Commento al Vangelo di domenica 6 Dicembre a cura di Don Franco Galeone

6 Dicembre 2020 – II Domenica di Avvento/B

NEL SILENZIO PER ASCOLTARE LA VOCE

Prima lettura: Preparate la via al Signore! (Is 40,1). Seconda lettura: Aspettiamo nuovi cieli e terra nuova (2Pt 3,8). Terza lettura: Raddrizzate le vie del Signore (Mc 1,1).

Prima lettura: Consolate, consolate il mio popolo!

1) I primi anni d’esilio a Babilonia furono difficili; ma, in seguito, gli ebrei si adattarono e alcuni raggiunsero anche buone posizioni socio-economiche. Dopo circa 40 anni, ecco sorgere un profeta illuminato e un teologo geniale, chiamato dagli studiosi Deuteroisaia, autore dei capitoli 40-55. Comprende che il regno di Babilonia sta crollando sotto i colpi del nuovo re persiano Ciro. Giungeva il momento della liberazione, del ritorno a Gerusalemme. Pochi, però, gli diedero retta: molti si erano integrati fino a dimenticare Abramo e Mosè. La storia della salvezza continuò senza di loro: il pericolo maggiore dell’esilio non fu la schiavitù ma la dimenticanza di Dio. Il messaggio del Deuteroisaia è sempre attuale! Con questo testo il profeta anonimo del VI secolo a.C., che vive con il popolo deportato a Babilonia, vuole consolare il suo popolo: c’è, in prospettiva, il ritorno a Gerusalemme. In pratica, viene annunciata la sconfitta di Babilonia da parte della potenza crescente di Ciro, re dei Medi e dei Persiani. Ma la profezia non è molto esplicita per timore di una reazione violenta da parte dell’autorità babilonese. Così il futuro viene raccontato riferendosi all’uscita dall’Egitto ottenuta al tempo dell’esodo con Mosè. Il testo sviluppa 4 parti: la consolazione e la sua causa (1-2), il nuovo esodo (3-5), la Parola di Dio è efficace (6-8), il Signore è re e pastore (9-11).

Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio

2) La prima parola utilizzata da Marco all’inizio di questo Vangelo è il termine greco Ἀρχὴ, Archè (Mc 10,6; 13,8.19), che significa l’«inizio»; in questo caso l’«inizio di un racconto» (Marcus Joel). Questo vuol dire che, per conoscere Gesù, la prima cosa è il Vangelo. Però Marco non parla solo di «Gesù», ma di «Gesù Cristo». Due parole che nell’uso della Chiesa si sono unite in una sola, quasi fossero cognome e nome. Ecco perché molta gente non parla di Gesù, ma di «Gesù Cristo». Gesù è il nome di una persona, Cristo è il nome di un compito: l’«unto», il «messia». Se ci fermiamo solo a «Gesù», ci stiamo riferendo all’umile galileo di Nazaret. Se diciamo «Gesù Cristo», non parliamo più semplicemente del Nazareno, ma stiamo parlando di Gesù esaltato nella gloria come Signore (Rm 1,4). A molte persone importa il «Signore della gloria». Ma l’inizio, il punto di partenza non è (e non può essere) il Cielo, ma la Terra, la nostra storia, la vita degli esseri umani. Dire «Gesù» non significa negare che il Nazareno sia stato glorificato ed esaltato alla Gloria del Signore e messia, il figlio di Dio. Ma, mentre è stato su questa nostra terra, è stato «Gesù».

3) Pochi libri, a mio parere, hanno un incipit così solenne e incisivo come quello del Vangelo di Marco. Si prova sempre un certo tremore e timore nel riascoltare le parole del profeta Isaia, nel rivedere, come uscito dalle ombre del passato, la gigantesca e fragile figura di Giovanni Battista, vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle, il cui cibo erano locuste e miele selvatico. Il Vangelo, il lieto annuncio, ha il suo primo missionario in Giovanni Battista, cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Il Vangelo di oggi ci ricorda una fondamentale verità: il cristiano non è la via, ma quello che prepara la via ad un Altro. Noi, invece, inconsapevolmente (nessuno lo direbbe esplicitamente!) ci crediamo il centro della salvezza, l’ombelico del mondo. Noi non siamo quelli che tracciano la via, ma quelli che la seguono; noi non siamo quelli che guidano gli altri, ma quelli

che camminano dietro il Signore, nella speranza che anche altri lo facciano. Il nostro compito, umile e grande insieme, non è quello di aprire la via ma di prepararla. Giovanni non cerca il pubblico; non attira l’attenzione su di sé, ma rimanda ad un Altro; egli è semplicemente il precursore, cioè uno che corre avanti, che grida l’arrivo del Messia; si mette da parte per fare spazio al Signore. Nessuno di noi è il Cristo, ma tutti possiamo essere il Battista! Compito umile, ma necessario, perché la via di Dio ha bisogno della fatica dei credenti.

Gesù è l’opposto di Giovanni

4) Chissà come avremmo giudicato Giovanni Battista se fossimo vissuti al suo tempo! Lo avremmo ammirato per il suo coraggio, il suo anticonformismo, la sua coerenza? Ci avrebbe convinto il suo invito alla conversione, alla giustizia, all’onestà? Saremmo diventati amici di questo contestatore sospettato dalle autorità civili e religiose? Ho il dubbio che il “credente borghese”, che è dentro di noi, lo avrebbe rifiutato. Gesù, invece, ha frequentato l’ambiente poco raccomandabile di Giovanni Battista, e tra quei suoi seguaci pericolosi Gesù ha scelto i suoi discepoli migliori.

5) Per comprendere fino in fondo il contrasto tra Gesù e Giovanni, bisogna ricordare, prima di tutto, la parabola dei due gruppi di bambini che giocano nella piazza del villaggio: “Abbiamo suonato una musica allegra e non avete ballato, una musica triste e non avete pianto!” (Mt 11,16; Lc 7,32). La danza delle nozze e il lamento della sepoltura sono azioni contrastanti. La parabola (secondo l’interpretazione comune) proviene da Gesù stesso e così pure il commento. Giovanni era associato all’idea di un corteo funebre, mentre Gesù era messo in relazione con una festa di nozze. Vale a dire: Gesù rappresenta la festa della vita, Giovanni il dolore della morte. Se le comunità, che custodirono questo ricordo (contenuto nella fonte Q), ci hanno trasmesso questo contrasto tra Giovanni/Gesù, vuol dire che ci troviamo davanti a un insegnamento importante, e non solo quello della superiorità di Gesù e dei suoi discepoli, su Giovanni e sui suoi seguaci. Il contrasto tra nozze e funerale rende bene l’idea. Questo contrasto così forte riappare a proposito del digiuno. A quanto si legge, i discepoli di Giovanni erano scrupolosi, mentre i discepoli di Gesù non digiunavano (Mc 2,18; Mt 9,14; Lc 5,33). Gesù non solo giustifica il comportamento dei suoi ma stabilisce un’incompatibilità tra il nuovo e il vecchio. La stessa cosa accade quando si vuole rammendare con un pezzo di stoffa nuova un vestito consumato o mettere vino nuovo in otri vecchi (Lc 5,37). Giovanni è un asceta, Gesù è aperto al mondo. L’annuncio di Giovanni è questo: “il giudizio è imminente, convertitevi!”. Quello di Gesù è, invece: “il regno di Dio è vicino, venite a me, voi che siete affaticati e oppressi!” (Mt 11,28). Con Gesù incomincia il Vangelo, arrivano le belle notizie!

6) Un uomo che va in giro come Giovanni è un individuo che spaventa la gente; i suoi bizzarri indumenti, lo strano cibo (Mc 1,6; Mt 3,4), per non parlare del luogo dove viveva, il deserto (Lc 1,80; 3,2). Tutto questo è meritevole, soprattutto se pensiamo che Giovanni nacque in una famiglia sacerdotale, suo padre era il sacerdote Zaccaria (Lc 1,13) e sua madre, Elisabetta, discendeva da Aronne (Lc 1,5). Sarebbe stato normale che si fosse dedicato al culto del tempio; invece, non lo fece, se ne andò nel deserto (Lc 1,80): non volle essere un funzionario del tempio, né organizzare cerimonie sacre. La missione di Giovanni è chiara: liberare dal peccato, perché è convinto che il male peggiore è il peccato. Ammonisce che “già la scure è posta alla radice degli alberi” e l’albero che non dà frutto “viene tagliato e gettato nel fuoco” (Mt 3,10; Lc 3,9). Secondo Giovanni, il messia “tiene in mano la pala e pulirà la sua aia” (Mt 3,12). Tutto questo spiega la finalità del suo battesimo: la conversione dei peccatori (Mc 1,4; Lc 3,3). Ecco perché presenta il messia come “colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29), come purtroppo ripetiamo anche noi oggi, ma Gesù è soprattutto colui che annuncia buone notizie, che dona gioia e vita! (Gv 10,10). A volte ho il sospetto che noi non annunciamo il Vangelo di Gesù ma la religione del Battista!

Dalla religione del peccato al Vangelo della vita

7) Giovanni vedeva nel peccato un comportamento che scatenava l’ira imminente di Dio: ἀπὸ τῆς μελλούσης ὀργῆς/apò tès mellùses orghès (Mt 3,7; Lc 3,7): il peccato è qualcosa che indigna Dio al punto che scatena la sua ira. Inoltre il peccato, secondo Giovanni Battista, rendeva impuri, una macchia che produceva sporcizia; a suo parere era necessaria una vera e propria catarsi. Le cause che provocano quest’ira le vede nell’egoismo (Lc 3,11), nell’essere ingiusti (Lc 3,13), nei comportamenti violenti (Lc 3,14), nel violare le prescrizioni della legge (Mc 2,18). Per Giovanni (e anche per troppi di noi!) la prima cosa è Dio, le offese contro Dio; viene prima il divino e poi l’umano. A Gesù, invece, stava a cuore non solo il divino, ma anche l’umano. La differenza tra Giovanni Battista e Gesù che emerge nei Vangeli non è solo quantitativa ma qualitativa. Giovanni Battista insistette su determinate questioni o sottolineò determinati problemi, mentre Gesù concentrò la sua attenzione su altri temi o mise l’accento su altre preoccupazioni. Gesù segna l’inizio delle belle notizie (Lc 16,16).

8) La buona notizia non è iniziata nel tempio e non è venuta dai suoi funzionari e dalle sue cerimonie, ma dal deserto, da un profeta del deserto. Il Vangelo non inizia con l’aspetto religioso, ma laico. Il fondamento per rispettare e vivere l’aspetto religioso è iniziare a rispettare quello laico. Quando la religione non rispetta questo criterio, reca danno alla gente e l’allontana da Dio. Il tema al centro dell’interesse di Giovanni Battista è stato il peccato e la confessione dei peccati (Mt 3,5s; Lc 3,3). Invece, il problema che sta a cuore a Gesù è la vita, la felicità, la gioia della gente. La vita dei poveri e degli ammalati, la felicità di coloro che soffrono e la gioia di quelli che hanno perso la speranza. Preoccupa che i preti nella loro predicazione parlano sempre del peccato/inferno, che è molto utile per incutere paura nella gente. Nella storia della Chiesa, con il passar del tempo, il tema del peccato/inferno è diventato centrale, ma nei Vangeli è chiaro che Gesù ha lottato contro la sofferenza. In fondo, il problema sta nell’idea che abbiamo di quello che è il peccato. Peccato è causare sofferenza a qualcuno. Noi uomini non possiamo offendere Dio direttamente. Così ha intuito e scritto Tommaso d’Aquino: “Dio non è mai offeso da noi, se non quando agiamo contro il nostro bene (Summa contra gentiles, III,122).

Chi ama è paziente

9) Un giorno i discepoli di un rabbino irruppero nella yeshivàh e raggianti diedero la bella notizia al maestro: È giunto il messia!”. Senza scomporsi, il maestro si accostò alla finestra, e vide che i poveri chiedevano l’elemosina, i padroni maltrattavano i servi, i bambini piangevano, i ciechi erano condotti per mano… Rivolto agli alunni disse: “Come può essere venuto il messia se tutto nel mondo continua come prima?”. Quando si realizzeranno gli oracoli dei profeti? Quando avremo nuovi cieli e nuova terra? (2Pt 3,13). La storia sembra testimoniare contro le promesse di Dio. Dopo duemila anni dalla venuta di Gesù, non sono scomparse “le voci di pianto e le grida di angoscia” (Is 65,19) e le spade non sono state trasformate in aratri (Is 2,4). I dubbi sulla fedeltà di Dio sorgono quando ci dimentichiamo che i tempi di Dio non sono i nostri, che il suo tempo è scandito non dall’orologio ma dall’amore: un’ora passa in un istante e un istante può sembrare una vita. Per sposare Rachele, Giacobbe servì il suocero Lavan per 14 anni (7 + 7) e “gli parvero pochi giorni tanto era l’amore per lei” (Gn 29,20). BUONA VITA!

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