C’era una volta. Ci sarà ancora?

 di Lino Lavorgna. http://www.confini.info/Temcopnew.htm

Sei milioni di anni fa i nostri antenati vivevano sugli alberi. A mano a mano che diventavano più numerosi, però, furono costretti a scendere per recarsi “altrove”, in cerca di cibo.
Attraversare la savana era molto pericoloso: l’erba alta impediva l’orientamento e li esponeva agli attacchi degli animali feroci. I primi ominidi pertanto, pensarono bene di “sollevarsi” e di camminare su due soli arti, in modo da sovrastare l’erba e avere una visione d’insieme più ampia. Si resero conto, poi, che i due arti liberati potevano essere sfruttati per tante altre funzioni. Artrosi ed ernia del disco sono alcune tra le più note conseguenze di questo processo evolutivo non ancora ultimato, che ha visto i quadrupedi trasformarsi in bipedi, concentrando sulla colonna vertebrale e le gambe il peso che prima si dipanava su quattro arti.

Quanta strada è stata percorsa da allora. Da un piccolo spostamento per reperire nuovi spazi vitali, l’Uomo è oggi in grado di concepire viaggi intergalattici per esplorare lo Spazio e raggiungere Pianeti lontanissimi.
Se realizzassimo un grafico che evidenziasse il progresso scientifico, vedremmo una retta lunghissima che s’innalza progressivamente dal punto di partenza fino ai giorni nostri. Se analizzassimo, invece, la capacità degli esseri umani di vivere in armonia con se stessi e con il prossimo, non avremmo lo stesso risultato.
Il “gap” tra progresso scientifico e progresso umano costituisce la difficile e fascinosa “queste” che appassiona tanti studiosi e che è ben lungi dall’aver offerto risultati certi e condivisi.
La tesi più plausibile, a mio avviso, è quella che imputa al progresso scientifico una continua fagocitazione del genere umano, incapace di reggerne il passo.
Ai tempi di Alessandro Magno era l’Uomo, con il suo pensiero, la forza e la capacità d’azione, il centro dell’Universo. Pensiamo, ad esempio, cosa fu capace di scrivere Dario III, morente, proprio ad Alessandro, che gli aveva sventrato il vasto impero: “Figlio mio, Alessandro, pensa cosa ero e guarda cosa sono. Senza neanche una persona vicina per chiudermi gli occhi. Fa che i Macedoni e i Persiani sostino in lutto per me, prendi mia figlia Statìra per moglie, così che il seme di Dario e di Filippo si mescolino in uno e che i nostri due mondi divengano uno solo. Nelle tue mani affido il mio spirito”. Non vi è odio, non vi è rancore nell’imperatore sconfitto, bensì una superiore visione della vita. Come noto, Alessandro inseguì per un anno Besso, il satrapo che assassinò Dario sperando di ingraziarsi il nuovo dominatore del mondo, e lo giustiziò: “perché solo un re può uccidere un re”.

Diciamo la verità: questi concetti, prima ancora che lontanissimi, ci appaiono inesplicabili, anche se a nessuno può sfuggire la loro forza intrinseca, soprattutto considerando cosa sarebbe il mondo di oggi se l’auspicio di Dario si fosse avverato.
Alessandro era contemporaneo e allievo di Aristotele, a sua volta discepolo di Platone. Prima di loro vi erano stati Socrate e i presocratici.
La storia della Filosofia, più di ogni altra cosa, è in grado di delineare il cammino dell’uomo nelle sue varie fasi epocali. Ma con Nietzsche questo processo s’interrompe, perché dopo di lui il “pensiero” muore e vive di luce riflessa, o di disgustosi rimescolamenti.
Perché? La rivoluzione industriale crea nuovi modelli sociali, nuovi interessi, nuovi bisogni. Inizia la scissione tra l’uomo e ciò che l’uomo crea. L’economia incomincia ad avere il sopravvento sulla “politica” e quando poi partorisce il mostro chiamato “finanza”, la disgregazione è totale.
Un virus s’impossessa del genere umano, condizionandolo in tutti gli aspetti dell’essere. Alcuni sono così abili da riuscire a convivere con il virus, sfruttandolo a loro esclusivo vantaggio, pur essendone contaminati. Altri, invece, in maggioranza, lo subiscono trasformandosi in zombi, incapaci anche di vedere e assumere i tanti antidoti che comunque esistono, periodicamente creati dai pochi “eletti”, appannaggio di ogni era e per retaggio ancestrale immuni da ogni sorta di virus.
La lotta tra bene e male, che è antica quanto l’uomo, diventa una lotta impari perché il male riesce a dotarsi di strumenti di distruzione di massa molto più potenti e “fagocitanti” degli antidoti prodotti dagli eletti al servizio del “Bene”.

In Occidente, soprattutto, si creano le più gravi disarmonie, che ben presto si trasformano in un boomerang. Nessuno è in grado di fronteggiare il problema e ciascuno si comporta come il rospo buttato nell’acqua calda, che diventa via via sempre più calda. Invece di reagire saltando dalla pentola, il rospo cerca di adattarsi al crescente calore, producendo uno sforzo tremendo. Quando l’acqua diventa bollente, però, il rospo muore. Non per l’eccessivo calore, ma per le forze che gli sono venute meno nel momento in cui ha deciso di saltare. Le ha sprecate tutte cercando di “adattarsi”. E’ quello che sta succedendo alla nostra società.
Volontariamente ho tenuto lontano da questo articolo qualsivoglia tono nostalgico. La nostalgia ha il suo fascino, indubbiamente, anche se talvolta è un sottile artifizio per mascherare le proprie manchevolezze.
E’ un dato di fatto che il mondo contemporaneo ha tante crepe che ieri non c’erano. Ma queste crepe non sono nate d’incanto dall’oggi al domani. E le crepe, comunque, non sono mai mancate.
Capire bene cosa c’era una volta, pertanto, scindendo il grano dal loglio, è fondamentale per correre ai ripari, ammesso che sia ancora possibile.
L’uomo contemporaneo sta tentando scioccamente di inserire in un sistema “finito” – il pianeta in cui vive – qualcosa di “infinito”, ossia la crescita esponenziale.
Non è possibile continuare su questa strada e il perché, molto meglio di me, lo ha spiegato magistralmente, già nel 2005, uno dei miei tanti maestri: Alain de Benoist.
Consiglio senz’altro, pertanto, di leggere il suo saggio “Comunità e Decrescita – Critica della Ragion Mercantile” Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale”, che consente di aprire una finestra su quel mondo nuovo cui tutti aneliamo, senza essere però ancora capaci di costruirlo. Quando avremo realizzato questo processo, sarà bello, anzi bellissimo, raccoglierci attorno a un camino e viaggiare nel tempo per raccontarci, anche con un pizzico di nostalgia, ciò che c’era una volta.
Ora, purtroppo, non c’è tempo per questo, perché è tempo di combattere.

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