di parole, numeri, lettere: questa casa ne è piena”. E, in effetti, nella “nostra” casa, in modo discreto, senza sottolineatura alcuna, si scoprono continuamente elementi di un’apparenza sempre sbilanciata verso un altro da sé, in un inevitabile equilibrio precario.

Piccoli tocchi, che accompagnano un crescendo di suspense degno di un thriller psicologico, ma in cui il colpevole sta forse là, in quel buio oltre la scena, in quell’enigma irrisolto che sta “fuori”, in balia del temporale e della pallida luna che alla fine sembra riflettersi sui mobili della stanza.

 

Silvano Piccardi

 

 

 

Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere

Info 0823799612

Lunedì 20 febbraio, ore 21.00

 

Compagnia gli Ipocriti

presenta

 

Massimo Ranieri

in

 

Teatro del Porto

versi, prosa e musica di Raffaele Viviani

 

con

Ernesto Lama, Angela De Matteo , Gaia Bassi, Roberto Bani,

Mario Zinno, Ivano Schiavi, Antonio Speranza, Francesca Ciardiello

 

l’orchestra

pianoforte Ciro Cascino, contrabbasso Luigi Sigillo, fiati Donato Sensini,

violino Sandro Tumolillo, tromba Giuseppe Fiscale, batteria Mario Zinno

 

elaborazioni e ricerche musicali Pasquale Scialò

 

scena e costumi Lorenzo Cutuli, disegno luci Maurizio Fabretti,

coreografie Giorgio De Bortoli

 

regia Maurizio Scaparro

 

Dopo il successo di Viviani Varietà, Massimo Ranieri e Maurizio Scaparro affrontano ancora una volta il grande drammaturgo Raffaele Viviani.

Con questo spettacolo si è voluto rendere omaggio all’opera del grande drammaturgo con le sue poesie, parole e musiche. La Napoli che viene portata in scena è la stessa cui, già cent’anni fa, Viviani guardava con amore e ironia, descrivendola con crudo realismo e squisita sintesi di linguaggio.

Ad essere rappresentata è la teatralità degli emigranti, degli zingari, dei pescatori, dei guappi, dei gagà, delle cocotte, delle prostitute, insomma, il mondo della strada ovvero quel mondo che per primo e più fortemente colpì la fantasia dell’Artista. Una gran folla di personaggi e di figure, veri e propri blocchi umani e sociali, popolano le sue opere; Viviani analizza ed esprime questo mondo dal di dentro, realizzando una serie di ritratti di sconvolgente evidenza drammatica poiché sono uomini e donne «comuni» che non nascondono nulla e rivelano fino in fondo la tragica verità della loro esistenza.

Un motivo di costante ispirazione è l’emigrazione, la sorte nera degli esuli. Gli emigranti! Questi personaggi che hanno riempito delle loro penose vicende di fatiche e di dolore decenni della storia d’Italia, entrano realisticamente nella letteratura popolare grazie al contributo di questo grande poeta e commediografo napoletano.

I contadini, gli artigiani, gli operai, sradicati dal loro ambiente naturale, costretti ad espatriare, lo fanno con dolore e angoscia, avendo piena coscienza che se le cose andassero in maniera giusta, essi troverebbero da vivere nel loro paese, non si venderebbero come schiavi, in terre sconosciute e infide, sfruttati da padroni spietati.

E anche i guappi di Viviani sono personaggi senza eroismo e privi dì spirito avventuroso e cavalleresco; il loro segreto obiettivo (neppure tanto segreto, in fondo) è quello di trovare una sistemazione, un lavoro, un vero e normale lavoro. Viviani, tuttavia, osserva anche l’altro lato del problema e vede l’uomo di malavita, il vero camorrista magnaccia, mariuolo, violento, sopraffattore, frutto anch’esso di una società dominata dalla legge dell’arbitrio e del privilegio.

In questo caso il suo sguardo si appunta con spietata acutezza sul personaggio e il ritratto che ne sorge è di una verità inquietante.

E infine le donne di Viviani. Sono popolane semplici, argute, sensuali, spicciative e non si pongono angosciosi problemi sentimentali da risolvere; si tratta di donne schiette, popolane che vivono nella strada: fruttarole, sarte, lavandaie, «capere», venditrici ambulanti che suscitano e sentono amori e desideri concreti.

Gli amori, nella poesia e nel teatro di Viviani, si svolgono all’aperto, sotto il sole della città, nelle campagne infuocate o vicino al mare. Ma c’è anche l’amore «fatto in casa», nei bassi sordidi, pieni di gente così come c’è l’amore struggente delle prostitute, che hanno bisogno di calore e di protezione, che vogliono illudersi d’avere al loro fianco un uomo pronto a menare le mani per farle rispettare: Bammenella è una di queste.

Le storie raccontate da Viviani, insomma, sono storie di miseria, di soprusi, di amori, di famiglie in rovina, di emigrazione eppure attraverso le parole, poesie e musiche risultano attuali oggi come all’epoca e sembrano accompagnare lo spettatore verso il presente, anzi, verso il futuro.

 

 

Note di regia

Esiste in alcuni di noi la memoria storica o il lontano ricordo di una mitica Napoli vissuta mentre già stava cambiando.

Questa memoria è stata, per Massimo Ranieri e per me (e per Gli Ipocriti che ci hanno accompagnato), il primo filtro ma anche lo stimolo, dopo la felice esperienza di Viviani Varietà, per continuare a lavorare su un nuovo spettacolo che potesse avere come testimonianza rinnovata di questo mondo così straordinariamente ricco la figura stessa di Raffaele Viviani attraverso il suo teatro, le sue parole, il suo canto scenico, privilegiando così quel vitalissimo giacimento culturale e musicale che era nel ‘900 la Napoli dei quartieri, quella parallela di una città aperta all’influenza esterna di un sud che premeva sulla città, e del Mediterraneo (e alla commistione con il teatro e il varietà europei).

È nato così questo Teatro del Porto e lo spettacolo si collega strettamente anche al progetto artistico diretto da Massimo Ranieri dedicato a Viviani. Ranieri per il suo essere napoletano e per la sua singolare natura artistica legata alla creatività musicale e teatrale ha dato quindi un contributo felice a questo nostro lavoro.

Abbiamo così pensato a uno spazio amato da Viviani, a uno spazio neutro sospeso tra mare e terra (quasi un “porto delle nebbie” come con Massimo l’abbiamo chiamato, sorridendo, durante le prove), uno spazio che favorisse lo scambio di conoscenza e di esperienze che venivano dal mare, e dove vorremmo che Viviani ci portasse per mano attraverso il suo teatro e la sua musica per ricordare sogni e delusioni di una grande città e per accompagnarci verso un futuro già cominciato scoprendo anche, grazie a lui, parole vecchie e nuovi significati come Mediterraneo, emigrazione e, con il necessario ottimismo, cultura, musica, teatro, Europa.

 

Maurizio Scaparro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Politeama di Torre Annunziata

Info 0818611737 – 3381890767

Martedì 21 febbraio ore 20.45

 

Associazione Culturale Fantateatro

presenta

 

Gennaro Belvedere testimone cieco

di e con Oscar Di Maio

 

regia Mario Brancaccio

 

E’ una commedia dal doppio volto. Incentrata infatti sulla comicità classica tipica del genere, presenta risvolti umani e sociali che un pubblico attento ha saputo cogliere sin dagli anni del suo debutto al teatro Sannazaro di Napoli.

La vis comica è notevole e si inscrive nello stile e nel ritmo tipico dei grandi successi di Gaetano Di Maio, autore di tante note commedie interpretate, fra gli altri, da Nino Taranto, Luisa Conte, Ugo D’Alessio, Pietro De Vico, Enzo Cannavale.

Si immagini, ad esempio, uno che si chiami Gennaro Belvedere e che, per giunta, risulti figlio di Lucio e Maria Quattrocchi e che sia nato a Bellavista nel giorno di Santa Lucia. E subito dopo si immagini che costui – per trarre maggior profitto dal suo mestiere di mendicante – debba fingersi cieco.

E si immagini, infine, che una brutta mattina il nostro eroe (o, meglio, antieroe) si trovi ad essere testimone di un delitto: da quel momento, è ovvio, comincerà a vivere nel terrore che l’assassino scopra che lui, in effetti, ci vede benissimo e rappresenta dunque una minaccia, perché può denunciarlo; ne deriverà, si intende, tutta una serie di equivoci irresistibilmente comici ma non per questo avulsi da una umanità anche profonda.

Infatti lo spaccato di vita che Di Maio disegna si riferisce, con spiccata naturalità e senza fronzoli moralisti, alla zona sociale di Napoli, minima o infima (ma nell’accezione migliore dei due aggettivi) per la quale lo spostamento di senso a livello del linguaggio diventa metafora di una condizione esistenziale disperatamente ed al tempo stesso aggressivamente connotata dalla instabilità della condizione sociale del protagonista. Commedia, dunque, che si inscrive nell’antica tradizione del teatro napoletano ed italiano. Oscar Di Maio, debuttante ad 8 anni, alla soglia dei 50 anni di carriera, la riporta in scena, insieme alla figlia Marzia.

I Di Maio sono una famiglia teatrale fra le più antiche di Napoli, attive fin dal 1875. Crescenzo Di Maio operava al San Ferdinando di Napoli insieme a Federico Stella fino agli ultimi anni dell’ottocento, e i figli Gaspare ed Oscar sono stati fra i maggiori protagonisti della migliore e aurorale sceneggiata napoletana.

Le figlie di Oscar, Maria ed Olimpia Di Maio, sono state protagoniste della scena per molti anni e di Olimpia si ricorderà sicuramente la collaborazione con Massimo Troisi nel film Scusate il ritardo del 1983. Gennaro Belvedere raccoglie e sintetizza il meglio di questa tradizione innovandola soprattutto nei ritmi teatrali e naturalmente sul terreno della comprensione dei nuovi fenomeni sociali.

 

 

Teatro Barone di Melito di Napoli

Info 0817113455

Mercoledì 22 febbraio, ore 20.45

 

Teatro Ricciardi di Capua

Info 0823963874

Giovedì 23 febbraio, ore 21.00

 

Teatro Di Costanzo Mattiello di Pompei

Info 0818577725 – 3337361628

Da venerdì 24 a domenica 26 febbraio

(feriali ore 20.30, festivi ore 18.15)

 

Teatro Cilea Napoli Srl

in collaborazione con Pragma Srl

presentano

 

Biagio Izzo

in

 

Bello di papà

di Vincenzo Salemme

 

con

Mario Porfito, Domenico Aria, Adele Pandolfi, Yuliya Mayarchuck,

Rosa Miranda, Arduino Speranza, Luana Pantaleo

 

scene Alessandro Chiti, costumi Francesca Romana Scudiero

disegno luci Gigi Ascione, musiche Antonio Boccia

aiuto Regia Antonio Guerriero

 

regia Vincenzo Salemme

 

Supervisione Artistica Teatro Cilea Napoli Srl

 

Bello di papà è una commedia del 2006. Credo che l’idea mi sia venuta quando in tutto il mondo occidentale arrivavano i primi segnali della crisi economica, che ancora oggi fatichiamo a superare.

Dico forse perché, col senno di poi, mi sembra che Antonio Mecca, il dentista protagonista della commedia, possa rappresentare, ovviamente in versione decisamente comica, il travaglio sociale, economico e psicologico di una gran parte della cosidetta generazione dei cinquantenni, che dall’inizio di questo millennio viene messa in discussione ogni volta che la politica si deve occupare delle programmazioni finanziarie.

Antonio Mecca è il classico uomo che ha raggiunto una posizione sociale, ma che allo stesso tempo la sente, questa posizione, vacillare sotto i colpi del cosidetto “Nuovo che avanza”.

E il “nuovo che avanza” per quella generazione cui facevo riferimento poco più sopra, sono appunto i giovani che vogliono prendere i posti di comando.

Antonio ha paura di ogni novità, è un vero conservatore, conservatore di danaro, ma soprattutto conservatore di affetti. Profondamente sarebbe un buono, ma costantemente ha paura di essere fregato, è forse per questo che non si è mai sposato.

E’ forse per questo che adesso sta con una bellissima ragazza ucraina, che gli piace da morire, ma, allo stesso tempo, teme come un ingombrante invasore.

Invasore della casa e soprattutto del conto corrente perché Marina, l’ucraina, vorrebbe costruire una famiglia con Antonio, e vorrebbe, soprattutto, (questa la cosa più terrificante e spaventevole per il nostro dentista) dei figli.

Antonio teme i figli più di ogni altra cosa, perché i bambini sono di un egoismo assoluto e lui, egoista per paura, questo proprio non può accettarlo.

E’ così che nasce l’idea di questa commedia, da questo paradosso: un uomo che non vuole avere figli, costretto a ricevere in casa un suo coetaneo che ha bisogno di ritornare ad essere un figlio.

Nel paradosso di questo scontro generazionale tra due uomini della stessa età, forse, si nasconde quello che io credo sia un finto problema. Penso che l’età ci distingua gli uni dagli altri, ma altrettanto fermamente credo che dal punto di vista sociale l’età sia soltanto una convenzione.

Credo che dividere i cittadini tra giovani ed anziani sia un vecchio modo di intendere la politica. Penso che esistano, piuttosto, le persone e che ogni persona abbia il diritto e il dovere di salvaguardare il proprio benessere sociale e spirituale.

 

Vincenzo Salemme

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teatro Roma di Portici

info 081472662

Mercoledì 22 febbraio, ore 20.45

 

Associazione Culturale Immaginando

presenta, da un’idea di Rosario Imparato
Federico Salvatore

in

 

Sono apparso a San Gennaro

commedia musicale di Federico Salvatore e Mario Brancaccio

 

con 

Mario Brancaccio, Lello Giulivo, Patrizia Spinosi,

Francesco Viglietti, Gennaro Monti, Nicola D’Ortona

 

e con

Simona Esposito, Antonio De Francesco, Luisanna Taranto

 

arrangiamenti e orchestrazioni m° Ciro Barbato

costumi Maria Grazia Nicotra, coreografie Enzo Castaldo

 

scene e regia Bruno Garofalo

 

Prima dello spettacolo, alle ore 18.00, Federico Salvatore sarà ospite alla Libreria Spartaco (via Martucci 18, Santa Maria Capua Vetere) per l’incontro con il pubblico, condotto dalla giornalista Tiziana Di Monaco.

 

Mario Brancaccio, nelle sue note di coautore cita un genere, “la Commedia dell’Arte”, e non lo fa a caso. Questa antica e mai dismessa forma  realizzativa e interpretativa è alla radice di tutto quello che poi è stato il nostro modo di fare Teatro, un modo che ha connotato il teatro all’Italiana, terreno che ha dato vita avari generi che tutt’ora compongono un panorama unico al mondo.

Dai “rami” della Comoedia, discendono modi più o meno nobili, colti e popolari, che nel corso del tempo sono stati definiti come “Opera Buffa”, “Cabaret”, “Rivista” e “Avanspettacolo”, farse e commedie di genere, teatro cosiddetto “Dialettale” opere in musica che rasentano il “Musical” ma che in Italia non hanno abbandonato la parte in prosa, che fa del nostro teatro musicale un genere unico e particolarmente fruibile nella comprensione dello spettatore.

Gli stessi nostri grandi “Chansonnier” ne hanno subito l’influenza, ammantando le loro opere di contenuti e di interpretazioni sempre molto vicine al teatro, a quel recitar/cantando mai fine a se stesso, dove argomenti, satira, dissacrazione, ironia, critica, sberleffo, hanno sempre avuto importanza basilare. Senza citare i notissimi esempi del passato, la tradizione si rinnova incarnata ai nostri tempi in Federico.

Federico Salvatore sin dai tempi delle sue prime apparizioni televisive ha stupito, divertito, incuriosito, ogni platea, con il suo saper essere poeta, musicista, attore, fustigatore di pregi e difetti dei suoi conterranei, eleggendo però questi modelli a simboli universali di comportamento, molto spesso usufruendo della Lingua Napoletana che gli è congeniale, ma solo per colorare le sue parole di  un valore aggiunto.

E’ apprezzato e compreso a qualunque latitudine, in quanto acuto indagatore di vizi e virtù che possono definirsi nazionali, anche se   il “modo” il linguaggio, lo stimolo ha sempre un’origine visceralmente Sudista, per quell’istinto innato che muove il Nostro, quello di rivendicare valori e appartenenze  indiscutibilmente nostri, spesso calpestati, vilipesi, negati dai corsi non sempre onesti della storia d’Italia.

Questo suo essere “Giullare” ma non di corte, bensì di popolo, gli permette qualunque licenza, le parole più oscene non sono mai volgari, le sue convinzioni sociopolitiche sono incontestabili, la simpatia espressa nell’esibirsi è coinvolgente, ci fa tutti  complici del suo essere “ragazzaccio” come solo lui sa essere con quell’aria da Clown stupito, amareggiato, divertito, malizioso, furbo, arguto, compreso ed a volte commosso nel suo calarsi nelle vicende sempre tragicomiche della nostra balorda Umanità.

L’idea di esaltare tutto questo, rivestendo le sue canzoni di parole e teatralità che ne esaltassero i contenuti, è stata realizzata con lieve e divertita ironia da Mario Brancaccio e da lui stesso, creando un filo rosso che leghi una selezione sia pure necessariamente limitata della sua infinita ecclettica  produzione.

A me è toccato il compito di coordinare tutto questo su di un palcoscenico, quella che a volte viene pomposamente definita “regìa” è per me questa volta mettere con divertito entusiasmo,  la mia esperienza al servizio di un’idea che già da sola è spettacolo, è musica, è teatro.

Ad ogni ascolto i brani mi rivelano qualcosa in più, le parole scorrono e si compongono da sole nell’esaltare i contenuti, una schiera di Artisti di grande levatura si sono schierati non dietro né davanti, ma al fianco del Nostro, coinvolti tutti allo stesso modo nel fare proprio questo irriverente  modo di divertire, coinvolgere, far riflettere.

Il motto araldico di Federico Salvatore potrebbe essere  “Castigat ridendo mores” frase antica tradotta letteralmente dal latino, che significa: “corregge i costumi ridendo”.

Ho immaginato questa messa in scena come una “Sarabanda” si voci, luci, suoni, più vicina ad un circo fantastico piuttosto che ad una commedia con musiche, ho individuato il ritmo, l’allegria, la furiosa verve di ogni brano come uno schiaffo, un fuoco d’artificio, una pacca amichevole sulle spalle del vicino, uno sberleffo  senza soluzione di continuità.

Una scossa della quale si ha bisogno, per riflettere e comprendere, e questa sarà la cifra dello spettacolo a cui tendo, girandola di colori e sorriso a non finire, a volte divertito, a volte amaro, ma sempre intelligente come abbiamo saputo fare sino ad ora, per “tradizione” e mai come questa volta nel recupero di una cultura  che vive nel DNA dei nostri Artisti, che non smette mai di rinnovarsi,  se non addirittura di sopravanzarci a volte, sviluppata sulle tavole di un palcoscenico, in un rituale magnifico che non smetterà mai di stupirci.

 

Bruno Garofalo

 

 

 

Teatro Verdi di Salerno

info 089662141

Da giovedì 23 a domenica 26 febbraio

(feriali ore 21,00 – festivi ore 18,30)

 

Compagnia Umberto Orsini

presenta

 

Umberto Orsini e Massimo Popolizio

in

 

Il prezzo

di Arthur Miller, traduzione di Masolino D’Amico

 

con Alvia Reale, Elia Schilton

 

scene Maurizio Balò

costumi Gianluca Sbicca

luci Pasquale Mari

 

regia Massimo Popolizio

 

direzione artistica Umberto Orsini

 

Qual è “Il Prezzo”? È quello che ognuno di noi paga per vivere. Due fratelli, di famiglia agiata, dopo il crollo finanziario del 1929, hanno assunto due posizioni completamente antitetiche. Uno, Victor, ha abbandonato gli studi nei quali brillava, si è arruolato in polizia per poter mantenere il padre caduto in miseria.

L’altro, Walter, sottraendosi alle responsabilità familiari, ha proseguito gli studi ed è diventato un grande chirurgo. La nostra vita è ancorata alle scelte operate nel passato. In quelle scelte, sia pur condizionate in diversa misura, noi avevamo bene o male creduto, tanto è vero che le abbiamo fatte o subite.

Ma col passare del tempo ciò che sembrava importante cambia, diventa a volte grottesco, a volte ridicolo, a volte tragico.  È impossibile quindi per l’uomo distinguere in modo definitivo il bene dal male, perché tutto muta e, in questa fluidità dell’esistere, è illusorio porre le basi di un edificio morale che resista all’erosione del tempo.

Miller affronta ne “Il Prezzo” il tema della conoscenza, una conoscenza non metafisica ma tutta terrena e umana. Come se la nostra vita, il nostro passato, analizzati nel presente, ci appaiono talvolta come un sogno o una storia che qualcuno ci abbia raccontato e dove la distinzione fra realtà e irrealtà è quasi impossibile.

Commedia costruita per quattro caratteri che rappresentano uno spaccato di una società che non è solo americana ma nella quale ognuno di noi, oggi più che mai, può riconoscersi e perciò interrogarsi.

Personaggi tondi, vivi, vulnerabili che, grazie alla sublime scrittura di Miller, ci trascinano in un mondo dove l’ironia livida, i dubbi, la cattiveria e l’incertezza riempiono lo spazio scenico che, nella sua immobilità, si presenta come un ring dove lo scontro avviene attraverso un intreccio di parole che rimbalzando da un lato all’altro e ti tolgono il respiro.

 

 

Note del direttore artistico

Il testo di Arthur Miller fotografa con spietata lucidità e amara compassione le conseguenze della devastante crisi economica avvenuta negli Stati Uniti nel ‘29. Figli di un padre che ha subito drammaticamente questa crisi due fratelli si incontrano dopo alcuni anni dalla sua morte per sgomberare un appartamento in cui sono accumulati i mobili e gli oggetti raccolti dal padre nel corso della sua vita e che sta per essere demolito.

Un vecchio broker è chiamato per stabilirne il prezzo. Dietro questo semplice spunto emergono tutte le incomprensioni e le menzogne che la paura della perdita improvvisa del benessere possono esercitare su chi si dibatte nella crisi. Miller tratta questo tema con la sua consueta maestria facendoci scoprire un capolavoro che pur venendo da lontano ci porta ai nostri giorni così pieni di incertezze.

 

Umberto Orsini

 

 

Note di regia

Ho accolto con grande entusiasmo la responsabilità di dirigere questa commedia di Arthur Miller che è stata scritta nel 1968 e che in Italia è praticamente inedita. È un’opera a mio avviso molto importante e che proprio in questi giorni viene riproposta negli Stati Uniti e in Inghilterra in occasione del decimo anniversario della morte dell’autore.

Ma è importante perché riprende argomenti cari a Miller ed ad altri autori americani della seconda metà del novecento che hanno focalizzato sul tema della famiglia e del disagio legato a mutamenti storico-economici il loro interesse più appassionato. In questa commedia tutto ha un prezzo: le scelte, i ricordi, gli errori, le vittorie e le sconfitte.

Ma quello che mi ha colpito di più in questo lavoro così ben strutturato nella sua alternanza di momenti divertenti e di momenti drammatici è stata la consistenza e lo spessore dei quattro personaggi che animano la storia.

n poliziotto di New York che deve vendere tutti i mobili accumulati da un padre che per anni si era isolato in un appartamento in cui questi oggetti erano accatastati e che a sedici anni dalla sua morte devono essere venduti perché l’edificio sta per essere abbattuto, una moglie con dei problemi di alcol e di depressione, un fratello che da anni ha fatto un suo percorso di successo perché ha saputo allontanarsi dalle conseguenze della crisi e col quale il poliziotto non ha contatti da più di dieci anni e che ricompare sulla scena proprio in occasione di questa vendita.

E un quarto personaggio, un venditore di mobili usati, che dovrà stabilirne il prezzo. Un dialogo a volte divertente e caustico e a volte drammatico come in un dramma di O’Neil.

Grazie anche ad uno sforzo produttivo raramente riscontrabile nel teatro privato ho potuto collaborare con i migliori artisti e professionisti del settore. Soprattutto ho avuto occasione di stare in scena con i colleghi che amo e di ripetere con Umberto quel sodalizio che ci ha legati per anni da “L’uomo difficile” fino a “Copenaghen”. E’ stata un’esperienza felice dirigerli perché essi parlano un linguaggio che ben conosco: quello del teatro di interpretazione.

Massimo Popolizio

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