Caserta – Giovedì 16 novembre presentazione del libro “Annotazioni liriche” di Brandisio Andolfi

Caserta – Giovedì 16 novembre, ore 17, presso La Canonica in  Piazza A. Ruggiero, presentazione del libro “Annotazioni liriche” di Brandisio Andolfi “. Presenta Vanna Corvese, coordina Anma Giordano. Segue dibattito.

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BRANDISIO ANDOLFI

Nasce a Casale di Carniola nel 1931; fin da bambino vive a Sessa Aurunca, sua patria culturale per un quarantennio, poi si trasferisce a Caserta dove risiede.

Laureatosi in Lettere Moderne a Napoli è stato docente nelle scuole superiori. Poeta, scrittore e saggista ha pubblicato dodici libri di poesie: Riflusso, 1985; Nel mio tempo, 1986; Oltre la vita e la memoria, 1988; Ai limiti del silenzio, 1990; Sulla fuga del tempo, 1991; La voce dei giorni, 1992; Aprire la finestra, 1993; Come zampilla l’acqua, 1995; Il diario della sera, 1996; Alberi curvi d’acqua, 1997; Il mondo è la parola, 1998; Dentro la tua presenza, 1999. In campo critico si ricordano i saggi su Vincenzo Rossi, Gaetano Andrisani e Rudy de Cadaval.

Sulla sua produzione letteraria e poetica è stato scritto da Antonio Crecchia il saggio La dimensione estetica di Brandisio Andolfi tra poesia e critica. Come storico ha pubblicato Muzio Attendolo Sforza. Un condottiero alla Corte di Giovanna II di Napoli, 2001; I luoghi della memoria, Sessa Aurunca 1930-1970. È presente in antologie e studi critici autorevoli.

 

 

Prefazione

Brandisio Andolfi, che conosco e seguo da molti anni nel suo instancabile cammino culturale e letterario, è poeta e scrittore ben noto al pubblico degli intellettuali, presente in numerose antologie poetiche, dizionari storici e riviste letterarie; ha al suo attivo la pubblicazione di una ventina di sillogi poetiche, di due saggi storici (Muzio Attendolo Sforza, un condottiero alla corte di Giovan­na II di Napoli e I luoghi della memoria. Usi costumi, mestieri, tradizioni e ricordi di guerra a Sessa Aurunca negli anni 1930-1970), di vari studi critici, quali: Vincenzo Rossi, poeta, narratore e saggista; Gaetano An­dri­sani, poeta; Su Rudy De Cadaval, poeta; Una vita storicizzata su Muzio Attendolo Sforza; “Tre umanisti Campani: Giannantonio Campano, Elisio Calenzio e Luigi Tansillo”; “Antonio Crecchia. L’uomo, il poeta, il saggista”. Numerosi i primi e secondi premi conseguiti per la poesia dal 1985 ad oggi in Italia e all’estero; a questi vanno aggiunti vari Premi per meriti culturali, con diploma d’onore e motivazione d’encomio ri­lasciati da Università degli Studi, Enti, As­sociazioni culturali, Comuni, Province e Regioni d’Italia. Per una conoscenza approfondita di questo valente e prolifico Autore, rimando all’antologia critica Brandisio Andolfi nel giudizio della critica, a cura del sottoscritto (BastogiLibri, Roma 2014, pagg. 280).
Recentemente mi ha fatto pervenire questa ennesima raccolta di versi al fine di stilarne una presentazione. Quaranta cartelle manoscritte aventi quasi tutte pari lunghezza: indice di un rigore “visivo” che si accompagna a quello riflessivo.
Dentro la logica del pensiero andolfiano ci sono molteplici cose – fatti, eventi, esperienze personali, idee, sogni, desideri, ricordi, gioie, dolori, paure ecc. – che devono in qualche modo essere sottratte all’oblio del tempo, “registrate” nella forma più consona alla specificità professionale dell’autore. Da qui il titolo: Annotazioni Liriche.
Anche il poeta, a suo modo, è un cronista del tempo che passa, un osservatore dei moti dell’anima, delle attività della mente, delle inclinazioni del cuore, delle fenomenologie naturali, sociali, storiche, politiche, culturali… In Annoto ricordi, la genesi del suo intento comunicativo e divulgativo, la volontà di “annotare” ricordi ed eventi: “ricordi che di notte mi figuro / e di giorno fisso in versi per non dimenticare”.
Nel felice, sereno e dinamico rapporto con se stesso, la realtà e il mondo esterno, il poeta casertano dispiega le sue innate attitudini psicologiche all’osservazione, alla riflessione, all’espressione in forma chiara, colloquiale, esaustiva, accessibile alla comprensione di qualsiasi lettore, senza la pretesa di costruire un “prodotto letterario” vincolato ai canoni di una scuola, di un movimento, di una corrente culturale propiziatrice di una poetica dagli aspetti definiti e delimitati, di uno stile dalle caratteristiche formali incline all’osservanza rigida dei versi, delle rime e delle strofe.
Il nostro autore è consapevole del suo modo di fare poesia, della sua predilezione per la forma colloquiale, prosastica, caratterizzata da un tono piano, discorsivo, familiare, dando ai versi un’estensione al­quanto ampia, ponendo cura e attenzione alle giuste connessioni consequenziali, all’implicanza dei legami sintattici, con il frequente ricorso all’enjambement (inarcatura), con vistose alterazione tra l’unità del verso e l’unità sintattica.
In questo modo egli può liberamente, consciamente, dare sfogo alla sua sensibilità descrittiva, rappresentativa e informativa con cui ricrea e connota i vari universi naturali e antropologici (individuale, sociale, culturale, storico, epocale…) che costituiscono i contenuti delle sue Annotazioni liriche; entrare nella psicologia del “suo” profondo, allungare lo sguardo e l’attenzione sulla vasta gamma della fenomenologia sociale; richiamare alla memoria eventi storici che hanno in qualche modo “impressionato” la sua coscienza di uomo “giusto”, amante della pace, dello studio, del lavoro, del prossimo, dell’evoluzione armonica delle specie vegetali, animali e umane; farsi testimone “critico” di una real­tà epocale dominata dall’incoscienza, irrazionalità e violenza volontaria, finalizzata all’oppressione e/o soppressione dell’altro, sono operazioni intellettuali pressoché quotidiane del Nostro, annotate con la coscienza di compiere un dovere verso se stesso…
I motivi ispiratori, nella poesia di Brandisio Andolfi, sono tanti e procedono su una linea di discontinuità riguardo alla materia d’indagine, in cui l’autore pas­­sa facilmente da soggetto pensante a oggetto di ri­flessione.
Quale soggetto pensante, la bipolarità del tempo e dello spazio è caratterizzata da un’asimmetria di contenuti che, nel corpus poetico di Annotazioni (ma anche in precedenti raccolte) includono le varie e ricorrenti fenomenologie naturali/stagionali, visioni cosmiche, eventi e accadimenti di vita cittadina, approfondimenti di natura etica e sociale, fatti quotidiani di cronaca, puntualizzazione delle devianze e incongruenze storiche, con i suoi corollari di comportamenti umani anomali, aberranti, riprovevoli, “barbari” e le insorgenze di problematiche di portata biblica, tra cui il flusso migratorio ininterrotto, dilagante, invadente – dall’Africa verso l’Italia e i paesi europei – difficile da gestire, controllare e prevedere le conseguenze sul piano della stabilità e sicurezza interna degli stati ospitanti.
Quale soggetto di riflessioni, annota l’abituale attitudine a immergersi nelle pieghe della sua intimità; svela la sua natura pacifica, meditativa, incline ad una fi­losofia di vita che ha come fine la crescita sapienziale, l’arricchimento continuo dello spirito, la disponibilità al confronto, la dialettica rivelatrice di pregiudizi, presunzioni e false convinzioni che allignano nelle persone “drogate nel cuore e nella mente”.
Sempre bene informato dei fenomeni che quotidianamente travagliano il cammino delle società post moderne, ha ben presente i baratri profondi che si sono aperti lungo i sentieri accidentati della storia dell’umanità, lacerata da contrapposizioni ideologiche, smarrita e incredula a fronte di aberrazioni che ogni sana ragione rifiuta di accettare come scelta in ossequio ad una fede che fa dell’uomo una “bestia più bestia delle bestie”, dal momento che ha perso le più elementari caratterizzazioni dell’essere umano. E il pensiero va “ai feroci tagliagole senza pietà; / i terroristi arabi che uccidono per Allah”, assuefatti al “progresso della morte”.
Netta e decisa la condanna dell’integralismo religioso e del terrorismo ad esso collegato, dei suoi ignobili e fanatici seguaci “tagliagole” che uccidono, con insana ferocia, in nome di un dio, ma in realtà per soddisfare la sete di potere di loschi personaggi destinati a bruciare in eterno nelle fiamme più alte dell’inferno. Interprete della coscienza collettiva, civile, radicata ai valori perenni della nostra tradizione etica e religiosa, punta il dito contro i fantasmi fideistici assassini nutriti di odio e vendetta contro chi dissente dai loro assiomi ipocriti, tribali e oscurantisti.
Il Nostro farebbe volentieri a meno di leggere sui quotidiani fatti e misfatti che intristiscono e addolorano, chiacchiere e pettegolezzi che procurano noia e disgusto; banalità che egli, da “uomo colto odia e detesta”, nauseato dalle notizie che raccontano e commentano omicidi, suicidi, stupri, furti, rapine, atti di violenza gratuita sulle persone, comportamenti lesivi e azioni deturpatrici contro la natura: tutte “cronache mediatiche” che “servono a soddisfare mente e vista” ma “non lo spirito desideroso di nutrirsi / di sana cultura”.
Solitudine e silenzio: condizioni indispensabili per il poeta allorché avverte il bisogno di istituire un sereno colloquio con se stesso, “leggere nelle pagine dell’anima / sentimenti che fanno l’uomo / sciente e co­sciente del mutar del tempo”. E nei mutamenti del tempo – precisa l’autore – avvengono anche le trasformazioni fisiche, mentali, biologiche, pulsionali ed emotive dell’individuo, il quale, come tutti gli esseri viventi, nasce, si nutre, cresce, si riproduce, “si consuma e si riforma”, muore, in un contesto temporale “in fuga”, che “muta tutto in eterno / della natura e le sue creature”. In definitiva, è ragionevole affermare che “Si vive l’attimo del tempo in moto come la storia, / mai definita” poiché “il tempo è infinito”. Qui, l’Andolfi, fa sua la concezione del “tempo cosmico”, inteso come infinito e ingenerato, preesistente alla creazione dell’universo materiale e ad esso susseguente.
È di conforto, però, la memoria del tempo vissuto: il ricordo delle stagioni della vita e dei suoi rapporti affettivi con gli ambienti “aprichi”, le persone familiari, gli amici, i paesaggi dell’anima, le forze ignote e arcane che muovono “la natura e tutte le sue creature”, la no­stalgia dell’adolescenziale mondo agreste dove egli tracciava “solchi” per i suoi pensieri, mentre il solerte genitore “andava libero per i sentieri verdi / in compagnia di Pan”. Con pacata e sorvegliata affabilità di stile, il poeta proietta luce e calore sulle istanze originarie che hanno determinato le sue reazioni sentimentali, desideri, paure, dolori, illusioni e delusioni, volontà e necessità di alzare la voce, ora di comprensione ora di condanna, a riguardo del dispiegarsi di una cosmicità alienante, che rifluisce velocemente e vorticosamente verso oscuri e allarmanti sentieri esistenziali, minati da spinte distruttive, che preludono alla pietrificazione di ogni senso di libertà e di umanità.
Tuttavia, anche se “non ragiona più l’uomo di oggi”, avendo “fuso il cervello con le varie droghe” – alimentari, chimiche, culturali, ideologiche, storiche e religiose – la speranza e le ragioni di costruire un futuro a misura d’uomo, non mancano, non sono state del tutto affondate nella melma pestifera in cui è vilmente caduta la narcotizzata civiltà contemporanea. Poiché “ancora una volta, avrà pietà / dei propri figli Madre natura / ridando loro sicura vita nuova”, verranno al mondo uomini intelligenti, giusti e probi, animati dai “buoni propositi ricevuti in dono / dalla Sapienza antica dell’Origine”, che sapranno sconfiggere e piegare alla ragione “i figli di un dio minore” che, “con principi diversi e imperfetti / obbediscono a una legge senza fede, / priva di un’etica d’amore e di pace”.
Chiude il libro un componimento che vuol essere, per l’autore, una confessione biografica e uno sfogo dell’anima; un ribadire le sue “origini di modesto lignaggio, / di buona casata contadina”, le amorose cure ma­terne e paterne volte a fornirgli “l’ammaestramento ne­cessario per la vita, / l’incoraggiamento per lo studio e il dovere”, attraverso i quali si è reso cittadino esemplare e operatore culturale ammirato per la sua missione educativa e “i prodotti culturali” nati dalle sue naturali di­sposizioni alla poesia, alla ricerca storica e al sapere in generale. Qualche rammarico per aver visto disattese e sfumate le giuste aspirazioni professionali dei suoi familiari.
Con l’abituale modestia connaturata al suo carattere franco, libero da velleità e presunzioni di chi è im­prigionato nel proprio ego ipertrofico, lascia ai lettori del futuro il giudizio definitivo sul “valore” contenutistico ed estetico del suo ampio e solido edificio letterario.

Antonio Crecchia

 

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