Angeli del fango e Facce di bronzo

di Andrea Pugliese

Che facciano sul serio lo testimonia la rete stessa. Il loro impegno si può misurare non tanto, non solo, dai calli sulle mani o dalle maglie sporche ma da come le migliaia di giovani (e meno giovani) impegnati a spalare fango a Genova non indugino in selfie fighetti e autocelebrazioni. Nessun autoscatto né su Facebook né su Twitter; al massimo qualche foto scattata da genitori orgogliosi.
Li ho visti gli spalatori, con addosso le magliette ‘Non c’è fango che tenga’, manifesti di una bella campagna di autofinanziamento fatta anni fa per sostenere chi aveva perso tutto nell’alluvione del 2011. Anche in quel caso si trattava dell’ennesimo ‘evento eccezionale’ senza eccezionalità alcuna.

Sono davvero stupito che i media li rappresentino con stupore. Mi pare normale attivarsi per la propria città, consolarla se malata, medicarla se sfregiata. Piuttosto mi stupirebbe e scandalizzerebbe il contrario. Nei forum più colti già si parla di ‘resilienza’ della città, di self help, termini modaioli per indicare la dimensione umana dello stare assieme. Sentirsi un corpo solo, unirsi nella difficoltà, reagire, è un comportamento naturale; là dove non accade si è meno umani, e mi stranisce che quello che accade a Genova venga etichettato come grande novità.

Mentre le tv elogiano gli angeli infangati, a Genova si spala a testa bassa. Intanto si recrimina, si mugugna, si piange, si contesta anche, si pensa, si discute. Ma intanto si spala. Lo senti che quello spalare è frutto di una forza non alimentata solo dalla disperazione, e non solo da una generazione (che i talk show vorrebbero disimpegnata solo perché non guarda più la tv). “La città è mia,” ribadiscono in migliaia, “Ora te la ripulisco perché c’è bisogno, ma da domani dovrai vedertela con me nelle scelte e nelle decisioni.”
In quelle strade devastate salta agli occhi come le persone facciano la differenza oggi e si candidino a farla domani.

Non la fanno più le istituzioni, la politica, le ottuse oligarchie cittadine, gli intellettuali, il cui scaricabarile di queste ore sulle responsabilità è patetico e emblematico allo stesso tempo. Tutti in affanno a argomentare le loro ragioni, tutti l’avevodettoiochefinivacosì, la colpaèdellaBurocrazia, e dunque di Nessuno.
Patetica anche la Federcalcio che ha spostato la partita Italia-Albania a Genova per devolvere gli incassi a chi è stato danneggiato dall’alluvione: un puro schema di Autofinanziamento la cui massima tristezza si misura nell’inconsapevolezza di chi lo propone. Giocassero piuttosto a San Siro e devolvessero l’incasso a Genova! Sarebbe questo un gesto d’Altruismo, forse anche utile a coinvolgere più Italia nei problemi profondi di una città.

Una città che perde decine di migliaia di abitanti l’anno ma dove nessuno ferma l’edificazione e lo scempio del territorio. Una città che ha visto la credibilità della propria maggiore banca rasa al suolo da uno scandalo da operetta in cui amici di bisbocce si spartivano milioni di Euro. Una città dove la violenza della natura è recidiva perché quella dell’uomo sulla natura è quotidiana. Una città dove le ferite aperte dal G8 nel 2001 non sono state sanate da una riconciliazione tra lo Stato e i cittadini e l’assenza di un progetto per il futuro incombe più di cento temporali autorigeneranti. Una città stufa di parole dove la credibilità dei partiti è insignificante.

Una città dove i semplici cittadini spalano le strade di tutti con vanghe e guanti portati da casa perché la città è casa loro. La sensazione è che non basterà Italia – Albania a far cambiare canale a chi, anche spalando, ha deciso che d’ora in poi vuole contare davvero.
Andrea Pugliese è esperto di programmazione europea e Social Innovation; è autore del blog Pensieri sProfondi

 

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