COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 2 MAGGIO 2021 A CURA DI DON FRANCO GALEONE

2 maggio 2021-V Domenica di Pasqua – (Anno B/TO)

IL REGNO DI DIO TRA CRESCITA E TENSIONI

Prima lettura: La chiesa cresceva nel timore del Signore (At 9,26). Seconda lettura: Non amiamo a parole né con la lingua! (1Gv 3,18). Terza lettura: Chi rimane in Gesù fa molto frutto (Gv 15,1).

La prima comunità cristiana era attraversata da tensioni tra conservatori e innovatori (I lettura); la comunità di Gerusalemme tendeva a custodire le tradizioni: l’apostolo Paolo si presenta come portatore di innovazioni, ma prima di diffondere le sue idee sente il bisogno di farsi accettare dalla chiesa-madre di Gerusalemme. Ogni crescita è sempre accompagnata da tensioni. Le tensioni, che anche oggi attraversano la chiesa, possono rivelarsi feconde, a condizione che siano vissute nella carità. Per questo non basta possedere la fede ma occorre anche la carità: “Non amiamo a parole, ma con i fatti” ci esorta san Giovanni (II lettura). Per definire bene il nostro rapporto con Gesù, egli non poteva trovare un’immagine più poetica e realistica come quella della vite e del tralcio: il tralcio è un prolungamento della vite, su di esso cresce il grappolo, ma la linfa che lo nutre gli viene dalla vite (vangelo).

Io sono la vera vite

È un problema quello di distinguere la vera vite: abitiamo un mondo popolato di viti, che producono messaggi tossici. Ogni vite promette frutti di salvezza, un vino inebriante e alla fine qualcuno arriva anche a pensare che tutte le viti si equivalgono, che tutte le religioni sono uguali, che Cristo o Maometto fa lo stesso. La nostra vita è un’infinita ricerca di questa “vera vite” che salva, di quest’albero che salva. Una ricerca umile ed onesta, che esige libertà interiore. Ogni uomo è così alla ricerca di un “Santo Graal” che si rivela a chi cerca con amore la libertà. Il vangelo ci esorta a stare uniti a Gesù, come il tralcio alla vite. Il tema della vite è molto sviluppato nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Qui è presente però una novità: la vite non è il popolo ma è il Signore. Se facciamo il male, ci stacchiamo da Cristo, vera vite. Aut vitis aut ignis: così Agostino con il suo latino lapidario. L’immagine della vite suggerisce che la fede è intimità, e ce lo ricorda il verbo rimanere, dimorare. Alla pallida religiosità di molti cristiani, tutta folclore ed esteriorità, Cristo chiede un’adesione cordiale e radicale, come il legame nuziale. Ma la fede è anche sofferenza, e ce lo ricorda il verbo potare, tagliare, ma sempre perché porti più frutto. Dio ci toglie una gioia perché ce ne vuole offrire una più grande! “Le mani di Dio sono mani ora di grazia ora di dolore, ma sempre di amore”, ha scritto D. Bonhoeffer, pastore protestante, morto impiccato nel carcere nazista di Flossenbürg.

Paolo, il tollerato!

L’ingresso di Paolo nel gruppo dei credenti non fu facile né indolore, come sempre accade quando nelle strutture ordinarie occorre iniettare novità straordinarie. I primi apostoli erano tutti brava gente, ma integralista, pronta a fare quadrato, anziché a sperimentare il pluralismo. Paolo si era convertito, ma aveva idee troppo nuove, e in tutta la storia della chiesa queste due componenti (il dinamismo paolino e la prudenza petrina) saranno presenti con alterne vicende. Gerarchia e profezia, tradizione e innovazione, antico e nuovo: due dimensioni necessarie, altrimenti o si va incontro all’invecchiamento o a pericolose fughe in avanti. La fortuna di Paolo fu che c’era Barnaba! È una schematizzazione semplicistica, che pure fotografa 20 secoli di storia del cristianesimo. Pensate, per esempio, durante il nostro risorgimento: i fautori del potere temporale riuscirono a imbavagliare quei pochi profeti che volevano una chiesa povera e libera. Da un lato, Don Margotti, Pio IX, e tanti altri sostenevano “né eletti né elettori”; dall’altro, i tanti Caputo, Pazzaglia, Scalabrini, Tosti, Bonomelli … furono respinti “extra castra”. Le tensioni diventano illegittime solo quando provocano settarismo e divisioni. Aveva ragione Papa Giovanni quando diceva: “Nelle cose necessarie, l’unità; nelle cose facoltative, la libertà; sempre la carità”. Buona Vita!

Parabole di Gesù per il nostro tempo.

C’era una volta un brav’uomo chiamato Ismaele, che abitava in una villetta lungo il fiume. Aveva piovuto molto, e il fiume si era gonfiato pericolosamente. Allora s’inginocchiò e cominciò a pregare: «Signore, salvami!». In quel momento sentì una voce dall’alto: «Non avere paura, Ismaele!». Ismaele, pieno di gioia, si rialzò e riprese le faccende quotidiane. Alle undici l’acqua del fiume continuava a salire e Ismaele si rifugiò al piano superiore. Passò una barca dei pompieri e uno di essi gli gridò: «Presto, venga via con noi!». «No! Ho chi mi salva!» rispose Ismaele. Alle tredici l’acqua raggiunse le grondaie. Passò una barca della Protezione Civile e una voce gli gridò: «Venga via subito!». Ismaele rifiutò: «Ho un protettore, io!». Alle diciassette l’acqua superava le grondaie e Ismaele salì sul tetto. Passò un gommone della Croce Rossa. Invano cercarono di portar via Ismaele: «Non ne ho bisogno. Ho chi mi salva, io!». L’acqua continuò a salire e alle venti Ismaele annegò. Appena si ritrovò in Paradiso, Ismaele andò su tutte le furie: «Hai detto che pensavi a me? E invece sono annegato!». Il Signore lo fissò pieno di bontà. «Ma io ho pensato a te, Ismaele. Tre barche ti ho mandato!». Morale: Il Signore ascolta sempre le nostre preghiere, ma noi non ce ne accorgiamo!

השׁרשים הקדשים = Le Sante Radici

Per contatti: francescogaleone@libero.it

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