Buon Martedì

Buona Giornata con San Giorgio.
Tra ulivi e vigne della Valpolicella (Veneto)

Il nome
San Giorgio di Valpolicella detto anche San Giorgio Inagannapoltron, si svela così come nei tempi antichi, una naturale fortezza che si raggiunge però dopo un cammino lungo e faticoso nonostante la prima impressione di vicinanza. Da ciò deriva appunto il nome “ingannapoltron”. Questo soprannome sembra che risalga al medioevo quando la scherzosa parola “poltron” (persona pigra) fu aggiunta al toponimo “San Giorgio in Ganna”: un attributo che alcuni studiosi fanno risalire a ganne, nome pre-romano pertinente alle Alpi orientali, che significherebbe semplicemente “mucchio di pietre” o “località rocciosa e pietrosa”. Il paese di San Giorgio è infatti legato, sin dall’antichità, ad un’intensa attività di estrazione e lavorazione della pietra.

La storia
Nel territorio attorno a San Giorgio le prime tracce dell’uomo sono testimoniate dai cospicui materiali preistorici rinvenuti; essi sono ascrivibili al periodo che vanno dal Paleolitico al Neolitico (da 40.000 a 4.000 anni a.C.). Numerosi altri ritrovamenti entro l’attuale abitato, appartenenti all’età del Bronzo e all’età del Ferro frammisti a vari materiali romani, testimoniano una significativa presenza abitativa tra V e IV secolo a.C. e fino in età romana. Tutti questi dati mostrano come San Giorgio rappresentasse un importante nodo di scambio tra la pianura e l’area centro alpina. L’ipotesi che San Giorgio fosse un importante centro religioso viene dalla molte iscrizioni sacre che sono state rinvenute in questa località e che sono in parte conservate nel locale museo-antiquarium. Al villaggio di San Giorgio è attribuito il titolo di capoluogo religioso del Pagus degli Arusnati, una popolazione di cultura etrusco-retica a cui venne garantita una certa autonomia amministrativa una volta che Verona divenne municipium romano. Aveva inoltre un’importanza strategica per il controllo sulla grande arteria consolare romana, la Via Claudia Augusta Padana, sui traghetti dell’Adige, sulla strata de Alemannia, e sulla fertile pianura. La sua posizione dominante di controllo sulla Valpolicella e sulla Valdadige doveva costituire una particolare importanza per questo sito, che accanto alla curia aveva il suo palatium (centro amministrativo); divenne baluardo difensivo contro le incursioni dei barbari dal nord con i Longobardi (specialmente con Re Liutprando – 712 744), ed era una sorta di chiesa castrense. L’iscrizione del Ciborio, all’interno della pieve, indica, per l’età longobarda, la presenza di un clero residente e di alcuni funzionari pubblici, gli scari, oltre a un gastaldo, da intendersi come amministratori di beni del fisco regio in loco. E’ proprio l’importanza della via fluviale dell’Adige che spiega la rilevanza di San Giorgio nelle strategie di controllo del territorio da parte dell’Impero. Il borgo venne fortificato probabilmente nel corso del X secolo, secondo un processo di “incastellamento”, anche se non si può escludere che strutture difensive fossero qui già presenti dalla tarda antichità o dall’età longobarda. Dal XIII secolo San Giorgio perde la sua importanza strategica, pur mantenendo una certa centralità per la presenza della Pieve. Si assiste ad uno spostamento della popolazione verso gli insediamenti a valle che si sviluppano, in particolare a Sant’Ambrogio di Valpolicella che diventa centro d’immigrazione anche degli scalpellini dalle valli lombarde. Tutto ciò però, ha contribuito a trasmetterci una situazione urbanistica di San Giorgio pressoché inalterata, caratterizzata da un forte accentramento, priva di case o contrade sparse, che rimanda al castrum medioevale. Dopo la caduta degli Scaligeri e dei Visconti, nel 1405 il Vicariato della Valpolicella e quindi anche San Giorgio, passa, conservando i suoi privilegi, sotto il dominio della Repubblica di Venezia fino al 1797; diventa uno dei tre piovadeghi del Vicariato (chiesa con fonte battesimale) e gode di un lungo periodo di tranquillità e benessere. Dalla fine della dominazione veneziana, la popolazione impegnata principalmente nell’agricoltura e nella escavazione e lavorazione della pietra, alternò momenti di pace a progresso (metà anni ‘800) a momenti di emigrazione e di esodo (1876-77 / 1950-70). Ad oggi sono rimaste inalterate le antiche vocazioni di questo territorio, come la produzione agricola (olio extra vergine di oliva e vino) e la lavorazione della pietra; ad esse si è aggiunto il turismo enogastronomico e culturale, ma anche naturalistico.

Numerosi sono i sentieri che ricalcano antichi percorsi, alcuni marcati con segnavia CAI come ad esempio il “sentiero della Salute” che congiunge Gargagnago (Borgo dell’Amarone) con San Giorgio e il percorso che congiunge Sant’Ambrogio con San Giorgio attraverso le località di Sengia e Coali. Ci sono poi tutta una rete di percorsi, sentieri e stradelli che da San Giorgio si dirigono verso le località dei dintorni: Ca’ de la Pela, Monte con il suo forte austro–ungarico Mollinary, il Monte Solane, Caranzano e molti altri.

Adagiate sulle dolci colline della Valpolicella, terra dell’Amarone, le Possessioni Serego Alighieri appartengono ai discendenti del Poeta Dante dal 1353. Visitarle è un tuffo nella storia di questa nobile famiglia, che da 21 generazioni tramanda la passione per il vino e il suo territorio.
La visita include la passeggiata nel giardino e nei vigneti di proprietà, la visita alla storica cantina colma di profumati fusti di ciliegio secondo la tradizione di famiglia e al fruttaio per l’appassimento delle uve. L’esperienza culmina con la degustazione di alcuni vini pregiati.

DA VEDERE:

La Pieve di San Giorgio di Valpolicella. Al centro del castrum, la chiesa (pieve barbarico-romanica), risale al VII-VIII secolo, il che ne fa uno dei luoghi di culto, tuttora utilizzati, più antichi di tutto il territorio Veronese. Almeno in parte, l’edificio, composto da tre navate e due absidi contrapposte, è stato ricostruito agli inizi del XII sec. come evidenziano le strutture romaniche della parte orientale e del campanile. Dotata di chiostro, sala capitolare e campanile, la chiesa fu costruita su resti di precedenti edifici molto antichi; il Cristianesimo si andò diffondendo lentamente anche in Valpolicella e i luoghi di culto pagano vennero spesso sostituiti o inglobati nelle chiese. Attraverso una piccola porta aperta nella fiancata meridionale della chiesa si esce nel chiostro, edificato accanto alle case del clero; un piccolo gioiello architettonico che si illumina di rosso al tramonto. Dal chiostro si accede alla sala capitolare ora utilizzata come cappella invernale.

L’area archeologica. Dal chiostro della Pieve si accede all’area archeologica sul retro dell’abside orientale; qui sono visitabili i ritrovamenti di alcuni edifici dell’età del Ferro. Uno di questi è affiancato da una cisterna per la raccolta dell’acqua che serviva nella lavorazione dei metalli.

Il Museo-Antiquarium. A fianco della chiesa, sulla piazza del borgo, si trova l’ingresso dell’antiquarium, che raccoglie tutti i reperti della preistoria, dell’età del bronzo e del ferro e dell’età romana trovati nel paese e nei suoi dintorni. Ha una sala dedicata ai fossili custoditi negli strati della pietra sedimentaria su cui San Giorgio stesso sorge.

La via Crucis dei Lapicidi. Accanto al Cimitero, gli allievi della Scuola d’Arte (l’unica scuola d’arte italiana di proprietà comunale) hanno scolpito una via crucis speciale. Le 14 stazioni sono rappresentate da libri aperti in pietra: da un lato è scolpita la passione di Cristo, dall’altro la passione degli scalpellini e dei marmisti del Comune che hanno dovuto emigrare in cerca di lavoro.

Le Marogne. Elemento caratteristico della collina veronese, in particolare in Valpolicella, sono i terrazzamenti realizzati con muretti a secco, detti marogne. Si tratta di un’onerosa operazione di rimodellamento delle pendici dei monti favorita dall’abbondanza di mano d’opera e dalla disponibilità locale di materiale, che aveva il vantaggio i preservare il terreno dall’erosione delle acque.

Le Cave. Nei dintorni di San Giorgio ci sono numerose cave di marmo e di pietra. Si tratta in genere di marmo Rosso Verona detto di S.Ambrogio. L’escavazione procedeva in gallerie che venivano puntellate, man mano che si procedeva verso l’interno, con delle grosse colonne di pietra. A fianco a questo tipo di escavazione c’erano le cave descuerte (cave a cielo aperto) tutt’ora visibili e visitabili anche se in disuso. Ora le cave abbandonate costituiscono uno scenario magico, ricco di storia e vicende delle persone e del territorio.

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