Buon Venerdì

Buona giornata con Otranto.
Fascino d’Oriente

Il nome

Dai Romani Otranto era chiamata Hydruntum, dal fiume Idro (Hydrus) che sfocia nei pressi della città. Secondo l’ipotesi più accreditata il nome deriva dal greco ùdor kai derento, “acqua e monte”.

La storia

V sec. a.C., Otranto in epoca messapica possiede già una cinta muraria, una porta urbica e delle steli funerarie. I reperti archeologici testimoniano di commerci ricchi e frequenti con la Grecia, Creta e tutte le civiltà del Mediterraneo. Le fonti antiche ne attribuiscono la fondazione a coloni cretesi.
IV sec., con la scissione dell’Impero Romano, Otranto aderisce alla compagine orientale: Costantinopoli vi insedia i suoi funzionari e il ruolo della città diviene importante, tanto che gran parte della Puglia, la Calabria e la Basilicata prendono il nome comune di Terra d’Otranto. Morto Giustiniano, nel VI sec. Giustino crea il Ducato di Otranto. Ma è nel IX sec., con la riconquista bizantina d’Italia, che Otranto, base di sbarco per le truppe imperiali, comincia a vivere il suo periodo più florido, diventando l’emporio in cui confluiscono i commerci con l’Oriente.
845, Otranto viene invasa dai turchi per la prima volta e liberata da Ludovico II nell’867. Alle successive invasioni del 918, 924 e 928 riesce invece a resistere con successo.
1040, gli abitanti accolgono i normanni, ma nel 1061 ritornano i bizantini.
Nel 1068 la città passa definitivamente ai normanni.
Nel 1071 Roberto il Guiscardo parte da Otranto diretto in Oriente per combattere l’imperatore Alessio Comneno.
Nel 1088 è consacrata la cattedrale. Nel 1101 Venezia assedia Otranto. 1227, l’imperatore Federico II salpa da Otranto per partecipare alla crociata.
1440, gli aragonesi entrano in Otranto. Nel 1449 la flotta della Serenissima attacca la città che subisce gravi danni.
Nel 1463 ci sono altri contrasti con Venezia che, nel 1480, favorisce, o comunque non contrasta, l’intervento dei turchi che prendono d’assedio la città.
1480, Maometto II incarica dell’operazione contro Otranto Achmet Pascià. L’attacco dal mare distrugge le fortificazioni e apre una breccia in città, che è conquistata il 12 agosto.
Il comandante turco raduna ottocento abitanti, tutti gli uomini validi, e impone loro di scegliere tra la fede musulmana o la morte. Tutti ottocento vengono decapitati sul colle della Minerva. I loro teschi sono conservati nella cattedrale. L’anno dopo Ferdinando d’Aragona libera la città e la munisce di nuove fortificazioni.
1496-1508, è occupata dai veneziani. Nel 1535 subisce un nuovo assedio dei turchi, ma questa volta resiste, così come nel 1537, nel 1614 e nel 1644. Nel 1671, approda ad Otranto la squadra navale dei Cavalieri di Malta e l’anno dopo la città diviene, fino al 1715, residenza dei consoli di Ragusa e Venezia. 1744, Carlo III di Borbone fa di Otranto una piazza fortificata. 1801, Joseph Fouché, cognato di Napoleone, è duca d’Otranto.Piaceri e Sapori


Si entra nella città murata attraverso la porta Alfonsina, che con le torri della cinta muraria – la Duchesca, la Ippolita e quella di sud-ovest – offre un esempio di architettura militare, frutto della nuova fortificazione della città realizzata dagli aragonesi dopo la devastazione turca del 1480. Nel centro storico, il calpestio sommesso sulle strade lastricate di pietra viva, i vicoletti che conducono al mare, la luce accecante del Mediterraneo, l’incrocio con le palle di granito delle bombarde saracene e il giro dei bastioni, rendono visibili le parole di Roberto Cotroneo: Otranto è “una stella collassata dove c’è tutto l’universo, dove c’è la vita quotidiana e la storia, dove gli anni non passano e tutto sembra compenetrarsi, dove è facile che i fantasmi ti parlino per le strade, e dove tutti sanno di essere in un posto diverso, dove il tempo curva su se stesso, non è una retta, e curvando si richiude”. Eccoci, allora, immersi nel “tempo fermo” di questa città, davanti alla piccola basilica bizantina di San Pietro (sec.X-XI), che invita, con gli sporgenti volumi circolari delle tre absidi, ad essere percorsa all’esterno con un giro completo. Dentro è a croce greca e conserva dipinti bizantini. Tra le sue otto colonne sembra di sentire una musica di brezza, e una lunga, contemplativa preghiera. Il diario bizantino srotola le sue pagine sul tappeto dei giorni, e a un tappeto, a un drappeggio orientale, assomiglia il magnifico pavimento musivo della cattedrale (1088), la “signora di Otranto” – come la chiamava Maria Corti -, espressione massima del romanico pugliese. Nel suo sobrio scrigno di pietra paglierina – dove all’esterno risaltano lo splendido rosone di stile gotico-arabo e il portale secentesco (1674) – racchiude un interno a tre navate, scandito da quattordici colonne in granito sormontate da capitelli romanici. Al di sotto dell’abside vi è una suggestiva cripta, con pitture bizantine alle pareti e 68 colonne dagli splendidi capitelli collegate tra loro da volte a crociera. Nell’abside della navata destra sono custoditi i resti degli 800 abitanti massacrati da Achmet Pascià nel 1480 per non aver voluto rinnegare la fede cristiana. Il pavimento della chiesa è ricoperto da un meraviglioso mosaico (1166) nel quale si distinguono tre grandi aree: l’albero della vita che va dalla navata centrale alle due laterali; il pavimento musivo, dal transetto fin sotto l’altare; le figure disposte intorno all’antico altare circolare.
L’albero della vita è sorretto da due elefanti e termina con Adamo ed Eva. Sulla destra degli elefanti vi sono i suonatori d’olifante, sulla sinistra i lottatori. Tutto intorno, le figure sono ispirate dal ciclo bretone del Roman d’Arthur.
Dal transetto all’altare, il mosaico ha la forma di un tappeto orientale e mostra nei tondi i mesi con i segni zodiacali. Tra le figure intorno all’altare maggiore vi è la sequenza (tratta dalla Bibbia) di Giona che predice la distruzione di Ninive, un serpente piumato e alato che stritola un cervo, Sansone che uccide il leone, una scimmia e un babbuino che mangiano una mela mentre un cervo li osserva. Ci si può dedicare poi alla visita del castello aragonese (1485-89), fatto costruire da Ferdinando d’Aragona inglobando le fortificazioni sveve e i miglioramenti dei turchi che avevano occupato la città per più di un anno nel fatidico 1480. Cinto da un fossato, presenta una pianta pentagonale, tre torrioni cilindrici e, sul lato mare, un affilato bastione a lancia. Sul bastione vi sono gli stemmi di Antonio de Mendoza e Don Pedro da Toledo, sul portale d’ingresso campeggia lo stemma di Carlo V. I resti dell’abbazia di San Nicola di Casole si trovano a un km e mezzo dal centro di Otranto. All’antico cenobio basiliano (sec. XII) distrutto dai turchi nel 1480, si arriva percorrendo la litoranea per Santa Maria di Leuca. Oggi poco rimane di quello che è stato un grandioso monumento, oltre che un centro di cultura preziosissimo, i cui manoscritti sono conservati nei più importanti musei del mondo.
La presenza monastica in Otranto fu rafforzata dall’arrivo di monaci al seguito dell’esercito di Bellisario (535-553), che s’ispiravano all’insegnamento di San Basilio ed erano dunque la radice di quello che sarebbe diventato il monachesimo italo-greco. Resta da vedere, infine, l’ipogeo messapico nella Valle delle Memorie.


Il piatto del Borgo: orecchiette, ad esempio, vanno fatte al sugo oppure condite con ricotta forte. Anche il pesce esige di essere cucinato senza tanti fronzoli: vanno bene il polipo lesso, fritto o alla pignata (nel tipico recipiente di terracotta), la zuppa di pesce, gli spaghetti con le cozze.


Il prodotto del Borgo: L’olio extravergine di oliva del Salento è tra i migliori d’Italia. Tra i numerosi vini Doc, si segnalano l’Alezio, il Copertino e il Salice Salentino.

ALCUNE FOTO:

0 Comments

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *