Claudiano

Stendhal era così innamorato di Milano, da esprimere il desiderio di esservi sepolto. Manuel Filho Zane, sbocciato sotto il sole del Brasile, ha respirato il grigiore di questa città frenetica e caotica. L’amore è cieco, si dice. Anche quello per l’ambiente in cui si vive. Claudiano grandissimo artista ricco di umanità, a Milano ha trascorso tantissimi anni, abitando in una casa di ringhiera sprovvista di ascensore, ma ancora immersa nell’atmosfera familiare di una volta; e non si stancava di decantarlo, questo porto aperto a tutti quelli in possesso della voglia di fare. E quella voglia Claudiano ce l’aveva.

   Lo conobbi qualche anno fa, grazie al mio collega e amico Piero Lotito, che scrive anche libri. Mi parlò di lui, e quando si accorse di aver stuzzicato la mia curiosità, si offrì di accompagnarmi, regalandomi una di quelle giornate in cui mi sento arricchito.

   Eccomi dunque di fronte ad un uomo color cioccolato, espansivo, travolgente, che con i suoi ricordi commuoveva, divertiva. Mi dette subito del tu, trattandomi come un vecchio amico resuscitato, mentre Piero mi lanciava occhiate furtive ed eloquenti: “Vedi, è come te lo avevo descritto. Valeva la pena ascoltarlo”. Claudiano anticipava le domande, spalancava pagine della propria vita non solo professionale, con una spontaneità e una sincerità insolite. Mai reticente, pronto a duellare con la mia impertinenza, con sorrisi caldi, disarmanti. Mi parlò delle sue origini, della sua infanzia, delle sue esperienze, della sua carriera costruita mattone su mattone ben cementati, e delle persone che aveva conosciuto. E quando la conversazione stava per concludersi, mi raccomandò di tornare a fargli visita tutte le volte che avessi avuto tempo. Mi telefonò quando uscì l’articolo sul “Giorno” per ringraziarmi ripetutamente, come un neofita.. Mi ritelefonò per sapere se avessi notizie di Piero, che non sentiva da qualche mese. “Sta male, ha qualche problema?”. “Ma no, Claudiano: Piero a volte è come una favilla che balugina nel cielo di notte. Starà scrivendo un libro o un articolo. E poi lui è ancora legato alla sua scrivania al giornale; non è a spasso come me”. L’ironia lo fece ridere: era anche una delle sue virtù.

   Claudiano, grande, grandissimo. Ancora una volta è stato Piero Lotito a parlarmi di lui.  Ma questa volta per darmi una notizia che mai avrei voluto ricevere: “Sai, Claudiano si è spento nella casa di riposo per musicisti ‘Giuseppe Verdi’. Era lì dal 7 febbraio 2012. L’ho ricordato nel mio ‘Colpo d’occhio’ sul ‘Giorno’”.

   Se n’è andato, “il cantante spiritual dalla voce gioiosamente melodiosa, come quella di un fringuello; ballerino, showman.…”.

   Quando una persona cara scompare, avverti un vuoto; e subito pensi che non sia possibile. E ti avvilisci, se, trasmettendo ad altri il messaggio, senti commentare: “In fondo aveva più di 90 anni, aveva fatto la sua vita”. Odio l’anagrafe, la prima violazione della “privacy. ” Piero mi ha chiesto con garbo di scrivere un ricordo. Non ho perso tempo. Ho obbedito a un mio bisogno. E ripensando a quelle ore nella casa di Claudiano in via Imbonati, per la verità un tantino disordinata, tipica di chi non dà importanza alle cose e al posto che dovrebbero avere, me lo immagino ancora seduto su un fianco del letto, accanto alla finestra, mentre si rivolge a me, che me ne sto dietro al tavolo, dove non c’è spazio neppure per uno spillo, e faccio fatica a prendere nota del suo racconto che spumeggia come una bottiglia di “champagne”.

   Nella metropoli accarezzata dai navigli, queste vie liquide un tempo più animate di oggi, non si sentiva straniero. E parlava un italiano senza contaminazioni. La nostra lingua gli piaceva. “E’ quella del belcanto”, aveva dichiarato a Lotito, che gli aveva chiesto se avesse un pizzico di nostalgia per la Milano di una volta, così diversa. Ne aveva. Ma ne aveva soprattutto per il mare. Gli mancava, il mare; gli mancavano il profumo della salsedine, le crespe d’argento, la musica dell’onda che lecca la rena. Per fortuna – confessava – aveva amici che gli glielo facevano ammirare ad Alassio.

   Era un uomo straordinario. Evocava la sua brillante carriera commuovendosi, scherzando, provando gioia, senza mai esaltarsi. Affascinava, coinvolgeva, celebrava Milano.  Qual è la sua parte più bella? “Se ami una città, non puoi dire dove splenda di più”. Sarebbe come dire che una donna è bella ma ha le gambe storte. Quando passeggiava lungo il Naviglio Grande pensava al Brasile; quando era a Rio de Janeiro pensava a Milano. Aveva due amori. “Negli anni Sessanta dove sono nato c’era un razzismo subdolo. Se un lavoro teatrale comprendeva un personaggio di colore, l’interprete doveva essere un bianco con la faccia tinta”.

   Quando decise di venire in Europa, in patria era già popolarissimo, avendo partecipato a molte trasmissioni radiofoniche e televisive e a quattro film. Sostò per sei anni a Parigi, frequentando tante celebrità dello spettacolo, da Yves Montand a Simone Signoret, a Charles Aznavour, e lavorando con Josephine Baker. Ne ’62 approdò infine a Milano, e cominciò ad andare in Galleria del Corso, allora affollata da tante case discografiche, dalla Carosello alle Messaggerie Musicali; e strinse rapporti con Giovanni D’Anzi e altri; in seguito con Wanda Osiris, Giulietta Masina, Nilla Pizzi, Walter Chiari, Pippo Baudo, Mia Martini, “alla quale volevo bene come a una sorella”, Paola Borboni, che gli dedicava molta cordialità. Era facile nutrire affetto per Claudiano, dalla simpatia spiccata, traboccante.  Tra l’altro, era uno dei primi a portare la musica brasiliana nella terra del Porta. Amico dello “chansonnier Enrico Simonetti, cantò con lui in un locale di Alassio. Fece poi due serate a Saint Vincent con il balletto “La Brasiliana”, quindi al “Carcano” di Milano. Ne ha raccolti di applausi entusiastici, questo ballerino, showman, attore di cinema e di teatro, cantante. I suoi pezzi forti? “Festa para un rei negro”, “Charlie Brown”… ”La mia famiglia d’origine era povera, ma non quella in cui sono cresciuto. Mi portavano sempre al cinema: la prima volta avevo 4 anni. A casa, poi, imitavo gli attori seguiti dalla platea. Fui affascinato dalla danza assistendo a un film con Fred Astaire. A 19 Anni conquistai il palcoscenico. Studiavo molto, sui libri usati”. A 21 anni incontrò Julia, una ragazza ebrea che si era rifugiata in Brasile durante la guerra. La vide in un bar, prima di trasferirsi a Parigi, dove lei andava a trovarlo.

Oltre che grande artista, Manuel Claudiano Zane era un uomo molto generoso. Si dava da fare per aiutare chi aveva bisogno. Nel ’70 – ricorda Piero Lotito – scoprì i bambini di un orfanotrofio di Cinisello Balsamo e ne rimase colpito. Si era imbattuto in tanta gente ricca e la coinvolse. Distribuiva l’indirizzo e sollecitava la solidarietà. Era anche un uomo di fede. Se riceveva un torto, pregava. Dalla fede derivavano il suo buonumore, la sua letizia, la sua fiducia nel prossimo. Il giorno in cui, sbucando dalla Galleria Vittorio Emanuele, vide il Duomo con le sue guglie merlettate “mi venne quasi uno svenimento”.

Adesso Claudiano è in un punto più alto del Duomo. Da lì forse prega per migliorare il mondo, che va in rovina.

Franco Presicci

 

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